2 ottobre 2018

L’assertività di Pechino nel Mar Cinese Meridionale

La disputa nel Mar Cinese Meridionale è caratterizzata da lunghi mesi di impasse e da repentini momenti di tensione. Questi ultimi sono ormai parte integrante del vocabolario del contenzioso e l’escalation degli stessi sfocia molto raramente in un vero e proprio scontro armato. Il delicato equilibrio marittimo si posa anche su questi momenti, ma ciò non deve indurre l’osservatore a ridimensionarli eccessivamente, ma a ricordargli quali sono le forze in campo. In tal senso, questi ultimi mesi estivi hanno portato in dote sia novità che consuetudini ormai acclarate.

L’aggressività e l’assertività cinese nel ribadire il proprio primato nel Mar Cinese Meridionale, sommate alla progressiva militarizzazione di alcuni dei suoi avamposti, hanno indubbiamente influenzato l’equilibrio strategico nella regione, costringendo i vicini meridionali a prendere delle contromisure e risvegliando l’interesse di attori extraregionali come gli Stati Uniti e il Regno Unito. Se il governo inglese ha finalmente deciso di rompere gli indugi all’inizio di questo mese, quando la HMS Albion ha costeggiato alcune isole dell’arcipelago delle Paracelso durante il suo tragitto verso Ho Chi Minh City, Washington ha deciso di tagliare i ponti con la strategia dell’amministrazione Obama per riproporsi in Asia Sudorientale con una diversa consapevolezza.

La ragione principale è data dalla preoccupante militarizzazione del Mar Cinese Meridionale, condotta in primis dalla Cina. Secondo l’ammiraglio Philip S. Davidson, a guida del neonato Comando Indo-Pacifico degli Stati Uniti, la RPC sarebbe ormai in grado di controllare l’interezza del Mar Cinese Meridionale e di gestire qualsiasi scenario di guerra, ad esclusione di un ipotetico scontro armato con le forze statunitensi. Tale ipotesi è corroborata dalla crescente asimmetria di potere e capacità militare tra la Cina e gli altri contendenti, che non sarebbero in grado di contrastare Pechino contando solamente sulle proprie forze. Per questo motivo Washington, confermando il rinnovato attivismo nella regione che ha caratterizzato l’amministrazione Trump, potrebbe riproporsi con ritrovato vigore come partner affidabile e garante della pace regionale.

Seguendo questa prospettiva, il principale pericolo sarebbe rappresentato da un ipotetico scontro tra le due potenze globali, ipotesi comunque difficilmente realizzabile, o, più tradizionalmente, un confronto a bassa intensità tra i diversi contendenti. Come il passato ci insegna, Pechino è solita vedere come un’ingerenza e una provocazione qualsiasi manovra effettuata in quelle che considera le proprie acque territoriali. A riguardo, è opportuno citare il South China Sea FONOPs (Freedom of Navigation Operations), un programma militare organizzato dagli Stati Uniti, attraverso cui gli alleati regionali (tra cui Giappone, Australia, Corea del Sud e Filippine) vengono invitati a prendere parte alle esercitazioni marittime guidate da Washington.

Se gli Stati Uniti vedono questo strumento come legittima espressione della libertà di navigazione nelle acque internazionali, la Cina ha costantemente condannato le esercitazioni e ribadito il proprio primato giurisdizionale sulle acque. Inoltre, nell’aprile di quest’anno, Pechino ha alzato ulteriormente la posta in gioco, sorprendendo e spaventando gli attori coinvolti nella disputa. La marina militare (People’s Liberation Army Navy, PLAN) ha infatti installato dei sistemi missilistici antiaereo e antinave in tre diversi insediamenti (Mischief Reef, Subi Reef e Fiery Cross), per poi inviare un bombardiere a Woody Island, un’altra isola contesa nelle Paracelso, nel mese di maggio. Entrambi gli avvenimenti rappresentano una novità assoluta nella sempre incerta dinamica del contenzioso, ma altresì ribadiscono come la Cina non sia disposta a riconsiderare la propria posizione per nessuna ragione.

Nonostante il clima di tensione tra Cina e Stati Uniti, durante i mesi estivi si sono verificati anche dei leggeri progressi diplomatici. Uno dei principali interlocutori di Pechino è l’Association of Southeast Asian Nations (ASEAN), un’associazione regionale che comprende la quasi totalità degli Stati del Sud-Est asiatico, che da ormai trent’anni cerca di incanalare Pechino in un dialogo diplomatico multilaterale, visto come unico strumento possibile per dirimere la disputa.

Le parti si sono incontrate nel mese di agosto, durante uno dei regolari meeting ministeriali, per discutere la stesura di un nuovo ed efficace codice di condotta per il Mar Cinese Meridionale. Le principali finalità del codice di condotta andrebbero ricollegate non tanto alla risoluzione della disputa, aspetto squisitamente politico, quanto alla virtuosa gestione della stessa in modo da evitare qualsiasi tipo di conflitto. In tal senso, lo strumento privilegiato sarebbero negoziazioni diplomatiche e il ricorso a un arbitrato internazionale.

Le parti si sono dichiarate estremamente soddisfatte per i progressi ottenuti durante il meeting, ma storicamente questo tipo di negoziati è sempre stato sbilanciato in favore di Pechino. In primo luogo perché i documenti e i memorandum d’intesa prodotti non sono quasi mai vincolanti, perciò la Cina è particolarmente incline a firmarli, e secondariamente perché l’ASEAN è sprovvisto di un meccanismo coercitivo in grado di apporre delle sanzioni nel caso di un mancato rispetto degli accordi.

La prospettiva ideale per l’ASEAN, e per gli altri contendenti, sarebbe proprio quella di introdurre questi elementi, oltre a chiarire definitivamente la portata spaziale del contenzioso. Ma è un processo lungo e tortuoso, per cui stabilire una precisa tabella di marcia sarebbe pressoché impossibile sia per la diversità di vedute e sia per la compassata tradizione diplomatica degli attori coinvolti. Restando così le cose, la Cina avrà la possibilità di concentrarsi sulle pressioni americane e mantenere il dibattito con l’ASEAN a un ritmo congeniale alle proprie necessità.

 

Crediti immagine: da U.S. Navy photo [Public domain], attraverso Wikimedia Commons

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