29 aprile 2020

L’economia cinese dopo il Covid-19. Intervista a Marisa Siddivò

 

Intervista a Marisa Siddivò, docente di Riforme economiche nella Cina contemporanea e Strategie di sviluppo della Cina presso l’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”

 

Dai dati a nostra disposizione, quale fotografia otteniamo dello stato attuale dell’economia cinese?

Calo generalizzato di tutti gli indicatori. La Nomura stima un tasso di crescita del PIL cinese per il 2020 pari all’1%, il FMI prevede l’1,2%. Gli economisti cinesi, invece, sono più ottimisti ma, come è loro abitudine (buona abitudine, a mio parere), stanno guardando oltre e stimano una ripresa nel secondo e terzo trimestre del 2021 che dovrebbe riportare il tasso di crescita al 6%. Come già osservato in altri casi, il ridimensionamento complessivo dell’economia cinese si esprime in misura più contenuta che nelle altre grandi economie mondiali. Lo scarto tra la Cina e il resto del mondo segnerà il discorso pubblico sulla ripresa. Il governo sottolineerà la sua posizione di locomotiva del mondo per gestire l’impatto che il Coronavirus sta avendo sull’occupazione e i consumi. 

 

Cosa farà Pechino per assorbire l’impatto della pandemia di Covid-19 sulla sua economia?

Derogherà ulteriormente dall’approccio supply side che aveva scelto la dirigenza Xi-Li. Il controllo sulla liquidità, in realtà, era già stato “violato” nell’ultimo semestre del 2019 quando il governo centrale, a fronte di un tasso di crescita del PIL inferiore alle aspettative, aveva sollecitato i governi locali ad avviare politiche espansive. Farà così anche oggi, come fece Wen Jiabao nel 2009. Questa è una di quelle situazioni, rare per la verità, in cui è più agevole ragionare sul medio-lungo periodo che sull’immediato. Più che sul calo degli indicatori previsto per quest’anno e forse anche per il prossimo bisognerebbe riflettere sul modello di crescita che emergerà nella stagione post-Coronavirus. E sul modello di crescita non tutto è così scontato. Una Cina messa alle strette dal calo delle esportazioni e da un orientamento delle catene di produzione globali ad “accorciarsi” per evitare i danni della dipendenza dalle fabbriche cinesi che abbiamo sperimentato con il lockdown di Wuhan, continuerà a perseguire una politica di self reliance o punterà a rafforzare la sua integrazione nei gangli della produzione mondiale, riallargando le maglie delle normative a favore dei flussi di investimenti stranieri in entrata? Senza contare l’impatto che la paura maturata a seguito della pandemia potrebbe avere sulla Belt and Road Initiative che, lo dimentichiamo spesso, ha forti motivazioni nelle difficoltà strutturali dell’economia cinese, prima fra tutte l’overcapacity della produzione industriale.

 

La dirigenza cinese continua a ripetere che le ricadute prodotte dalla pandemia non intaccheranno l’andamento economico del Paese sul lungo termine. Qual è la sua opinione al riguardo?

Io penso che il cigno nero (che poi tanto nero non era, secondo i massimi esperti di pandemia) possa servire alla dirigenza cinese per completare un processo di modernizzazione che stenta a imporsi. Parliamo molto di 5G, di sorpasso tecnologico, di real estate ecc. ma dimentichiamo che una partita importante si gioca ancora nelle aree rurali dove vivono quasi 600 milioni di persone (dato del 2018 che potrebbe aumentare in considerazione della crisi industriale che riporterà in campagna molti lavoratori migranti) di cui solo una percentuale limitata è riuscita a integrarsi in catene food and beverage qualificate e solo una percentuale limitata (quella che vive in aree adiacenti ai grandi aggregati urbano-industriali)  ha accolto con favore la vendita dei certificati di affitto della terra avuti con il sistema di responsabilità nel 1979. Se, in nome della food security, della sanità pubblica, dell’immagine del Paese (uscita ammaccata dalla rappresentazione reiterata su tutte le TV del mondo di procedure di caccia, allevamento, macellazione ecc. non edificanti e soprattutto non coerenti con il profilo di un’economia innovativa), il governo riuscirà a imporre la modernizzazione delle aree rurali con tutto il suo corollario di “nuova urbanizzazione” (progetto di Li Keqiang), rispetto dell’ambiente, nuovi stili di consumo ecc., la Cina supererà l’impatto del Coronavirus.

 

Quali sono i comparti più colpiti (penso a food and beverage, retail, real estate, travel, automotive ecc.)? Quali invece i settori che ne escono rafforzati (penso a 5G, attività on-line, delivery ecc.)?

Delivery e attività on-line erano già molto diffusi e sostenuti in Cina. Sul 5G non mi pronuncio, dipende dalle scelte che faranno gli altri Paesi. Il dibattito che era scoppiato in Europa già dal 2018 su 5G cinese, security, MES (market economy status) ecc. è rimasto sospeso. Quanto agli altri comparti economici, se si escludono turismo e tempo libero (-6% circa), non mi pare che ci siano differenze sostanziali in termini di impatto. Le stime prevedono un range da -1,8 a -2,4.

 

Quanto tempo ci vorrà prima che l’economia cinese possa tornare a pieno regime?

Un piano quinquennale? Sono pochi gli analisti che prevedono una ripresa a V, piuttosto si stima che occorrerà qualche anno prima che il Paese riemerga dalle difficoltà.

 

Può aiutarci a tracciare un bilancio della politica economica perseguita finora dall’amministrazione Xi-Li?

È difficile rispondere perché chi segue sistematicamente le scelte del governo cinese in materia economica ha la percezione che l’amministrazione non sia Xi-Li ma prima Li e poi Xi. Tra il 2013 e il 2016 spirava un vento modernista, aperto e soprattutto di confronto con i livelli raggiunti dagli altri Paesi. Sia Li Keqiang che il ministro dell’Industria Miao Wei hanno spesso evidenziato il gap che ancora segna il livello di sviluppo del loro Paese con quello maturato dalle grandi economie mondiali e hanno sollecitato le relazioni economiche e commerciali che avrebbero aiutato a colmarlo. Poi, complici le guerre commerciali di Trump e il dibattito interno sulla posizione, definita “umiliante” delle imprese cinesi nelle filiere di produzione globali, il clima è cambiato e si è avuta l’impressione che le politiche economiche fossero orientate prevalentemente a modificare la traiettoria dei flussi. I nodi strutturali dell’economia nazionale andavano risolti mediante una maggiore esposizione commerciale, infrastrutturale, industriale del Paese all’estero di modo che a livello domestico ci si potesse concentrare sull’innovazione, endogena possibilmente. Di qui anche la grande retorica sulla “xin shidai, xin zhengcheng, xin pianzhang”: una nuova era, una nuova avventura, un nuovo capitolo, espressa da Xi Jinping al 19° congresso del Partito (2017). La parola “nuovo” viene ripetuta 170 volte nel discorso di Xi. Di “nuovo” c’era anche il deleveraging ma, come dicevo prima, sarà difficile rinunciare a potenti iniezioni di liquidità dopo il Coronavirus.

 

Secondo lei, la pandemia di Covid-19 può accelerare l’affermazione della Cina sullo scacchiere globale ai danni del suo principale competitor, gli Stati Uniti? Crede che assisteremo a una ridefinizione degli assetti geopolitici internazionali?

Se l’amministrazione statunitense continua a ritirarsi dalle organizzazioni e dagli accordi sovranazionali (ora è il momento dell’OMS), la Cina avrà gioco facile a imporsi come potenza responsabile. La Cina sta giocando molto sul tema della governance globale. Ora in riferimento alla lotta alle pandemie, domani potrebbe esserlo per altre questioni di interesse mondiale.

 

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Immagine: Lavoratori di una società di elettrodomestici, Jiujiang, Cina orientale (17 marzo 2018). Crediti: umphery / Shutterstock.com

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