11 ottobre 2016

L’invisibiltà delle candidate palestinesi

Candidate, ma senza poter rivendicare la loro identità; inserite in lista, ma forse più per un vincolo imposto dalla legge – le cd. quote rosa – che per l’importanza del contributo che possono dare in politica. Non donne con un nome e un cognome, ma ‘mogli di’, ‘figlie di’, ‘sorelle di’, a seconda del parente maschio più importante o più prossimo. E alla fine, neanche i volti sembrano avere particolare importanza: perché allora non sostituirli con l’immagine di una rosa o di una colomba?

Così, i Territori palestinesi si stavano preparando allo svolgimento delle elezioni amministrative in programma per il mese di ottobre, finché non sono scoppiate le polemiche per la decisione di alcuni blocchi elettorali di rendere identificabili le donne candidate soltanto sulla base dei loro legami di parentela con un uomo: lungi infatti dall’accettare una pratica non solo intollerabile, ma anche in aperto contrasto con la legge del 2005 sulle elezioni locali – tutti i candidati devono infatti essere riconoscibili in base a nome, cognome, età, indirizzo e numero di registrazione nelle liste elettorali –, le donne di Palestina hanno deciso di far sentire la loro voce e protestare.

Una netta condanna è stata espressa da Nahed Abu Taima, coordinatrice della gender unit del Media development center presso l’Università di Beir Zeit. Citata in un interessante articolo di Khaled Abu Toameh per il Gatestone institute, la studiosa si è apertamente schierata contro la partecipazione femminile a un processo elettorale così strutturato: perché infatti le donne dovrebbero prendere parte a una consultazione in cui i nomi delle candidate sono stati rimossi o cancellati, quasi ci fosse qualcosa da nascondere o di cui vergognarsi? Se dunque le elezioni sono state organizzate sulla base di criteri lesivi della dignità stessa delle donne, non ha senso che esse partecipino al voto.

Anche l’attivista Nadia Abu Nahleh – sempre citata nell’analisi del Gatestone institute – si è inequivocabilmente pronunciata contro una pratica che finisce per negare l’importanza del contributo delle donne nella società palestinese: se infatti – ha rilevato l’attivista – le candidate sono persino private del diritto a essere riconosciute con il proprio nome, come sarà possibile accettare il loro ruolo di protagoniste della vita politica locale qualora fossero elette?

Durissima anche la presa di posizione della Società delle donne lavoratrici palestinesi per lo sviluppo, che ha condannato senza mezzi termini un "comportamento inaccettabile nella nostra società, in cui uomini e donne combattono fianco a fianco nella lotta contro l’occupazione militare e lavorano insieme per la costruzione di uno Stato democratico palestinese". Per questo, l’organizzazione invoca un ampio intervento legislativo che garantisca la piena uguaglianza tra uomini e donne nello spazio pubblico come nella vita privata: solo così infatti – ha rimarcato l’ONG – si potrà superare "una condizione di arretratezza e divisione, incastrata tra le lodi verso le donne palestinesi e il loro ruolo mentre nel frattempo si lavora per escluderle". Anche perché, ha ricordato la stessa Società, la Palestina resta pur sempre firmataria della Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne. 

La manifestazione del dissenso ha poi trovato amplissimo spazio sui social media: su Facebook e Twitter le donne hanno pubblicato i loro nomi, quelli delle loro madri e delle loro sorelle, non di rado sostenute anche da utenti di sesso maschile che hanno fatto altrettanto. Questo perché "il nostro nome non deve essere nascosto", traduzione di un hashtag in lingua araba che – nei giorni della polemica – ha goduto di una buona diffusione.

Alla fine, la protesta sembra comunque aver sortito effetti: al termine del mese di agosto, anche la Commissione elettorale centrale ha dovuto infatti esprimersi sulla questione, dichiarando di essere in attesa delle liste complete contenenti l’indicazione puntuale dei nomi di tutti i candidati e di tutte le candidate.

Più che legata a una tendenza all’‘islamizzazione’ della società palestinese, la decisione di cancellare i nomi delle donne dalle liste elettorali – consentendo così la loro identificazione in forza dei vincoli di parentela – sembrerebbe maggiormente riconducibile a un tribalismo ancora molto radicato nelle regioni della Palestina rurale: in queste aree dunque, come ha rilevato sempre Nadia Abu Nahleh intervistata da al-Monitor, un approccio improntato a un rigido conservatorismo può pagare di più in termini di consenso, mentre nelle città può risultare più utile un’impostazione più aperta.    

A quanto pare però, oggi è il voto stesso a essere a rischio: l’8 settembre l’Alta corte di giustizia di Ramallah ha temporaneamente sospeso la tornata elettorale, dopo l’esclusione di alcuni candidati delle liste di al-Fatàh dalla Striscia di Ghaza e a seguito dell’impossibilità per gli elettori palestinesi di Gerusalemme Est di votare. E puntualmente, in attesa di un responso definitivo, al-Fatàh e Ḥamas si sono reciprocamente accusati di essere responsabili del ritardo del voto.

 


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