15 gennaio 2021

L’assalto al Congresso USA e la morale cinese

L’assalto al Congresso statunitense, da parte di un folto gruppo di sostenitori del presidente uscente, ha fornito a Pechino l’ennesima occasione per mettere in evidenza le contraddizioni e la crescente debolezza della democrazia liberale e dei suoi valori, incarnata dagli Stati Uniti d’America, e per ribadire implicitamente la superiorità del proprio modello di governance autoritaria. Al contempo, il governo comunista cinese non si è fatto sfuggire l’opportunità per sottolineare l’ipocrisia dei governi occidentali e denunciare il ricorso alla logica del doppio standard nella valutazione di eventi simili nella forma, anche se non nella sostanza. Nella fattispecie, l’assalto al Congresso statunitense da parte di una folla manifestante “violenta ed estremista”, da un lato, e l’assedio al Consiglio legislativo di Hong Kong, nel luglio del 2019, da parte di “combattenti per la democrazia”, dall’altra. Un evento assolutamente da condannare, il primo, e da encomiare e sostenere, il secondo.

Non è un caso che gran parte della copertura mediatica in Cina sugli eventi di Washington si sia concentrata sul collegamento tra la diversa reazione alle proteste antigovernative del 2019 nella regione amministrativa speciale di Hong Kong, in opposizione a un controverso disegno di legge sull’estradizione, e quelli appena accaduti nella capitale statunitense, nel tentativo di contrastare l’esito di un verdetto elettorale scaturito da elezioni libere e democratiche, con l’intento di far emergere l’apparente ipocrisia dell’establishment politico e dei media statunitensi nel sostenere le proteste in un altro Paese ma non nel proprio. Volutamente, dunque, le immagini dell’assalto a Capitol Hill sono state affiancate alle immagini relative all’assalto al Parlamento di Hong Kong. All’epoca il mondo occidentale, con gli Stati Uniti in testa, avevano lodato l’iniziativa dei manifestanti di Hong Kong definendola l’esito di una coraggiosa ribellione da parte di “combattenti per la democrazia”, mentre la speaker della Camera dei rappresentanti, Nancy Pelosi, aveva commentato le immagini provenienti dall’ex colonia britannica come uno «spettacolo bellissimo da vedere».

Il Global Times – pubblicato dal giornale portavoce del Partito (il Quotidiano del Popolo), in lingua inglese e con un forte orientamento nazionalistico – è stato tra i primi a tracciare un parallelismo tra l’insurrezione a Washington e le proteste a favore della democrazia di Hong Kong. In un tweet del 7 gennaio partiva proprio dalle considerazioni di Nancy Pelosi sull’assedio di Hong Kong, domandandosi se il sentimento fosse analogo alla vista dell’assalto al Campidoglio da parte della folla simpatizzante di Donald Trump. E proprio l’osservazione della Pelosi è diventata una sorta di parola d’ordine tra gli internauti cinesi, che se ne sono serviti per deridere il sistema democratico statunitense, che fomenta disordini sociali in altri Paesi ma li condanna nel proprio, compiacendosi del fatto che gli Stati Uniti avessero “assaporato il karma dei propri doppi standard”, dopo aver incitato il caos in tutto il mondo con il pretesto di favorire libertà e democrazia. E mentre la Lega della gioventù comunista cinese (la principale organizzazione politica giovanile della Repubblica Popolare), pubblicava le foto della folla che sorreggeva striscioni pro-Trump davanti al Campidoglio con la didascalia shijie ming hua (un dipinto di fama mondiale), le immagini del Capital Hill, nella prima pagina del giornale del Global Times del 7 gennaio, erano accompagnate da contenuti che rimandavano, già nei titoli, all’umiliazione e alla perdita della faccia subita dal governo statunitense e alla “Waterloo” della democrazia americana, interpretando l’insurrezione come l’esito di profonde divisioni nel Paese e il segnale di un possibile “collasso interno”.

Non sono sfuggiti ai commenti dei giornali e degli internauti cinesi l’intervento della guardia nazionale e gli scontri con i manifestanti pro-Trump, che hanno mietuto alcune vittime, laddove ad Hong Kong, anche nei momenti di massima tensione, la polizia aveva mantenuto un elevato grado di moderazione, senza causare vittime (ben cosciente del fatto che avesse i riflettori del mondo puntati addosso); così come la decisione relativa al blocco dell’account Twitter dell’ex presidente statunitense, a seguito dalla pubblicazione di “post devianti e provocatori”, interpretata ironicamente come la dimostrazione che anche nella democratica America non venga rispettata la libertà parola.

A detta di alcuni accademici, intervistati per il Global Times, ma anche il ben più moderato South China morning post (pubblicato a Hong Kong), i commenti degli utenti della rete sull’assalto al Campidoglio esprimevano “i sentimenti chiari, veri e sinceri dei cinesi”, laddove le differenze interpretative degli eventi da parte di Washington riflettevano chiaramente le divisioni ideologiche tra i due Paesi, che sono ben note. In particolare, secondo Wang Yiwei – titolare di una cattedra Jean Monnet, direttore dell’Institute of International Affairs e del Center for European Studies presso l’Università del Popolo di Pechino – l’atteggiamento di Washington era una chiara riprova dell’egocentrismo degli Stati Uniti ed espressione dell’eccezionalismo americano, che legittimava il governo statunitense a voler dare lezioni di democrazia agli altri, noncurante dei gravi problemi interni al Paese (dalle profonde diseguaglianze presenti nella società, alle persistenti manifestazioni razziste, alla violenza determinata dalla libera circolazione delle armi da fuoco) che rischiavano di minarne il sistema alla base.

Ciò detto, è importante sottolineare come sia una tattica familiare per Pechino quella di utilizzare i punti critici delle democrazie occidentali – in questo caso le derive sovraniste – per giustificare il proprio approccio autoritario alla governance. Il sofisticato strumento della censura, utilizzato dal governo comunista per filtrare le informazioni provenienti dall’esterno, consente alle autorità di promuovere una narrativa secondo cui uno Stato forte e monopartitico può fornire molta più stabilità del caos di una democrazia. Ma non mancano gli esempi in cui l’equazione Stato forte-economia forte abbia dimostrato la sua efficacia; questi vanno dalla gestione della crisi economica finanziaria globale del 2008 – dalla quale la Cina è riuscita a difendersi nella maniera ritenuta “la migliore, la più stabile e la più rapida” – a quella più recente scatenata dallo scoppio del Coronavirus – anche in questo caso la gestione ferrea della crisi da parte del governo comunista cinese ha favorito la ripresa post-lockdown e, a detta di buona parte degli analisti internazionali, l’economia post-Covid sembra correre più veloce del previsto. Anche le note resistenze cinesi ad una democrazia di tipo occidentale, basata su una presunta “teoria dell’incompatibilità” tra la Cina e la democrazia occidentale, sono strettamente collegate a questo tipo di ragionamento, quello secondo il quale solo un governo forte e autoritario è in grado di garantire la stabilità necessaria per gestire crescita economica e problematiche sociali, oltre che per assicurare ricchezza e potenza. Al di là di tutto, e senza tralasciare le profonde contraddizioni interne alla Cina popolare, gli esempi sopra citati sembrerebbero, in linea di massima, rappresentarne una conferma.

 

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