22 novembre 2022

La COP27 di Sharm el-Sheikh: luci e ombre

La Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (COP27, Conference Of the Parties 27) di Sharm el-Sheikh chiude un anno segnato ancora una volta da alluvioni catastrofiche, ondate di calore senza precedenti per intensità e durata ed altri eventi metereologici estremi che hanno funestato diverse aree del pianeta, Italia compresa. Essa si è aperta in un contesto internazionale reso difficile ed incerto dai mutamenti geopolitici creati dall’aggressione militare dell’Ucraina e dalle conseguenti tensioni tra Russia ed Occidente che hanno alimentato la crisi energetica, la penuria di derrate alimentari e più in generale il rallentamento della crescita economica mondiale. Tali crisi hanno indotto diversi Paesi a dilazionare nel tempo gli impegni assunti per eliminare gradualmente l’uso dei combustibili fossili, in particolare del carbone, onde evitare il tracollo delle economie e della pace sociale.

L’annunciata assenza a Sharm el-Sheik dei leader di Cina ed India, Paesi maggiormente inquinatori, non appariva di buon auspicio, facendo paventare un vertice mondiale al ribasso ‒ peraltro adombrato dalla concomitante riunione a Bali del Gruppo dei Paesi più sviluppati (G20) ‒ dove sarebbe stato arduo elevare l’asticella delle ambizioni necessarie per contenere il riscaldamento globale della Terra. Per tali ragioni il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres aveva lanciato alla vigilia appelli urgenti ai Paesi partecipanti al fine di salvaguardare le spinte propulsive verso l’impatto climatico zero impresse dalla COP di Parigi del 2015 e da quella di Glasgow dell’anno scorso.

Occorre valutare se tali appelli siano stati raccolti e se la COP27 abbia segnato un passo avanti o meno. L’esito finale del consesso mondiale nella località costiera egiziana si presta ad ambedue le interpretazioni.

Nel documento finale approvato all’ultima ora dalla assemblea plenaria risalta il mantenimento del macro-obiettivo dell’accordo di Parigi di contenere entro i 1,5 °C l’aumento della temperatura media terrestre rispetto all’era preindustriale. Tale risultato non era scontato stanti gli intendimenti di alcuni Paesi di ritoccare all’insù la pietra miliare dell’agenda climatica ONU e lo sviluppo positivo va ascritto in primo luogo all’impegno e alle capacità negoziali del vicepresidente e delegato per il clima della Commissione europea Frans Timmermans. Per converso il documento richiede soltanto la riduzione della produzione di energia elettrica a carbone con emissioni non abbattute e non la relativa eliminazione, e non menziona affatto la riduzione o l’eliminazione degli altri combustibili fossili come durante le trattative avevano suggerito e sollecitato diversi Paesi, in particolare India e Regno Unito.

La COP27 sottolinea che per mantenere l’obiettivo di 1,5 °C entro fine secolo urge procedere ad una riduzione delle emissioni del 43% entro il 2030 rispetto a quelle del 2019 e che con gli impegni di decarbonizzazione attuali si è ben lungi dall’obiettivo. Ai ritmi odierni la riduzione sarebbe solo dello 0,3% rispetto al 2019. Da qui l’appello agli Stati che non hanno ancora aggiornato le tabelle di marcia a farlo quanto prima. Per promuovere le misure di adattamento al riscaldamento globale andranno aumentati i fondi a disposizione ed esaminata la possibilità di raddoppiarli. Il documento esprime preoccupazione per il fatto che a distanza di sette anni non è stato ancora istituito il fondo di 100 miliardi di dollari all’anno da alimentare dal 2020 con i contributi dei Paesi più sviluppati previsto dall’accordo di Parigi per aiutare i Paesi meno sviluppati a contrastare i cambiamenti climatici. Il tema dovrà essere di nuovo affrontato nel 2023.

La COP27 quantifica in 3.000-4.000 miliardi di dollari all’anno in energie rinnovabili ed altri 4.000-6.000 miliardi in economie a basso impatto ambientale gli investimenti necessari fino al 2030 per raggiungere l’obiettivo delle zero emissioni climalteranti. Per la prima volta essa contiene la decisione di istituire un fondo per alimentare le compensazioni ai Paesi meno sviluppati e più vulnerabili per i danni e le perdite (loss and damage) da essi subiti a causa dei cambiamenti climatici. Un comitato transitorio dovrà preparare un progetto da presentare alla COP28 per l’avvio del fondo di compensazione. Si tratta di un progresso non da poco in materia di giustizia climatica. Dopo circa tre decadi di dibattiti e negoziati lunghi e complessi è stata accettata a pieno titolo l’idea di prevedere un meccanismo finanziario per compensare le perdite ed i danni di Stati che pur inquinando in misura marginale subiscono fortemente l’impatto dei cambiamenti climatici. Per realizzare il meccanismo andranno tuttavia individuati criteri stringenti ed oggettivi affinché le compensazioni siano sostenibili sul piano finanziario e i fondi siano impiegati in maniera appropriata e trasparente. Viene inoltre previsto un sistema di primo allarme per gli eventi metereologici estremi in tutti i Paesi del mondo.

Fin qui le principali indicazioni fornite dalla COP27. Per il resto, accenti di speranza che la crisi climatica possa essere contenuta si sono colti nell’intervento del neoeletto presidente del Brasile che ha infiammato gli animi della assemblea plenaria. Lula ha promesso che il suo esecutivo combatterà senza tregua i crimini ambientali, perseguirà l’obiettivo della deforestazione zero ed istituirà un dicastero per i popoli indigeni, candidando l’Amazzonia ad ospitare la COP del 2025. Ha invocato un mondo più giusto e un nuovo ordine internazionale multilaterale, nonché l’introduzione di un meccanismo di compensazione per i danni e le perdite subiti dai Paesi in via di sviluppo che alla COP27 alla fine ha preso forma. Le sue parole hanno alimentato la speranza che la COP30 in Amazzonia possa celebrare la rinascita del maggior polmone verde del pianeta e la salvaguardia efficace dei popoli indigeni che per secoli ne hanno custodito il patrimonio ambientale d’importanza fondamentale per il Brasile e l’intera umanità. Tanto più che malgrado sia il continente più colpito dagli effetti dei cambiamenti climatici l’Africa presenta una notevole espansione dell’industria fossile nella maggioranza dei suoi 54 Paesi trainata dalla dall’esplorazione e dallo sfruttamento di nuovi giacimenti di risorse facenti capo a varie multinazionali del petrolio e del gas.

È lecito comunque augurarsi che le prossime conferenze ONU sul clima assumano contorni più agili e “business like”, assegnando un ruolo di guida ai Paesi in grado di offrire soluzioni concrete e risultati misurabili e prevedendo l’introduzione di regole per rendere vincolanti gli impegni assunti. Altrimenti si corre il rischio di vanificare nel tempo lo spirito innovatore della Conferenza di Rio de Janeiro del 1992 e di ridurre le COP annuali a forum internazionali di studio e di analisi dei problemi con scarso impatto sulla soluzione degli stessi. A tal fine maggiore enfasi andrà messa sugli scambi e sulla diffusione capillare delle pratiche più efficaci e sostenibili di mitigazione e di adattamento ai cambiamenti climatici. Andrà infine rivisto al ribasso il numero massimo dei partecipanti a vario titolo considerato che gli oltre 30.000 convenuti a Sharm el-Sheikh hanno comportato essi stessi un notevole impatto ambientale, spesso senza compensazione delle emissioni di CO2 create da spostamenti aerei e soggiorni. A rendere più ardui la preparazione e lo svolgimento della COP27 hanno contribuito non poco le misure rigide di sicurezza adottate dalle autorità egiziane per contenere le manifestazioni della società civile, misure che hanno scoraggiato la partecipazione di numerosi difensori dell’ambiente e dei diritti umani.

In un contesto in divenire il nostro Paese può e deve mostrare maggior impegno nel contrasto ai cambiamenti climatici al pari di altri partner europei. L’Italia è uno dei Paesi del nostro continente più esposti già oggi a calamità naturali favorite anche dal consumo eccessivo di suolo, come inondazioni, siccità e innalzamento del livello dei mari con conseguenti salinizzazione dei terreni e desertificazione, scioglimento dei ghiacciai e rapida perdita di biodiversità animale e vegetale con gravi ricadute per agricoltura e allevamento. Siamo anche in prima linea per quanto riguarda gli spostamenti dei migranti climatici destinati ad aumentare con l’intensificarsi degli eventi climatici estremi. Deve essere quindi nostro primario interesse perseguire con sagacia e determinazione gli obiettivi dell’agenda climatica a livello europeo e mondiale e fornire un contributo significativo di idee e di azioni al coordinamento delle politiche necessarie per mitigare il riscaldamento globale e per adattarsi ad esso per il bene delle generazioni presenti e future.

 

Immagine: Bandiera con il logo della Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici del 2022. Crediti: rafapress / Shutterstock.com

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