18 aprile 2019

La Cina della lotta all’inquinamento

Lo scorso 5 marzo si è aperta la seconda sessione della XIII Assemblea popolare nazionale, l’organo supremo di potere della Repubblica popolare cinese (RPC), in occasione della quale il premier cinese Li Keqiang ha presentato il consueto rapporto di lavoro del governo dell’anno precedente, passando in rassegna i risultati e i successi conseguiti in vari ambiti e le sfide da affrontare per l’anno in corso, in cui ricorre il settantesimo anniversario della RPC e si avvicina il primo dei due obiettivi centenari (liangge yibai nian’ fendou mubiao) che mira a costruire una società moderatamente prospera entro il 2021. Tra queste rientrano le cosiddette “tre grandi battaglie” (san da gongjianzhan), ossia la lotta contro lo sradicamento della povertà, la gestione del rischio finanziario e la lotta contro l’inquinamento, continuando a promuovere uno sviluppo ecologico sostenibile, ritenute una “missione sacra” per il Partito.

Come si è già avuto modo di analizzare in un precedente articolo, la questione ambientale rappresenta da tempo uno dei capitoli principali dell’agenda politica di Pechino, per via delle sue importanti ripercussioni sia interne sia esterne. Da tempo il governo comunista si è impegnato nell’adozione di politiche volte a bilanciare protezione ambientale, crescita economica e stabilità sociale, come emerge dai piani quinquennali approvati fin dai primi anni Ottanta, e di leggi che aumentano le responsabilità dei funzionari pubblici e inaspriscono le pene per i trasgressori. Come diretta conseguenza di tali misure, negli ultimi anni la Cina ha conseguito progressi importanti negli ambiti dell’ecologia e della tutela ambientale. A dirlo non sono tanto le statistiche cinesi (non sempre attendibili), quanto piuttosto le agenzie e le organizzazioni internazionali. Secondo un rapporto rilasciato dalla NASA nel febbraio scorso, il mondo è più verde di quanto non fosse due decenni fa, e questo grazie anche soprattutto a India e Cina. In particolare, la RPC si piazza al primo posto al mondo, con oltre il 25% della quota globale di alberi piantati. In effetti, negli ultimi decenni, Pechino ha promosso nel suo territorio il rimboschimento su vasta scala e il ripristino ecologico, attuando vari progetti ad hoc. Anche il problema della desertificazione e del degrado di suolo ha conosciuto un evidente attenuamento nel Paese, con una riduzione della superficie desertica superiore a 12.000 metri quadrati negli ultimi cinque anni. Uno dei maggiori successi nell’ambito del controllo della desertificazione riguarda il deserto del Kubuqi, nella Mongolia Interna, a lungo conosciuto come il “mare della morte” (si wang zhi hai). A seguito di una serie di interventi mirati di inverdimento, il Kubuqi è diventato un’oasi ed è stato inserito dalle Nazioni Unite nella lista delle “Zone pilota mondiali di economia ecologica dei deserti”, diventando un “modello” da imitare, nell’ambito del controllo della desertificazione nei Paesi che si trovano lungo il braccio terrestre della Nuova Via della Seta.

Risultati positivi sono stati ottenuti anche nella lotta contro l’inquinamento atmosferico. Secondo quanto illustrato dal ministro cinese dell’Ecologia e della Tutela ambientale, Li Ganjie, durante una conferenza stampa organizzata negli stessi giorni in cui era riunito il Parlamento per la sessione annuale, nel 2018 il numero delle giornate di bel tempo in 338 città principali è salito al 79,3%, con un aumento del 1,3% rispetto all’anno precedente; al contempo, la densità media dei valori di PM2,5 nelle medesime città ha visto una riduzione del 9,3%.

Su ammissione dello stesso ministro, però, la parte più difficile della sfida in questo ambito deve essere ancora affrontata, e la battaglia sarà dura da vincere: uno degli ostacoli principali risiede nella (annosa) tendenza, da parte di alcuni funzionari, a falsificare i dati.

Ad avallare i buoni risultati in questo ambito è intervenuto il direttore esecutivo del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP), Joyce Msuya, in un’intervista rilasciata all’agenzia di stampa ufficiale cinese Xinhua, lo scorso 5 marzo. Msuya, che in passato è stata coordinatrice regionale per l’Asia orientale e il Pacifico della Banca mondiale in Cina, ha salutato il successo di Pechino nel passaggio alle fonti di energia rinnovabili e nella lotta all’inquinamento atmosferico e idrico, sostenendo come il perseguimento dello sviluppo ecologico da parte della Cina possa rappresentare una fonte di ispirazione per altri Paesi in via di sviluppo.

Ma la Cina non si ferma, nella consapevolezza che c’è ancora molto da fare. Nella terza parte del citato rapporto di lavoro del governo, dedicata ai “Compiti per il 2019”, si afferma che la Cina continuerà a promuovere la prevenzione e il risanamento dell’inquinamento, consolidando e migliorando i risultati della lotta per la salvaguardia dell’aria, nell’ambito del cosiddetto “Piano d’azione triennale della guerra per la difesa del cielo blu, 2018-2020” (Da ying lantian baowei zhan san nian xingdong jihua 2018-2020), varato nel luglio 2018. Per prevenire e risanare l’inquinamento delle acque e del suolo, la Cina ha in mente di sviluppare un’industria ecocompatibile su vasta scala che consenta ai cittadini di godere di un ambiente bello e vivibile.

Pechino sembrerebbe, dunque, fare sul serio, come rivela anche la pubblicazione da parte del Research Program on Sustainability Policy and Management presso l’Earth Institute della Columbia University e il China Centre for International Economic Exchanges del secondo rapporto annuale relativo al “China Sustainable Development Indicator System” – un quadro di indicatori di sostenibilità e una classificazione annuale delle performance di sostenibilità delle città e province cinesi. Il rapporto intitolato Rapporto di valutazione sullo sviluppo sostenibile in Cina (Zhongguo ke chisu fazhan pingjia baogao), è stato pubblicato dalla Social Sciences Academic Press of China, sotto forma di “libro blu” (lanpishu) lo scorso mese di novembre, a seguito di una severa procedura di selezione dei contenuti meritevoli di pubblicazione nell’ambito del XIII piano quinquennale (2016-2020). Vale la pena sottolineare che in Cina i “libri blu” sono collane accademiche molto prestigiose, che forniscono basi scientifiche di guida per i processi decisionali, a conferma della rilevanza dello sviluppo sostenibile nell’attuale fase di sviluppo del Paese.

 

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