25 agosto 2020

La Bielorussia a un bivio

Dopo l’ennesima riconferma elettorale di Aleksandr Lukašenko, in Bielorussia sono emerse vivaci proteste contro un presidente al potere dall’ormai lontano 1994. I risultati ufficiali del voto hanno visto Lukašenko imporsi con circa l’80% dei voti: a distanza di 70 punti percentuali ‒ 10% ‒ si sono attestate le preferenze per Svetlana Tikhanovskaja, la trentottenne che viene considerata la principale oppositrice di Lukašenko. Anche ammettendo i brogli denunciati dall’opposizione e dalle maggiori cancellerie occidentali, il consenso di cui gode Lukašenko resta ancora rilevante e superiore a quello di ogni altra forza d’opposizione, seppur rumorosa e organizzata.

 

La Bielorussia è stata pressoché l’unico Paese dell’ex URSS che non ha conosciuto privatizzazioni selvagge e deindustrializzazione su larga scala (come avvenuto sia nei Paesi baltici, sia in Ucraina sia nella stessa Federazione Russa) rimanendo fino ad oggi uno dei Paesi ex sovietici con il livello di corruzione più basso ‒ risultato tangibile della politica della tolleranza zero promossa da Lukašenko ‒ e con il maggior grado di stabilità e sicurezza sociale.

 

Sulla scorta della lezione ucraina e della storia post-sovietica degli anni Novanta non è banale interrogarsi su quali obiettivi persegua il movimento d’opposizione a Lukašenko e quali alternative questo rappresenti. Gli argomenti dell’opposizione, vertendo intorno al desiderio di maggiori libertà sul piano dei diritti civili e della democrazia formale, si incentrano sul radicale rifiuto della figura di Lukašenko, accostata al retaggio sovietico e al legame simbiotico – seppur talvolta litigioso ‒ con Mosca: un rifiuto che sotto le bandiere biancorosse ‒ largamente riconducibile al retaggio polacco-lituano e all’orientamento filotedesco ‒ tiene nelle stesse piazze liberali, libertari, nazionalisti e neofascisti (arrivati anche dalla vicina Ucraina).

 

A partire dal corso apertosi con il collasso dell’Unione Sovietica, gli attriti tra Minsk e Mosca sono emersi ciclicamente, di fatto in modo costante: alla base di questi attriti ci sono sempre state le divergenze sui prezzi delle materie prime fornite dal Cremlino alla Bielorussia. Anche durante i tempi torbidi degli anni Novanta la sicurezza di queste forniture ha garantito il funzionamento dell’industria e il mantenimento dello stato sociale più consistente di tutta l’area ex URSS, nonché quello di uno dei livelli di disoccupazione tra i più bassi d’Europa.

 

Se da una parte Mosca non può permettere che la Bielorussia si trasformi in una nuova Ucraina, dall’altra ricomporre la turbolenta amicizia con la Federazione Russa appare per Lukašenko una scelta obbligata. Malgrado gli sforzi compiuti per ritagliarsi un profilo da mediatore nei contrasti tra Mosca e i vicini baltici, polacchi e ucraini, Lukašenko si trova ad essere incalzato dai medesimi interessi che avrebbe voluto conciliare. Oltre a mettere da parte i recenti dissidi con Mosca ‒ culminati nella decisione bielorussa di acquistare idrocarburi dagli Stati Uniti ‒ l’attuale crisi potrebbe accelerare il processo di integrazione tra Federazione Russa e Bielorussia, già sottoscritto dalle parti tra il 1999 e il 2000.

 

Quel che traspare è il tentativo ‒ confermato dalle parole di Angela Merkel e dalla posizione ufficiale dell’Unione Europea ‒ di delegittimare ad ogni costo un presidente molto risoluto e senz’altro poco ligio ai canoni della democrazia liberale, ma comunque legittimo. Un tentativo che potrebbe addirittura trascinare il Paese verso scenari di tipo militare nel caso si forzasse la destituzione di Lukašenko. Negli scorsi giorni hanno infatti avuto luogo diversi movimenti di truppe e di mezzi da entrambi i lati delle frontiere tra la Bielorussia e le confinanti Polonia e Lituania: il livello di allerta delle forze armate bielorusse è massimo.

L’approvazione di nuove misure sanzionatorie da parte dell’Unione Europea appare questione di giorni: le misure saranno dirette sia contro Minsk che ‒ verosimilmente ‒ contro Mosca, sanzioni che nel caso di quest’ultima si sommerebbero a quelle già in essere dall’ormai lontano 2014 (annessione della Crimea).

 

Gli eventi bielorussi allontanano l’Europa occidentale da Mosca, compattando almeno per il momento la posizione delle principali cancellerie europee a quella degli Stati Uniti. Nel caso di questi ultimi ‒ per i quali molto sembra dipendere dall’incognita elettorale del prossimo autunno ‒ la recente visita del segretario di Stato Mike Pompeo in Polonia ha confermato l’intesa strategica tra Washington e Varsavia.  Lo stesso Pompeo – primo segretario di Stato a recarsi in visita nella Bielorussia post-sovietica ‒ lo scorso febbraio aveva suggerito a Lukašenko di diversificare il proprio approvvigionamento energetico acquistando petrolio e derivati dagli Stati Uniti.

 

Tra chi vuole scongiurare la possibilità di una Bielorussia instabile c’è, al pari di Mosca, Pechino. Oltre ad essere il terzo partner commerciale della Bielorussia ‒ il primo dopo Federazione Russa e Ucraina ‒ la Cina è il Paese che recentemente ha più investito nell’economia di Minsk. In Bielorussia si trova infatti il più grande parco industriale ‒ 6000 lavoratori ‒ costruito in Europa con investimenti cinesi. Ma prima di questo, la Bielorussia è importante per la sua posizione privilegiata nei corridoi di trasporto terrestre dal Pacifico all’Atlantico, così come dal Baltico al Mar Nero: sulla direttrice est-ovest la rotta bielorussa permette infatti di aggirare l’Ucraina, Paese dove tutt’oggi si continua a combattere una guerra civile a bassa intensità.

 

Immagine: Manifestazione di protesta pacifica contro l’attuale governo dopo le elezioni presidenziali, Minsk, Bielorussia (23 agosto 2020). Crediti: Pavel Stasevich / Shutterstock.com

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