26 giugno 2022

L’economia in tempi di guerra

 

Le guerre non sono tutte uguali. Hanno però in comune la loro disumanità e il portato di distruzione e morte che può essere in parte tradotto in numeri: di deceduti, abitazioni, scuole, ospedali e strutture produttive distrutti e via dicendo. Grazie alla traduzione in numeri, ci si potrà cimentare in un bilancio del conflitto tra Russia e Ucraina, ponendolo a confronto con gli altri, in corso o del passato, nella triste classifica di questo vizio dell’umanità. Purtroppo la guerra continua, non si vedono spiragli, non dico di pace, ma neanche di cessate il fuoco, e quindi per il bilancio finale si dovrà ancora aspettare.

Le guerre non sono tutte uguali non solo in termini di morte e distruzione, ma anche in termini di impatto economico, sia sui belligeranti sia sui Paesi a essi legati. Una caratteristica tipica delle guerre è che esse interrompono il normale funzionamento delle istituzioni economiche. Nei Paesi in guerra il funzionamento dei mercati, siano essi liberi o sotto il controllo statale, è sospeso. Lo Stato interviene, soprattutto su quelli delle merci di prima necessità che scarseggiano, introducendo forme di razionamento alternative a quelle che operano i prezzi, il cui ruolo è quello di salire a sufficienza per ridurre la domanda al livello dell’offerta (scarsa per effetto della guerra). Quando sono i prezzi a operare, la loro salita consente di ‘allocare’ le poche merci disponibili tra i consumatori in base alla loro disponibilità a pagare, come avviene nelle aste. Le politiche di razionamento e di controllo dei prezzi sono invece più ugualitarie, prevedendo che ai prezzi stabiliti dal governo sia garantito un consumo minimo a tutti. Tali politiche hanno però l’effetto indesiderato di far proliferare il mercato nero, dove chi ha una maggiore disponibilità a pagare può comunque rifornirsi a prezzi più alti di quelli ufficiali. Ciò spiega la contrarietà di chi si oppone al razionamento come ‘presunta’ alternativa all’operare del mercato.

In tempi di guerra quindi il livello dei prezzi sale comunque per effetto della scarsità; un effetto inevitabile dal momento che sia le economie di mercato sia quelle con un forte controllo statale sono comunque chiamate a spostare la produzione verso i settori produttivi di beni e servizi direttamente e indirettamente richiesti dalle operazioni militari, riducendo quindi la disponibilità di beni di largo consumo. In tempi di guerra, la piena occupazione è la regola. Chi non è inviato al fronte dovrà occuparsi di produrre armi, vettovaglie, divise e tutto quanto è richiesto dalle operazioni militari. La piena occupazione si scontra poi con inevitabili strozzature del sistema produttivo dando ulteriore spinta all’inflazione; per i Paesi belligeranti, ma non solo. Una delle particolarità di questa guerra, che forse la Russia aveva bene in mente quando ha deciso di scatenarla, è che le economie di Ucraina e Russia sono particolarmente connesse, direttamente e indirettamente, a quelle di quasi tutti i Paesi del mondo, essendo i due Stati fornitori di due materie prime essenziali quali combustibile e grano. La seconda particolarità è ‘temporale’, essendo scoppiata la guerra proprio mentre le economie di tutto il mondo stavano provando a programmare l’uscita dall’emergenza pandemica che ha generato un contesto economicamente complicato, caratterizzato dall’aggravarsi del debito pubblico e dalla ripresa di spinte inflazionistiche che non si vedevano da decenni; e anche questa particolarità potrebbe essere stata percepita da chi, in Russia, ha deciso che era il momento giusto di lanciare l’attacco al territorio ucraino.

Ora, dopo che per anni l’inflazione stentava a raggiungere il livello del 2% che anche i più conservatori tra i banchieri centrali considerano una sorta di minimo vitale, la variazione dei prezzi nell’eurozona e negli Stati Uniti, misurata dal cosiddetto indice dei prezzi al consumo, è intorno all’8%; uno shock, generato dal doppio impatto della pandemia e della guerra. Tale livello di inflazione potrebbe essere abbastanza tollerabile, soprattutto se fosse percepito come una semplice fiammata destinata presto a rientrare e, soprattutto, se si accompagnasse a una ripresa del trend di crescita che si era manifestato un po’ dovunque fino ai primi mesi di quest’anno. Da questo punto di vista, Stati Uniti ed Europa hanno situazioni abbastanza diverse; e situazioni altrettanto diverse si riscontrano all’interno dell’eurozona. Cerchiamo di capire perché. Normalmente le spinte inflazionistiche si manifestano quale effetto collaterale della piena occupazione. L’origine di questa inflazione, per così dire ‘sana,’ è interna; è dovuta a un clima generalizzato di fiducia che spinge le imprese a investire e a concedere aumenti salariali, magari a lungo differiti nei periodi di bassa crescita, e i consumatori a spendere con tranquillità, contando su redditi alti e crescenti nel tempo. Insomma, l’inflazione da piena occupazione può essere vista come l’aumento inevitabile della temperatura di un motore che sta andando a pieni giri.

L’origine dell’inflazione di oggi è però esterna, dipende dall’aumento dei prezzi delle materie prime importate e, in quanto tale, riduce la coperta che diventa troppo corta per soddisfare lavoratori e imprese. Quando la coperta diventa corta, tutti provano a tirarla dalla propria parte provocando una spirale prezzi-salari che solo le cosiddette politiche dei redditi possono mitigare. La coperta in Europa si sta accorciando molto di più che negli Stati Uniti dove i prezzi delle materie prime e dei semilavorati stanno aumentando allo stesso ritmo dei prezzi al consumo intaccando di poco il valore aggiunto, la differenza tra il valore dei beni venduti e quelli acquistati dalle imprese. Non è così in Europa, dove la maggiore dipendenza energetica sta facendo aumentare i prezzi alla produzione molto di più dei prezzi al consumo, comprimendo pericolosamente le possibilità di creare valore aggiunto, la fonte da cui le imprese traggono le risorse per pagare salari, profitti e interessi. Gli effetti negativi di una coperta così corta possono essere ridotti da politiche fiscali espansive, ma i Paesi europei indebitati, in particolare l’Italia, possono trovare le risorse per tali politiche solo vendendo titoli del debito pubblico che, con l’inflazione che galoppa verso il 10%, non potranno che essere collocati a tassi d’interesse sempre più alti. In questo contesto, le Banche centrali tendono a reagire come possono, ovvero provando a ridurre i giri del motore al fine di ridurne la temperatura. Le politiche monetarie restrittive danno un’ulteriore spinta all’aumento dei tassi d’interesse e quindi alla riduzione di consumi e investimenti. Le economie vanno in sottoccupazione e la spinta inflazionistica esterna viene compensata dal raffreddamento di origine interna. La cura è concettualmente sbagliata, perché non agisce sulla causa, ma le Banche centrali non ne hanno altre da proporre. Ecco perché lo spettro della stagflazione si aggira per l’Europa. La compresenza dei due mali, quelli dell’inflazione e della stagnazione, che in tempi normali si escludono a vicenda, potrebbe rimaterializzarsi come successe dopo la crisi petrolifera dei primi anni Settanta.

Non fu così con la Seconda guerra mondiale. Le distruzioni lasciarono il posto a un lungo periodo di espansione e fiducia, con livelli elevati di inflazione ma anche di crescita che contribuirono, anche grazie all’aumento delle entrate fiscali, a riassorbire i pesanti debiti pubblici derivanti dalla guerra. Non bisogna infatti dimenticare che l’inflazione è una sorta di tassa sui creditori a vantaggio degli Stati indebitati che ripagano il debito con moneta svalutata. La stagflazione invece impoverisce tutti e lascia intatto il fardello del debito, difficile da smaltire se l’economia e il gettito fiscale ‘stagnano’ e i tassi d’interesse restano alti. Le acque sono quindi molto agitate e servono soluzioni nuove. Il cambiamento di logica invocato dalla cosiddetta economia circolare, ovvero un modello produttivo fondato sulla riduzione del fabbisogno di materie prime che aumenti il valore aggiunto nel processo produttivo, è forse una strada da esplorare con maggior coraggio e che le politiche economiche, possibilmente coordinate a livello europeo, potrebbero sostenere. Sarebbe forse l’unico effetto collaterale positivo di questa guerra. Vedremo. 

Uno dei più lucidi economisti italiani del secolo scorso, Federico Caffè, ricordava che gli economisti dovrebbero astenersi dal vestire i panni dei profeti. Le variabili in gioco e le possibili sorprese, a cominciare dalla durata della guerra, sono troppe per provare ad azzardare previsioni. C’è inoltre un aspetto cruciale che giocherà un ruolo importante nella definizione del futuro scenario in cui si muoveranno le nostre economie; si tratta delle conseguenze economiche della pace, che speriamo arrivi presto. E su questo terreno, per non ripetere gli errori del passato, sarà senz’altro utile andare a rileggere quanto scrisse John Maynard Keynes a proposito del trattato di Versailles, un trattato che chiuse maldestramente la Prima guerra mondiale preparando il terreno per la seconda.

 

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Immagine: Paul Nash, The Menin Road, 1919. Crediti: Imperial War Museum. Paul Nash [Public domain], attraverso Wikimedia Commons

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