27 luglio 2021

Il tempo sospeso delle relazioni tra Cuba e Stati Uniti

 

È noto che il Movimiento 26 de Julio fu fondato da Fidel Castro e che il suo nome celebra l’assalto alla Moncada del 1953, momento fondante per i rivoluzionari cubani. La sua bandiera rosso-nera è d’altronde inconfondibile per il semplice fatto che reca impresso il nome del movimento stesso. Chiunque può distinguerla, in teoria, e difatti è un simbolo consueto nelle manifestazioni cubane che celebrano la rivoluzione. In una foto dei giorni scorsi che ritrae centinaia di persone all’Havana, radunate attorno al monumento di Máximo Gómez, spiccano due grandi esemplari di quella bandiera, sorretti da manifestanti pro-governativi. Così, quando l’11 luglio scorso il Guardian di Londra, insieme ad altri autorevoli quotidiani internazionali, ha pubblicato quella foto descrivendo i manifestanti come «dimostranti antigovernativi», esso confondeva le proteste svoltasi a Cuba con il loro contrario.

Si è trattato certamente di un errore banale, ma, guardando alla vicenda attuale di Cuba, si potrebbe dire che il banale è reale e perciò comunque significativo. Il fatto è che questa attualità è appunto in atto e perciò non può già racchiudere in sé i significati storici che, in questi giorni, a fronte delle proteste, si cerca invano di attribuirle. Si rischia una superficialità analoga a quella di chi, prendendo formidabili abbagli, erra anche sui fatti più elementari come quelli ritratti in una foto.

Solo il tempo dirà se i fatti in corso a Cuba saranno poi considerati un episodio legato alle contingenze della crisi attuale; oppure se si riveleranno i prodromi di un cambiamento profondo. Non sappiamo cosa causeranno gli effetti della pandemia, dell’inefficienza del governo di Cuba e di tutti quei fattori che vengono indicati come destabilizzanti e spesso coincidono con le pretese ideologiche di osservatori e osservatrici. Solo col tempo sapremo se ciò che sta avvenendo sarà il sintomo di un mutamento, qualunque siano le sue origini e le sue cause, oppure se non lo sarà. Nel frattempo occorre moderare le ambizioni e limitarsi a considerare la distanza tra un’attualità che a certuni sembra portatrice di novità e un passato che per molti invece sembra non passare. In effetti, fattori interni e fattori esterni fanno sì che il tempo di Cuba sembri più che altro sospeso invece che in accelerazione – almeno finora.

La guerra fredda è finita da trent’anni, ma non è cambiata l’identità politica di Cuba forgiata in quel periodo, la sua struttura interna, la sua organizzazione economica. Non è cambiata altresì l’identità politica del suo imprescindibile antagonista – gli Stati Uniti d’America – che perpetua l’indefessa ostilità che solo una grande potenza contro un piccolo Stato può permettersi per così tanto tempo e in così mutato contesto. A differenza di tutti gli Stati legati all’Unione Sovietica, Cuba è d’altronde uscita indenne dalla fine della guerra fredda mantenendo integro il proprio assetto interno contro ogni previsione, presunta logica sistemica, necessità di riforma. Ha superato la perdita di un intero quadro di riferimento epocale: ha perduto i suoi alleati politici, i propri partner economici e la possibilità di sfruttare all’esterno il prestigio della propria sovranità – temuto o ammirato che fosse. Cuba è sopravvissuta, così com’è oggi, a un cambiamento epocale e per questo sopravvive anche la politica d’isolamento e pressione esercitata dagli Stati Uniti, non a caso concretamente simboleggiata da un conclamato embargo commerciale la cui durata non ha eguali nella storia ed è coevo con Cuba rivoluzionaria e la sua identità. È proprio attorno a questo concreto conflitto identitario che ruota ancora l’asse principale della vicenda di Cuba e la sua riconoscibilità.

Cuba nega ancora, con la sua immutata esistenza, il ruolo storico che gli Stati Uniti possiedono e pretendono, quello dell’egemone. Gli Stati Uniti negano a Cuba la possibilità di far parte della stessa storia attuale e comune. Fanno solo parte, insieme, di una storia passata ma ancora presente, quella segnata da pretese diverse e contrarie, racchiuse anzitutto nel perenne contrasto tra indipendenza e assoggettamento. Sono pretese mutuamente esclusive e rivali che ormai continuano a confrontarsi solo su questo piano ideologico di reciproca negazione, perciò veramente politico: oggi Cuba non è difatti un pericolo percepibile per gli Stati Uniti salvo che su questo piano, non rappresenta nessuna minaccia alla sicurezza. Cuba resta perciò inaccettabile a prescindere da quello che oggi essa è realmente; non può però farsi accettare proprio perché essa è ancora Cuba. Sospesa in un passato sempre più distante, l’identità di Cuba è la chiave di volta di un eterno presente in cerca di novità. Se è così, ogni suo mutamento pacifico passerà per la ridefinizione di quella identità ancora bloccata dall’interno e dall’esterno.

 

Galleria immagini


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0