22 novembre 2021

La 26a conferenza ONU sul clima: la vera sfida comincia adesso

 

La 26a edizione della conferenza sul clima (COP26) organizzata dal Regno Unito a Glasgow dal 1° al 13 novembre scorsi con l’appoggio del Segretariato delle Nazioni Unite e in partenariato con l’Italia è riuscita nell’intento di coinvolgere ulteriormente la comunità internazionale nell’azione intrapresa a livello planetario per contenere il riscaldamento globale e gli effetti devastanti ad esso associati.

La COP (acronimo di Conference of Parties, la Conferenza delle parti aderenti alla convenzione quadro dell’ONU sui cambiamenti climatici) raccoglie i 197 Stati che dal 1992 in poi hanno sottoscritto l’accordo.

Obiettivi della convenzione erano quelli di stabilizzare le concentrazioni di inquinanti nell’atmosfera e di fissare le relative norme quadro per orientare per il meglio l’azione degli Stati firmatari.

Per i seguiti applicativi della convenzione le Nazioni Unite avevano predisposto a suo tempo due livelli di intervento: uno scientifico rappresentato dall’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) di Ginevra formato da un gruppo di esperti provenienti dal mondo intero con il compito di studiare il riscaldamento globale e le relative conseguenze e di pubblicare rapporti periodici e un altro di diplomazia climatica rappresentato dalla Conferenza delle parti già richiamate.

Dall’incontro di Berlino del 1995 in poi essa si è riunita a cadenza annuale con esiti alterni, salvo che nel 2020 a causa della pandemia.

Delle riunioni tenute la più significativa era stata finora la ventunesima (COP21) di Parigi, che dopo anni di prolungate divergenze tra le istanze dei Paesi sviluppati e quelle dei Paesi in via di sviluppo aveva portato finalmente a mettere tutti d’accordo sul concetto delle responsabilità comuni nel contenimento della temperatura terrestre, seppur differenziate a seconda delle circostanze e delle capacità di ciascun Stato.

Nella capitale francese fu poi recepito l’aggiornamento indicato dall’IPCC nel 2014 di stabilizzare le emissioni di gas serra su un livello che permettesse di mantenere l’aumento della temperatura media mondiale a fine secolo al di sotto di 2 °C rispetto al livello preindustriale, aggiungendo l’ulteriore impegno di proseguire le azioni per contenere l’aumento entro 1,5 °C.

L’accordo di Parigi aveva parimenti previsto l’impegno generale a mitigare la portata delle emissioni climalteranti e realizzare opere di adattamento ai cambiamenti climatici. Aveva caldeggiato infine fine l’avvio di un meccanismo finanziario a favore dei Paesi in via di sviluppo pari a 100 miliardi di dollari all’anno dal 2020 al 2025 da alimentare con i contributi dei Paesi sviluppati.

In un contesto internazionale segnato dalla emergenza climatica crescente la COP26 di Glasgow dal canto suo poteva alimentare il convincimento che ormai fosse giunto il momento per elevare il livello degli obiettivi per ridurre in tempi ragionevoli le emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera. Di tali aspettative ne è anche eloquente riprova la folta partecipazione di delegati, leader politici di primo piano, diplomatici, esperti, imprenditori, esponenti della finanza internazionale, giornalisti, attivisti di organismi non governativi, di autonomie locali e di popoli indigeni che hanno dato vita a due settimane di trattative, accorati dibattiti, ed accordi senza precedenti.

Ad assegnare alla vigila il ruolo di evento carico di attese aveva anche contribuito la pubblicazione nell’agosto scorso del sesto rapporto del panel di scienziati (IPCC), secondo il quale il percorso indicato nell’accordo di Parigi per contrastare il riscaldamento globale era insufficiente e poteva portare ad un aumento della temperatura terrestre a fine secolo dell’ordine di circa 2,7 °C secondo il quale a detta degli stessi scienziati le conseguenze sarebbero devastanti per la vita umana.

Da ciò l’urgente necessità di ritoccare all’ingiù alla COP26 gli obiettivi di Parigi onde mantenere l’aumento della temperatura entro 1,5 °C, dimezzare le emissioni delle economie mondiali entro il 2030 ed azzerarle entro il 2050.

Le frenetiche trattative tenutesi prima e durante la conferenza hanno ruotato intorno al tentativo di convincere il maggior numero di Paesi, in primis quelli più sviluppati ed emergenti, come Cina, Stati Uniti, India e Unione Europea, a innalzare l’asticella delle loro ambizioni in materia di riduzioni delle emissioni e ad assumere impegni più vincolanti e più vicini nel tempo.

L’esito finale della COP26 è così dipeso dalla possibilità di coniugare gli interessi geopolitici, politici ed economici dei governi nazionali con l’esigenza di rendere la vita sul pianeta sostenibile per le generazioni presenti e future.

Le intese raggiunte a Glasgow si prestano a varie interpretazioni. Alcuni vedono in esse un compromesso al ribasso rispetto all’accordo di Parigi del 2015 e alle notevoli attese della vigilia, mentre altri le considerano un ulteriore passo avanti nella giusta direzione di mantenere entro 1,5 °C a fine secolo l’aumento della temperatura media terrestre rispetto ai livelli dell’epoca preindustriale. L’analisi più credibile è probabilmente a metà strada tra le due posizioni.

In primo luogo i Paesi partecipanti hanno convenuto su alcuni punti chiave all’ordine del giorno portanti sulla necessità di:

- rafforzare gli impegni a ridurre del 45% le emissioni di CO2 entro il 2030 rispetto ai livelli del 2010 onde mantenere raggiungibile l’obiettivo di limitare a 1,5 °C l’aumento della temperatura terrestre, che rimane l’opzione primaria per arginare il riscaldamento globale;

- creare un organo di coordinamento tecnico e finanziario per la compensazione dei danni e delle perdite già causati nei Paesi in via di sviluppo dall’impatto climatico;

- formulare le regole per la completa applicazione dell’accordo di Parigi, con riferimento alla creazione del mercato del carbonio e alle esigenze di trasparenza e di controllo dei seguiti dati dagli Stati all’accordo stesso.

Per la prima volta poi dopo ventisei anni di riunioni annuali, i Paesi hanno anche convenuto sulla necessità di accelerare l’azione per ridurre l’energia proveniente dal carbone non abbattuto (unabated) e di eliminare i sussidi inefficienti ai combustibili fossili.

La formulazione di tale passo di importanza fondamentale proposta in un primo tempo dalla presidenza scozzese era più stringente e prevedeva l’eliminazione tout court del carbone come combustibile e dei sussidi alle industrie dei fossili.

La proposta inedita spalleggiata dalla stragrande maggioranza dei delegati ha incontrato all’ultimo momento la ferma opposizione dell’India, notoriamente grande produttore e consumatore di carbone. I delegati indiani hanno infatti chiesto ed ottenuto con procedura poco trasparente di diluire la portata dell’articolo e ciò ha sollevato le obiezioni di vari delegati e indotto la presidenza a scusarsi per quanto accaduto, motivando il cedimento alle richieste indiane con la necessità di preservare il raggiungimento del consenso sull’accordo finale.

Per ironia della sorte è di questi giorni la notizia della chiusura di alcune centrali a carbone nella capitale indiana disposta per contenere i livelli di inquinamento che hanno portato anche all’adozione di altre misure per proteggere la salute pubblica.

Alquanto promettente appare inoltre l’impegno dei Paesi a riunirsi l’anno prossimo in Egitto per affrontare dei piani più ambiziosi di riduzione delle emissioni entro il 2030 e per formulare delle strategie a lungo termine per una giusta transizione verso l‘obiettivo di azzerare le emissioni entro metà secolo.

Sul piano finanziario l’accordo di Glasgow richiede ai Paesi sviluppati di onorare la promessa fatta nel 2009 di mettere a disposizione entro il 2020 la somma di 100 miliardi di dollari a favore dei Paesi in via di sviluppo per l’azione di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici e di procrastinare tale impegno fino al 2025, prevedendo nel contempo un nuovo schema di aiuti per gli anni successivi.

Accanto ai negoziati formali, sono state inoltre raggiunte importanti intese tra attori statali e non statali comprendenti il blocco della deforestazione, il taglio delle emissioni di metano, il passaggio alla mobilità elettrica, l’agricoltura sostenibile e l’allineamento degli investimenti privati all’esigenze della decarbonizzazione.

Tali intese hanno coinvolto governi centrali, quelli di regioni e città, imprese, società di investimento e centri di ricerca scientifica e tecnologica, dando avvio a significativi progetti e collaborazioni trasversali per contenere gli effetti dei cambiamenti climatici.

Forse è questo il risultato più tangibile della COP26: l’aver trasmesso al mondo intero il senso dell’urgenza e dell’importanza della azione globale per affrontare l’emergenza climatica. Anche se l’obiettivo è ancora lontano, le trattative che hanno preceduto e accompagnato la conferenza sono servite auspicabilmente a mantenere vivo l’impegno per la salvaguardia della vita sul pianeta.

Quello che forse è mancato nei lavori di Glasgow è stato l’interrogativo sulla sostenibilità degli attuali modelli di crescita e di sviluppo basati sullo sfruttamento intensivo ed insensato delle risorse della madre terra e su un consumismo globalizzato e trasversale ai vari sistemi politici ed economici che alimenta la devastazione di foreste, suoli, oceani e perfino dei circoli polari.

Il breve rallentamento delle attività imposto dalla pandemia ha fatto respirare meglio uomini, animali e piante, indicando che vi sono margini di manovra per affermare modelli alternativi di vita, produzione e mobilità tali da facilitare l’avvento di un mondo più sostenibile, più giusto e più inclusivo per tutti.

La via da seguire non sono solo le pur importanti installazioni di pale eoliche e di pannelli solari, l’eliminazione della deforestazione e la messa a dimora di nuovi alberi, bensì anche la moderazione dello sfruttamento delle risorse naturali e l’eliminazione dei consumi umani inutili e dannosi  per consentire a circa 8 miliardi di persone di tornare a respirare aria pulita, di avere acqua e terre coltivabili e non degradate per produrre cibo a sufficienza e per consegnarle intatte alle generazioni future.

La vera sfida quindi comincia adesso. Si tratta di vedere se i 197 Paesi vorranno e potranno accelerare i loro sforzi per passare dalle parole ai fatti per affermare modelli di sviluppo più sostenibili sul piano umano, sociale ed ambientale.

Prima essi si attiveranno concretamente in tal senso e meglio sarà per l’emisfero Nord e per il Sud globale.

Saranno infatti gli interventi immediati ‒ anche se parziali ma costanti ed illuminati dalla saggezza secolare accumulata dall’umanità ‒ da effettuare in questo decennio che potranno ridurre il consumo insostenibile delle risorse terrestri e le emissioni di CO2 e altri gas climalteranti nell’atmosfera ed evitare il raggiungimento del punto di non ritorno oltre il quale ulteriori interventi potranno avere scarso effetto.

In questo caso è meglio concentrarsi sull’azione da intraprendere a breve termine ed entro il 2030 più che su quelle a lungo termine che rimangono imperscrutabili alla politica, all’economia e forse anche alla scienza.

 

Crediti immagine: Roengrit Kongmuang / Shutterstock.com

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