20 ottobre 2022

La Cina e il Sud globale: un destino comune?

Con il declino dell’ordine internazionale neoliberale successivo alla guerra fredda, nelle crepe dell’egemonia americana ha iniziato a farsi strada la volontà di Paesi come Russia, Cina e Giappone di ridefinire il proprio posto nel mondo. Questi tentativi hanno prodotto frizioni crescenti, poi sfociate in episodi di aperta ostilità, tra i quali la competizione tra Cina e Stati Uniti spicca per l’animosità tra le parti. La teoria della transizione di potenza, elaborata nella disciplina delle Relazioni internazionali spiega questi fenomeni affermando che, quanto più le capacità politiche, economiche e militari tra Stati sono uniformi, tanto più aumentano le possibilità di un conflitto tra la potenza in ascesa verso l’egemonia globale e quella in relativo declino. Il paradigma della transizione mantiene oggi parte del suo potere esplicativo per capire il rapporto tra Cina e Stati Uniti, ma il bipolarismo resta uno dei suoi più grandi limiti. Nel leggere la politica internazionale esclusivamente come il prodotto dei rapporti tra Pechino e Washington si perde il punto di vista di tutti i Paesi che sfuggono agli schieramenti. Molti di questi Stati, soprattutto quelli che si collocano nel cosiddetto “Sud globale”, sono importanti non solo per la loro capacità di influenzare il contesto internazionale, ma anche per ridefinire il ruolo della Cina nel mondo. Se da un lato, infatti, Pechino rivendica la sua appartenenza al novero dei Paesi in via di sviluppo, facendo leva su una comunanza di esperienze e aspirazioni e sull’opposizione alle regole dell’ordine liberale internazionale a guida occidentale, è innegabile che esista una disparità crescente tra la Cina, le altre potenze emergenti e i Paesi più piccoli e poveri.

 

Capire la posizione del Sud globale all’interno del processo di deterioramento delle relazioni tra Cina e Stati Uniti, quindi, è fondamentale per capire la diffusione dell’influenza politica ed economica da occidente verso oriente. Ma cos’è il Sud globale? Il termine sfugge a una definizione univoca, ma alcune chiavi di lettura aiutano a tracciarne i contorni. La prima è l’esperienza condivisa del colonialismo e dell’imperialismo, che ancora oggi producono effetti sulle scelte politiche e le aspirazioni di questi Paesi. Oggi, sviluppo economico, integrità territoriale e stabilità politica sono interessi fondamentali. La ricerca di emancipazione dalla subalternità e dalla retorica del sottosviluppo che giustificava l’espansione coloniale ha reso necessario per questi Stati garantire lo sviluppo economico e il costante miglioramento delle condizioni di vita della popolazione, perché su questo si fonda la loro legittimazione ad esistere come entità autonome. Al contempo, l’eredità dei confini geografici imposti in epoca coloniale, spesso nell’ignoranza delle frontiere etniche e culturali, ha reso prioritario per questi Paesi mantenere il controllo sul territorio, sui propri confini e sui cittadini che vi risiedono.

 

La Cina ha vissuto nel corso della propria storia esperienze di coercizione e destabilizzazione politica ad opera delle potenze occidentali, simili a quelle che accomunano gli Stati ex coloniali – basti pensare che il periodo tra il 1839 e il 1949 è ricordato nella storia cinese come “il secolo dell’umiliazione” – e Pechino rivendica la propria posizione all’interno del Sud globale enfatizzando, nonostante sia oggi la seconda economia mondiale, le condizioni che la accomunano ai Paesi in via di sviluppo. Rispolverando la storia e le tradizioni dei legami tra l’impero cinese e le civiltà dell’Asia, dell’Africa, dell’America Latina, promuovendo slogan come “eravamo grandi prima che arrivasse l’Occidente”, o chiosando che “la Cina non ha mai invaso un altro Paese”, Pechino tenta da anni di costruire una narrazione strategica fondata sulla coesione ideologica con il Sud globale. Con l’obiettivo di produrre un ecosistema politico di attori, relazioni e comportamenti che plasmino la realtà internazionale in suo favore, la Cina racconta la propria storia con un linguaggio che trova risonanza nei Paesi in via di sviluppo e suscita il loro interesse. La Belt and Road Initiative, il ripristino degli antichi percorsi della Via della Seta, è un ottimo esempio della costruzione di narrazioni storiche il cui obiettivo è quello di facilitare le relazioni con il Sud globale.

 

Al di là degli immediati vantaggi commerciali, questa narrazione ha anche favorito l’avvio e la sperimentazione di una politica di “multilateralismo sino-centrico”, fondata sulla stipula di accordi istituzionali con lo scopo di offrire alternative al multilateralismo a guida occidentale. Questo sforzo si è tradotto nella realizzazione di forum regionali per la diplomazia. Uno degli esempi di maggior successo è il Forum for China-Africa Cooperation (FOCAC), composto dall’insieme dei 54 Stati africani e la Cina: in questa sede si discutono progetti di cooperazione infrastrutturale e investimenti per lo sviluppo, ma anche questioni legate alla sicurezza nella regione. Per i Paesi del Sud globale, le iniziative diplomatiche a guida cinese presentano, rispetto a quelle occidentali, la fondamentale attrattiva di non essere soggette a condizioni di tipo politico e di garantire la non ingerenza negli affari interni. A ciò si aggiunge che queste iniziative si sovrappongono spesso a gruppi regionali già esistenti: ad esempio, l’Unione Africana nel caso del FOCAC o la Lega Araba in quello del China-Arab States Cooperation Forum.

 

Per Pechino, tuttavia, le relazioni con il Sud globale sono state anche un modo per sperimentare e affinare i propri strumenti di politica estera. Ciò consente di farsi un’idea del suo modo di operare e delle sue intenzioni. I rischi non mancano: anche i prestiti cinesi hanno le proprie condizioni, se non politiche, come quelle occidentali, quantomeno economiche, e non è ancora del tutto chiaro come Pechino voglia trattare eventuali casi di insolvenza. Questa ambiguità è evidente anche nel modo in cui gli stessi Paesi del Sud globale percepiscono e raccontano la Cina: una compagna fraterna e solidale; un partner di sviluppo alternativo all’Occidente che offre, nella sua parabola di successo, un modello da replicare; ma anche una potenza egemonica. Tre narrazioni sovrapposte, ma contrastanti tra loro, che tuttavia procedono in parallelo trovando uguale consenso.

 

In conclusione, nel ragionare sulle implicazioni che avrà per il Sud globale il passaggio dall’ordine internazionale liberale al multipolarismo è necessario chiarire quale sarà la nuova base normativa del sistema internazionale guidato dalla Cina e in che modo la leadership cinese avrà un impatto sugli interessi dei Paesi in via di sviluppo. Ma soprattutto, si dovrà capire se, nonostante la profonda asimmetria di potere, Pechino saprà davvero promuovere un nuovo tipo di relazioni con il Sud globale, oppure – parafrasando Julius Nyerere, primo presidente della Repubblica di Tanzania – quella della Cina con il continente africano sia destinata a restare “la più impari delle relazioni tra pari”.

 

* Questo articolo riprende i contenuti della lezione tenuta da Chris Alden (London School of Economics and Political Science) il 6 luglio 2022 presso la 16ª TOChina Summer School, Dipartimento di Culture, Politica e Società dell’Università di Torino.

 

Immagine: Lavori di costruzione di strade su larga scala eseguiti da un appaltatore cinese. Il governo cinese sta investendo enormemente nel settore delle infrastrutture dell’Africa orientale, Kampala, Uganda (2017). Crediti: Robin Nieuwenkamp / Shutterstock.com

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