4 gennaio 2020

L’uccisione di Qasem Soleimani: il contesto e gli scenari possibili

Il “martire vivente”. Era con queste parole che spesso Ali Khamenei, ottantenne Guida suprema della rivoluzione iraniana, si riferiva a Qasem Soleimani, il generale iraniano ucciso in un attacco aereo statunitense a Baghdad la notte tra il 2 e il 3 gennaio 2020. Dal 1998 Soleimani era il comandante della Forza Quds, un’unità speciale delle guardie della rivoluzione islamica (pasdaran), responsabile delle operazioni militari all’estero. Nato nel 1957 a Kerman, nell’Est del Paese, Soleimani è stato l’uomo che ‒ spesso dall’ombra – ha costruito pezzo per pezzo un’egemonia territoriale di cui l’Iran non godeva, probabilmente, dai tempi della dinastia safavide. L’epiteto coniato per lui da Khamenei, il “martire vivente”, sembrava preconizzare che Soleimani sarebbe morto di morte violenta, abbattuto dai nemici. Allo stesso modo, e più realisticamente, la possibilità che venisse eliminato proprio in questi giorni, in un contesto fluido e delicato come quello iracheno, non era affatto da escludere.

Il Paese dei due fiumi, infatti, dal mese di ottobre 2019 è testimone di un’imponente ondata di manifestazioni contro il carovita, la corruzione e, in maniera non secondaria, contro l’ingerenza iraniana negli affari interni iracheni. Il premier Adel Abdul Mahdi, piuttosto vicino agli interessi di Teheran nell’area, è stato costretto alle dimissioni sotto la spinta delle piazze e su pressione di importanti figure politiche irachene. Tra essi spiccano Moqtada al-Sadr, capo della milizia Esercito del Mahdi, nonché leader più suffragato durante l’ultima tornata elettorale, e l’ayatollah iracheno Ali al-Sistani, fondatore de facto delle Unità di mobilitazione popolare (PMU, Popular Mobilization Units), ritenute il braccio operativo di Teheran in Iraq. Le manifestazioni sono diventate ben presto oggetto di una repressione chirurgica e brutale da parte degli apparati di sicurezza, ma anche di forze armate non istituzionali che prendono di mira i militari stessi. Il passo indietro di Abdul Mahdi, ancora oggi in carica sebbene dimissionario da fine novembre 2019, non è bastato tuttavia a calmare le piazze, esasperate dall’instabilità che dal 2003 avvolge il Paese.  

È in questo contesto che si inserisce la spirale di violenza culminata con la morte di Soleimani per mano americana. Il 27 dicembre, infatti, una base militare statunitense nella zona di Kirkuk, nel Nord dell’Iraq, è stata attaccata da uomini in armi. L’assalto ha provocato la morte di un appaltatore della difesa statunitense (contractor) e il ferimento di altri quattro militari. Il 30 dicembre, per tutta risposta, le forze statunitensi hanno eseguito un raid contro posizioni delle brigate hezbollah (anch’esse filoiraniane) nel Nord-Ovest del Paese, provocando la morte di venticinque miliziani. Le cose sono sembrate precipitare il 31 dicembre, quando una folla composta da migliaia di civili, riuniti per il funerale dei combattenti caduti, è penetrata nel perimetro dell’ambasciata degli Stati Uniti a Baghdad, nel cuore della cosiddetta “Green zone” della capitale. Immagini condivise sui social network dai manifestanti stessi li ritraggono mentre chiedono agli americani di andar via dal Paese, inneggiando all’Iran e all’uomo simbolo di Teheran dentro e fuori dalla patria, il generale Qasem Soleimani. Sui muri della guardiola presa d’assalto dai dimostranti compaiono scritte eloquenti che recitano: “Soleimani è il mio comandante”.

È stata questa, probabilmente, la scintilla che ha dato il via all’azione di Washington contro il numero uno di Teheran fuori dai confini iraniani. D’altronde i movimenti di Soleimani in Iraq erano noti da tempo e le occasioni per colpirlo di certo non erano mancate, tanto che già ad ottobre il comandante della Forza Quds era sfuggito ad un complotto volto ad assassinarlo. Vista dagli apparati di Washington, inoltre, l’eliminazione del generale rientra nelle normali azioni volte a colpire esponenti di organizzazioni terroristiche dato che i pasdaran – a partire dall’aprile 2019 – sono inseriti nella lista stilata dal Dipartimento di Stato americano. Nell’attacco, assieme a Soleimani, ha perso la vita anche Abu Mahdi al-Mohandes, vicecomandante delle PMU sostenute dall’Iran e inglobate nell’esercito iracheno. Una morte sicuramente meno ripresa a livello mediatico, ma non per questo meno rilevante dal punto di vista politico-militare.

È operazione assai complessa descrivere quello che la morte di Soleimani significa non solo per gli equilibri geopolitici dell’area, ma anche a livello simbolico e di sentimento popolare. Il comandante della Forza Quds, infatti, era un leader magnetico e carismatico, cui una grossa fetta del mondo sciita (e non solo) guardava con ammirazione e rispetto. Risulta altrettanto complesso, ma non del tutto impossibile, valutare invece i possibili scenari aperti dalla morte del generale iraniano.

A differenza di altre prove muscolari simili intraprese in passato da Washington, in questo caso sembra che l’amministrazione Trump abbia lavorato di concerto con Pentagono, agenzie e apparati del cosiddetto deep state americano. Spesso costretti, negli ultimi anni, a ridimensionare dichiarazioni e prese di posizione talvolta sopra le righe da parte del tycoon di New York. È probabile che questa inedita unanimità di intenti si debba ad un forte risentimento da parte degli ambienti militari statunitensi verso Soleimani. Un risentimento che rientra financo nell’ambito personale. Il comandante iraniano, come già detto, ha fatto di pragmatismo e spregiudicatezza l’arma che ha ritagliato all’Iran spazi egemonici in Siria, Yemen e Iraq che risultavano inimmaginabili fino a un decennio fa. Oltre a dare un contributo essenziale per mantenere in sella il regime di Bashar al-Assad e a contenere l’espansione dello Stato islamico nell’area.

A questo si deve aggiungere che probabilmente a Washington è stata fatta un’analisi dei costi e dei benefici abbastanza solida e collegiale. L’Iran risponderà senza dubbio in maniera veemente all’uccisione del secondo uomo più importante del Paese, ma al netto di sensazionalismi e pronostici azzardati, Teheran conosce perfettamente i rischi di uno scontro aperto con Washington e alleati regionali, Israele e Sauditi in testa. D’altronde l’affermazione nell’area di Hezbollah, pasdaran e altre forze in qualche modo legate all’Iran è stata possibile proprio sposando la logica della guerra asimmetrica, del conflitto in piccolo e in casa d’altri, non del confronto aperto con attori più potenti e meglio armati.

È probabile, quindi, che la Repubblica islamica si limiterà a una rappresaglia limitata, ad esempio attraverso attentati mirati contro importanti personalità militari statunitensi nel Golfo e nel resto della regione. Non è da escludere il verificarsi di sequestri a danno delle navi che transitano nello Stretto di Hormuz, un collo di bottiglia attraverso il quale passa il 20% del petrolio commercializzato a livello mondiale. Se però Soleimani era un simbolo, una risposta altrettanto simbolica alla sua morte potrebbe accontentare il sentimento popolare, specialmente se accompagnata dalla giusta dose di propaganda antiamericana e, en passant, antisraeliana. Come spesso accade sui tavoli della geopolitica, in questo tipo di calcolo resta ovviamente escluso il costo in termini di vite umane civili e di sofferenze per popolazioni già martoriate come quelle di Iraq e Iran.

Per quello che concerne le conseguenze ‒ e le motivazioni ‒ di matrice elettorale, occorre focalizzare l’attenzione certamente sul lato americano, dato che nel 2020 si terranno le presidenziali, ma anche su quello iraniano. In maniera fin troppo semplicistica, infatti, molti osservatori hanno interpretato l’uccisione di Soleimani come l’affondo di Trump per ottenere di nuovo le chiavi della Casa Bianca. Al netto del fatto che l’eliminazione di Soleimani, per quanto personalità di spicco, probabilmente non avrà lo stesso impatto mediatico che ebbero sull’opinione pubblica d’Oltreoceano la morte di Osama Bin Laden e Abu Bakr al-Baghdadi, è sulle elezioni iraniane che potrebbero vedersi effetti altrettanto importanti. A febbraio, infatti, i cittadini della Repubblica islamica torneranno al voto per rinnovare il Parlamento. Poiché i negoziati sul nucleare languono penosamente nonostante i contatti diplomatici siano costanti (anche grazie alla mediazione giapponese), i moderati di Hassan Rohani potrebbero trovarsi in seria difficoltà. Pur in un contesto di malcontento diffuso per la situazione economica del Paese – svalutazione, caro benzina, sanzioni – la storia dimostra che quando la Repubblica islamica subisce attacchi dall’esterno, il suo popolo tende a fare quadrato attorno alle frange politiche più conservatrici e oltranziste. A partire da quelle élites economico-militari che gravitano attorno ai pasdaran, le stesse che Washington cercherebbe in teoria di estromettere e strozzare con sanzioni ed embargo. Non è da escludere, dunque, che paradossalmente i falchi di Teheran possano trarre beneficio dagli ultimi avvenimenti, istallandosi al potere proprio sull’onda emotiva innescata dalla morte del “martire vivente” Qasem Soleimani.

 

Immagine: Qasem Soleimani (secondo da destra) in un manifesto durante una sfilata militare della Forza Quds, Teheran, Iran (31 maggio 2019). Crediti: saeediex / Shutterstock.com

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