07 settembre 2016

L'impeachment di Dilma è la fine di un’era

Il progressismo latinoamericano fa un altro passo indietro. Dopo Venezuela, Cile, Bolivia ed Ecuador ora è il Brasile a fare i conti con il ritorno della destra conservatrice e filo-americana.  Pochi gironi fa si è conclusa l’offensiva contro la Presidente Dilma Rousseff lanciata quasi un anno fa da parte degli ormai ex alleati di governo del PMDB (Movimento Democratico Brasiliano), i più liberali e centristi della coalizione. Senza spargimenti di sangue, è avvenuto quello che in democrazia viene chiamato “impeachment” o “golpe morbido”. L’unico precedente brasiliano risale al 1993, quando fu destituito con la stessa procedura il presidente Fernando Collor de Melo. Questa volta però si tratta di un lungo processo iniziato ad inizio dicembre del 2015 quando il leader del Movimento e Presidente della Camera dei Deputati, Eduardo Cunha, accolse la richiesta di destituzione per Dilma Rousseff, accusata di aver truccato i bilanci dello Stato utilizzando ingenti somme delle banche statali. Poi il passo successivo fu l’attacco al cuore del PT: Lula da Silva. A marzo del 2016 l’ex leader brasiliano fu accusato di non aver dichiarato la proprietà di un immobile di lusso a Guarujà, litorale di San Paolo, che gli sarebbe stato regalato come tangente dal colosso industriale brasiliano PetroBras per i soldi pubblici che questo avrebbe drenato in suo favore. Sebbene “Lula” smentì tutto e le prove contro di lui erano veramente poche e fragili, rimase un affondo mediatico pesante per l’immagine dell’intero partito, che già da tempo non veniva visto di buon occhio neanche da sinistra (Socialismo e Libertà su tutti) per il suo progressivo allineamento verso il centro e le sue politiche ritenute sempre più conservatrici e meno “populiste” nella loro accezione sudamericana.

Il Partito dei Lavoratori era dunque schiacciato tra il malcontento dei sostenitori e le pressioni sempre più opprimenti dei detrattori che hanno colto l’occasione per far crollare un intero sistema. Non sorprende più di tanto l’accaduto dato che il Partito dei Lavoratori era in forte perdita di consensi tuttavia sono i metodi utilizzati che mettono in dubbio la legittimità del nuovo governo. Il 12 Maggio 2016 la Presidente venne sospesa per 180 giorni per l’avvio del procedimento di “impeachment” e il vice-presidente Michel Temer, braccio destro di Cunha e tra i maggiori esponenti del Movimento Democratico, assunse il suo ruolo. Il 31 Agosto si è votato due volte: prima per la destituzione di Dilma Rousseff dalla carica di Presidente del Brasile, poi per la sua ineleggibilità per otto anni, che probabilmente avrebbe significato la fine della sua carriera politica dato che tra otto anni ne avrà 75. La prima votazione è andata a buon fine per l’opposizione nonostante le accuse ancora poco fondate, mentre la seconda è fallita e la Rousseff potrà ricandidarsi nel 2018.

Ora ad assumere ufficialmente la carica di Presidente del Brasile è stato Michel Temer, che pur non avendo un vaglio popolare ha incassato il sostegno della destra liberista rappresentata dal Partito Socialdemocratico Brasiliano di Aecio Neves (sconfitto delle ultime elezioni). Per il Brasile questo non è solo un passaggio di consegna ma la fine di un’era: non è più la medio-bassa borghesia ad essere il ceto più rappresentato dal governo, bensì l’alta borghesia in forte crescita sociologica. Non a caso per salvare il salvabile Dilma Rousseff sarebbe pronta a fare un passo indietro e avrebbe già pensato ad un ritorno in cattedra di Lula da Silva come prossimo candidato. Quest’ultimo sembra infatti aver colto il momento ed è partito al contrattacco. Proprio nei giorni scorsi si è appellato a Papa Francesco in una lettera spiegando dalla sua prospettiva le ragioni dell’impeachment. Negli ampi stralci pubblicati dalla stampa spagnola e brasiliana Lula denuncia “una gravissima situazione politica e istituzionale”. Secondo l'ex Presidente le forze conservatrici, sconfitte in quattro successive elezioni presidenziali, oggi "agiscono fuori dalla Costituzione e dalle leggi" poiché aspirano a "comandare, a tutti i costi, lo Stato per impadronirsi del patrimonio nazionale come già accade con le risorse petrolifere nelle acque profonde". Questi gruppi, inoltre, secondo Lula, hanno un progetto socio-politico preciso: "disarticolare la rete di protezione dei lavoratori e dei poveri che è stata invece allargata e consolidata negli ultimi 13 anni". L'ex Presidente difende con dati ufficiali e internazionali l'opera dei suoi governi e della signora Rousseff, la quale nell'ultima elezione ottenne 54 milioni di voti. Ciò che è accaduto e accade, dunque, non è altro - assicura Lula - che "un processo squisitamente politico che viola la Costituzione e le regole del sistema presidenziale brasiliano, secondo le quali è il popolo il soggetto che elegge il Presidente ogni quattro anni". Il leader brasiliano denuncia anche il tentativo di criminalizzare il Partito dei lavoratori e i suoi dirigenti. Prima di concludere, Lula dichiara: "io non sono oggetto di nessuna indagine e non temo di essere indagato". Infine la lettera lancia una sfida importante: se nel 2018 ci saranno elezioni libere sarà per il Paese il momento del "riscatto del progetto democratico e popolare”.

 


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