18 gennaio 2021

L’inferno dei migranti sulla rotta balcanica

L’inferno esiste sulla terra. Negli ultimi tempi ha preso alloggio nella Bosnia nord-occidentale, nel Cantone di Una-Sana, al confine con la Croazia. Qui continuano ad ammassarsi migliaia di persone che affrontano condizioni estreme pur di garantirsi l’accesso all’Unione Europea (UE). Non puntano alla Croazia né a quella cinta di Stati europei orientali. Mirano alla Germania, la Francia, l’Austria o i Paesi scandinavi, una minoranza all’Italia, dove troverebbero familiari, amici, una rete di contatti capaci di favorirne l’integrazione e la fuoriuscita dalla clandestinità e dalle infinite sofferenze subite nel corso del viaggio. Tentano e ritentano all’infinito ‘The Game’ – il passaggio – in tutti i modi, alcuni sotto i camion, mimetizzati nelle colline e le alture alla frontiera, a piedi nudi sulla neve per centinaia di chilometri. Spesso vengono torturati, picchiati, gettati in acqua, umiliati dalle forze dell’ordine croate, avanguardie di polizia e sicurezza del continente culla della democrazia. E lì restano per riprovare il giorno dopo.

Al momento sono circa 2.000, in gran parte uomini, provenienti da Afghanistan, Pakistan, Bangladesh o Iraq, una trentina di minori non accompagnati e un numero non identificato di bambini al seguito di adulti. Moltissimi gravitano nell’area da mesi, alcuni da anni e provano e riprovano a varcare i confini venendo sistematicamente ricacciati indietro, verso questa specie di limbo straprotetto che divide l’agognata UE dai mondi in sofferenza che premono ma restano in margini spaventosi. C’è chi è riuscito a varcare il limite UE ed è arrivato prima in Croazia, poi in Slovenia. Ma, quando ormai mancava l’ultimo miglio per giungere in Austria o Italia, è stato rimandato al punto di partenza, ruzzolando giù fino a fuori dell’UE. Un tragico gioco dell’oca che li riporta sempre allo 0.

L’Europa è costellata di orribili ghetti a cielo aperto che richiamano vicende di altri secoli, ricordano condizioni di vita (e di morte) che nel nostro immaginario occupano lontane memorie continentali. Appena fuori dall’Unione, o dentro, anche in piena area Schengen, campi organizzati, spontanei, più spesso semplici assembramenti senza un minimo di razionalità e ordine, si trovano ad accogliere, si fa per dire, l’afflusso – peraltro drasticamente ridottosi a causa di misure sempre più restrittive e della diffusione del Covid-19 – di individui in fuga dalle aree più calde di altri continenti. Moira, nell’isola di Lesbo in Grecia, la ‘Jungle’ di Calais in Francia, Ceuta e Melilla, tra Spagna e Marocco, solo per citarne alcuni. E poi la bolgia in Bosnia, Bihać e Lipa. In quest’ultima località al confine con la Croazia, poco prima di Natale, all’interno del campo allestito dall’Organizzazione internazionale delle migrazioni (OIM), è avvenuto un devastante incendio che ha costretto all’immediata evacuazione un migliaio di profughi. Da allora vagano assieme ad altri nell’area, sopraffatti da gelo fino a -20 gradi, violenze e condizioni subumane. «Siamo molto preoccupati per la situazione in cui si trovano circa 2.000 persone bloccate ed esposte al freddo in Bosnia ed Erzegovina, in particolare nel cantone di Una-Sana, comprese quelle rimaste senza riparo nel campo di Lipa nel comune di Bihać» ha affermato la rappresentante dell’UNHCR in Bosnia ed Erzegovina, Lucie Gagné, lo scorso 11 gennaio. La chiosa della dichiarazione «Apprezziamo gli sforzi considerevoli per affrontare la gestione della situazione dei migranti e dei rifugiati finalmente attuati dalle autorità locali che hanno ora individuato una soluzione provvisoria per circa 900 persone che vivono in condizioni disastrose» apre un minimo spiraglio interamente dovuto all’insistente pressione da parte di organizzazioni umanitarie operanti sul luogo.

Lo sgombero del campo allestito dall’OIM a Lipa è stato richiesto nel novembre scorso dall’Organizzazione stessa. Una mossa senza precedenti decisa per la constatazione della fatiscenza totale in cui era caduto il centro di accoglienza, senza garanzie per salute, sicurezza, igiene a causa di abbandono da parte delle autorità bosniache. Il disastroso incendio scoppiato poco prima di Natale, in altre parole, ha lasciato all’addiaccio poco meno di un migliaio di persone molto prima che venisse trovata una soluzione alternativa, nel momento più freddo dell’anno.

Ad aggravare le circostanze c’è indubbiamente il contesto geopolitico. I fatti insistono su aree europee dove all’instabilità si aggiungono gli effetti della pandemia ed eventi naturali avversi come il terremoto in Croazia, condizioni metrologiche proibitive e tensioni etniche mai risolte a 25 anni dagli accordi di Dayton. Un mix esplosivo che aumenta il livello di xenofobia tra la gente del luogo: quando sono stati allestiti pullman per condurre i 900 fuoriusciti da Lipa presso nuove strutture, una cinquantina di manifestanti ha bloccato il passaggio e i migranti, dopo ore di stazionamento nei veicoli, sono stati riportati indietro e lasciati all’aria aperta.

Ma, come puntualmente riporta a Radio Vaticana il giornalista di Avvenire Nello Scavo, appena tornato da una missione nei luoghi in questione, non si può gettare la croce solo su una popolazione esausta: «I locali hanno sempre provato ad alleviare le sofferenze di queste persone, ma negli ultimi mesi la situazione si è fatta più difficile. Da una parte per la pandemia e dall’altra perché qualcuno a livello politico soffia sul fuoco, ricordando divisioni che risalgono addirittura al conflitto della ex Jugoslavia. E non dimentichiamo che la Croazia sta contando i postumi di un terremoto molto forte».

Ad osservare i volti tumefatti, le schiene torturate, gli arti spezzati ‒ tutti ampiamente documentati da varie testate ‒ a guardare ragazzi denudarsi in mezzo a una coltre di neve e lavarsi con l’unica fonte di acqua ghiacciata per mantenere la propria dignità, ad apprendere di uomini a cui è stato negato anche un accesso provvisorio sebbene gravemente feriti o impossibilitati a camminare, superato l’orrore, si è tormentati da una domanda: ma l’Europa?

Al di là di ogni retorica, è impellente chiedersi se nel continente più democratico, sviluppato, garante dei diritti, ricco e potente al mondo, sia ancora possibile tollerare angoli di Medioevo senza prendere decisioni né immaginare interventi. Il rimpallo continuo dei migranti da qualsiasi rotta provengano – il nostro Paese, per restare su quella balcanica, respinge i migranti intercettati a Trieste e li deposita in Slovenia anche qualora manifestino l’intenzione di chiedere asilo, la polizia slovena li consegna a quella croata e quest’ultima li riporta in Bosnia – così come l’esternalizzazione della politica migratoria che chiede a Stati dal curriculum oscuro come Libia e Turchia di occuparsene per noi, certificano il fallimento di una strategia e l’oblio dello Stato di diritto. Il tanto celebrato Nuovo patto sulla migrazione e l’asilo del 23 settembre 2020, al di là delle buone intenzioni, resta un fervorino a essere compartecipi ‒ si introduce il concetto ossimorico di solidarietà obbligatoria senza il minimo vincolo – e una misura monca – lascia sostanzialmente inalterato il Trattato di Dublino che scarica sui Paesi di primo approdo gran parte della responsabilità. Come sostiene l’ASGI (Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione), poi, «il nuovo patto conferma e non colma la grave lacuna in materia di migrazione legale. Il massimo che si è riusciti a partorire è la promozione di una consultazione pubblica a seguito della quale valutare possibili proposte normative. L’assenza di una disciplina dell’Unione in materia di migrazione economica, unitamente al quasi azzeramento delle possibilità di ingresso per lavoro negli Stati membri, è tra le principali cause della migrazione irregolare».

Quella Ursula von der Leyen, poi, che all’indomani dell’incendio il 9 settembre 2019 nel campo profughi di Moria, il più vasto d’Europa (12.000 migranti), dichiarava «Moria è un duro promemoria per la UE» è la stessa che in visita ad Atene, lo scorso 3 marzo, ha affermato «Desidero ringraziare la Grecia per essere lo scudo europeo in questi tempi». 

Ma prima ancora che dell’accoglienza, l’UE, il mondo, dovrebbero porsi il problema di evitare questi macabri spostamenti di milioni di persone, condotte in giro per il pianeta per migliaia e migliaia di chilometri, dai trafficanti. Impossibilitata a immaginare un progetto minimamente legale, la stragrande maggioranza degli oltre 80 milioni di esuli forzati nel mondo (42% bambini, una fetta dei quali, soli) fugge da conflitti atroci, dittature o disastri, attraversa confini – tra i più pericolosi del mondo – in situazioni drammatiche di precarietà e rischio. Il Centro Astalli, la branca italiana del Servizio dei gesuiti per i rifugiati, parla di «guerra contro i migranti combattuta con le armi dell’indifferenza e della cieca noncuranza». E chiede a gran voce canali umanitari e vie legali di ingresso quali unica garanzia per la gestione controllata e sicura degli ingressi di migranti in Europa. Se non si capisce che tali misure non sarebbero a tutela solo dei migranti ma di tutti noi, non è ignoranza, è volontà politica.

 

Immagine: Rifugiati si riscaldano intorno al fuoco in una fredda giornata invernale, campo di Lipa, Bihać, Bosnia ed Herzegovina. Crediti: Ajdin Kamber / Shutterstock.com

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