26 aprile 2022

La Cina di Xi di fronte alla guerra in Ucraina

A due mesi dall’invasione russa dell’Ucraina, la Cina popolare non ha cambiato atteggiamento rispetto alla sua posizione iniziale – alla fine ha condannato l’aggressione, pur tra mille equilibrismi per non definire ‘guerra’ quella che di fatto è; ha detto no alle sanzioni unilaterali imposte dal fronte occidentale a Mosca, pur impegnandosi a non boicottarle (ma trovando altri modi per sostenere il governo ‘amico’) – né sembra intenzionata a cedere rispetto alla propria posizione critica nei confronti degli Stati Uniti e del blocco occidentale in generale, come hanno rivelato i toni (e i contenuti) tutt’altro che amichevoli della recente telefonata tra il capo del Pentagono Lloyd Austin e il ministro della Difesa cinese Wei Fenge – la prima in assoluto tra i due dall’avvio dell’amministrazione Biden, e ancor prima gli esiti del vertice UE-Cina in videoconferenza, lo scorso 1° aprile. In altre parole, sebbene Pechino persista nel ribadire la propria neutralità nella guerra della Russia in Ucraina, di fatto non perde occasione per accusare gli Stati Uniti e la NATO di aver incitato alla guerra. Tanto meno ha manifestato tentennamenti riguardo alla sua relazione ‘speciale’ e all’amicizia ‘senza limiti’ con Mosca, sancita dalla firma della ‘Dichiarazione congiunta’, lo scorso 4 febbraio. Al contrario, sembrerebbe intenzionata a rafforzare il partenariato strategico globale, come è emerso chiaramente dall’incontro tra il viceministro degli Esteri cinese, Le Yucheng, e l’ambasciatore russo in Cina, Andrey Denisov, il 19 aprile. A detta di Le, indipendentemente dall’evoluzione della situazione internazionale, «la Cina, come sempre, rafforzerà il coordinamento strategico con la parte russa, realizzerà una cooperazione vantaggiosa per tutti e salvaguarderà congiuntamente gli interessi comuni di entrambe le parti». Si tratta di una presa di posizione netta, che non lascia margini di dubbio sulle scelte del governo cinese. Eppure, sembrerebbe una scelta rovinosa per una Cina che non può permettersi di rompere con l’Occidente, il che le impone, necessariamente, di trovare un modus vivendi per la gestione dei futuri rapporti sia con Washington sia con Bruxelles. Non sarebbe la prima volta per la Cina popolare. Basti pensare a quanto accadde all’indomani dei fatti di piazza Tienanmen, quando la condanna e l’isolamento internazionali, unite alle sanzioni economiche e diplomatiche occidentali, sembravano aver vanificato i brillanti risultati raggiunti dalla politica di riforma e di apertura avviata da Deng Xiaoping un decennio prima, e compromesso il suo futuro quale grande potenza.  

Alla luce dei danni sempre più evidenti in termini di reputazione e immagine per la Cina di Xi Jinping, oltre che delle pericolose ricadute economiche che iniziano a farsi sentire – che si sommano ad una fortissima recrudescenza dei contagi in Cina che sta bloccando quasi la metà dell’economia nazionale, mettendo a serio rischio il commercio globale e le sue previsioni di ripresa per il 2022, e generando forti instabilità sociali – non sono in pochi a chiedersi che cosa voglia realmente Pechino e, soprattutto, se ci sia qualcosa che possa indurre la leadership cinese ad un ripensamento della sua relazione ‘speciale’ con Mosca. Questo anche alla luce del fatto che appare sempre più palese come le scelte del Cremlino stiano avendo delle serie ripercussioni anche per Zhongnanhai, al di là degli aspetti economici. Sotto il profilo militare, le ‘dubbie’ prestazioni delle forze russe sul campo di battaglia sono oggetto di una grande riflessione per l’Esercito popolare di liberazione (EPL) che ad esse si è a lungo ispirato. Come spiega un interessante articolo del Financial Times, per l’EPL, le operazioni russe in Ucraina rappresentano vere e proprie ‘lezioni dal vivo’ del tipo di guerra che le truppe cinesi non hanno sperimentato dai tempi della cosiddetta ‘spedizione punitiva’ lanciata contro il Vietnam nel marzo del 1979. In questo senso Pechino teme che i suoi militari soffrano di una sorta di ‘malattia della pace’, ossia una mancanza di esperienza sul campo di battaglia e di spirito combattivo. Non meno rilevanti sono le ripercussioni in ambito geopolitico, il cui emblema è rappresentato dalla rinnovata – e fino a poco tempo fa tutt’altro che scontata – compattezza dell’alleanza atlantica e dalla sua crescente espansione in Europa e in Asia orientale. Basti pensare che le portaerei statunitensi sono tornate nel Mar del Giappone, dopo ben cinque anni, posizionandosi di fronte alla Corea del Nord e sotto la Russia. In Finlandia e Svezia si è avviata una discussione, sia in ambito governativo sia a livello di opinione pubblica, su un prossimo ingresso dei due Paesi nella NATO. Una risposta, semplice, quanto banale, potrebbe essere l’interesse nazionale cinese, quale è percepito dalla leadership comunista, che sembrerebbe agli antipodi rispetto a quello dell’‘alleato’ russo, e riassumibile in due parole chiave: ordine e stabilità. Pertanto, nel gestire le sue relazioni con la Russia, Pechino potrebbe perseguire i propri interessi attraverso quella che è stata definita una ‘maximin’ strategy, ossia una strategia con la quale il governo cinese cerca di massimizzare i benefici che può trarre dall’indebolimento e dal crescente isolamento della Russia, dagli effetti nefasti della guerra in Ucraina e dal suo confronto con l’Occidente, minimizzando al contempo le ricadute negative di questo confronto per il Paese. A ben vedere, si tratta di una strategia complessa e alquanto rischiosa per il governo e per il Partito comunista alla sua guida, e può rivelarsi fatale per il suo leader che, forse, ha ‘investito’ troppo su un partner come Vladimir Putin che ha dimostrato una grande incoscienza e una forte inclinazione a creare caos e distruzione scatenando la guerra, determinando una grande instabilità, sia dentro che fuori le aree interessate dal conflitto. Questo è esattamente quello che Pechino ha a lungo cercato di evitare (quantomeno a parole), poiché il disordine e l’instabilità mettono a repentaglio, oltre che la propria crescita economica, la riuscita dei progetti che il Paese sta portando avanti nell’ottica della realizzazione del ‘sogno cinese’ e del rinnovamento della nazione, e per i quali un ordine globale funzionante costituisce la conditio sine qua non. Per ora, a prevalere sulle differenze è una parvenza di intesa tra due uomini forti che sembrano ‘amarsi’ e fidarsi l’uno dell’altro, uniti nel comune obiettivo di non lasciare che un Occidente, ai loro occhi sempre più prepotente, continui a dettare le regole del gioco. Nella realtà, la Cina di Xi non è mai stata così ‘fragile’, la stessa leadership non sembra più così solida, a pochi mesi dal XX Congresso del Partito comunista che dovrebbe consegnare al leader della ‘quinta generazione di governanti’ al potere un inedito terzo mandato. Pertanto, nel perseguire la sua ‘maximin’ strategy, Pechino dovrà ponderare ogni minimo dettaglio, poiché la prosecuzione della sua neutralità filorussa implica un continuo defilarsi della Cina dalle proprie responsabilità di potenza globale, con tutto ciò che ne consegue.

Alla luce di quanto detto finora, le parole espresse dal presidente cinese nel discorso di apertura della Conferenza annuale del Boao Forum for Asia – il corrispettivo asiatico del vertice economico di Davos – tenutasi lo scorso 21 aprile, posso essere lette in chiaroscuro. Con il suo discorso, significativamente intitolato ‘Essere all’altezza delle sfide e costruire un futuro luminoso attraverso la cooperazione’, Xi ha osservato come la storia dell’umanità insegni che nei momenti più difficili sia necessario rinsaldare ancora di più la fiducia; che le contraddizioni non debbono fare paura poiché sono proprio esse a promuovere il progresso della società umana; e che «per uscire dalla nebbia e abbracciare un futuro luminoso, la più grande forza viene dalla cooperazione e il modo più efficace è attraverso la solidarietà». Egli ha inoltre auspicato un maggiore coordinamento tra le principali economie mondiali per prevenire che le decisioni politiche abbiano ricadute «gravi e negative» sulla crescita globale e la stabilità della supply chain, affermando come in un mondo globalizzato non ci sia spazio per un decoupling.

A fare da contraltare a queste parole, volte in un certo qual modo a ‘rassicurare’ il mondo, con l’impegno a continuare a lavorare per migliorare la governance globale, sono quelle volte a ribadire, senza mai citare direttamente gli Stati Uniti, l’Unione Europea e gli altri alleati di Washington, le posizioni chiave anti-occidentali di Pechino, ossia l’opposizione alle ‘sanzioni unilaterali’, ai ‘doppi standard’, alla  ‘giurisdizione a braccio lungo’, alla ‘mentalità da guerra fredda’ che, a detta di Xi, può solo danneggiare il quadro della pace globale, laddove l’egemonismo e la politica di potenza non fanno altro che minarla. Per questo il presidente cinese propende per ‘un’iniziativa di sicurezza globale’ a sostegno della cosiddetta ‘indivisibilità della sicurezza’, un principio già avallato da Mosca sull’invasione in Ucraina, secondo il quale la comunità internazionale «dovrebbe rispettare la sovranità e integrità territoriale» di ogni Paese, tenendo però nella debita considerazione le «legittime preoccupazioni di tutti».

 

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Immagine: Xi Jinping (5 luglio 2017). Crediti: 360b / Shutterstock.com

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