8 aprile 2020

La Cina riparte, ma senza abbassare la guardia

 

Gli spazi verdi di Pechino tornano a popolarsi. Al Parco del Lago dell’Unità, nel distretto di Chaoyang, il cinguettio degli uccelli torna a mescolarsi con la musica che accompagna coppie di anziani pechinesi nei loro balli all’aria aperta e a confondersi con i colpi secchi delle jianzi – le piastrine coperte di piume fatte rimbalzare coi piedi – calciate qua e là da gruppi di due o più persone. Le carpe che nuotano nel lago tornano a mangiare a sazietà, rimpinzate da bambini e adulti accovacciati a guardarle. La primavera torna ad abbracciare la vita dei pechinesi e a farsi spazio nella loro quotidianità attraverso le foto delle fioriture primaverili scattate con gli smartphone. Non troppo distante da lì, il quartiere di Sanlitun, rinomato per i suoi locali e la movida notturna, torna a essere luogo di ritrovo dei giovani cinesi, sebbene i bar e i locali che costeggiano la via omonima restino chiusi. Le aree residenziali della città tornano a essere teatri di vita, sui cui palcoscenici padri e figli giocano assieme, uomini e donne di mezza età condividono storie con i vicini mentre portano a spasso i loro cani e anziani praticano qigong. Con le loro voci e i loro gesti scandiscono nuovamente le giornate di noi spettatori estemporanei, riempiendo delle loro esistenze le abitazioni circostanti.

 

Sono frammenti, questi, della Pechino postemergenza, che si avvia lentamente verso una “nuova” normalità, una condizione caratterizzata nel medesimo tempo dal graduale ritorno alle abitudini pregresse e dal permanere di uno stato d’allerta indicativo di una crisi ancora non totalmente superata, che apre una nuova fase di convivenza con il virus di qui ai prossimi mesi. «Dopo tre mesi di duro lavoro, l’epidemia è stata controllata in una certa misura. Il nostro Paese, da che era un’area ad alto rischio, è entrato in una fase a basso rischio. Naturalmente, basso rischio non vuol dire nessun rischio». Sono le parole di Zhong Nanshan, il celebre pneumologo cinese salito alla ribalta durante l’epidemia di SARS del 2002-03, il quale ribadisce l’importanza di continuare a mantenere le distanze nei luoghi pubblici e invita a non partecipare a raduni di massa, a non cenare con amici e a non recarsi in luoghi affollati.

 

Stando agli ultimi dati diffusi dalle autorità sanitarie cinesi, nelle 24 ore di lunedì 6 aprile sono stati segnalati in tutta la Cina continentale 32 nuovi casi di contagio da Covid-19 (tutti “di ritorno”), 12 nuovi casi sospetti (anch’essi “importati” dall’estero) e 30 nuovi casi asintomatici. Per la prima volta, inoltre, nel Paese non sono stati registrati nuovi decessi. Alla mezzanotte tra il 6 e il 7 aprile, il numero ufficiale dei morti resta invariato a quota 3.331. Alle vittime dell’epidemia di Coronavirus è stato reso omaggio sabato 4 aprile, il giorno della Qingmingjie, la Festa dei Morti. Nell’intero Paese le bandiere sono state issate a mezz’asta e alle ore 10.00 sono stati osservati 3 minuti di silenzio, riempiti dalle sirene di allarme antiaereo e dai clacson delle vetture in strada (anche treni e navi hanno partecipato al lutto).

 

La maggiore preoccupazione di Pechino al momento sembra scaturire dalla possibilità che una seconda ondata di contagi possa essere innescata da portatori asintomatici e persone infette provenienti dall’estero. Un esempio dei provvedimenti adottati in tal senso dalla leadership cinese ci è fornito dalla storia di Zhou Yiwen [1], rientrato a Pechino da Madrid il 18 marzo scorso. Dopo il suo arrivo nella capitale è stato portato dall’aeroporto in un hotel vicino a casa sua. «Sarei dovuto rimanere lì in isolamento per 14 giorni. Ma, inaspettatamente, il 23 marzo, mi è stato comunicato che sarei stato trasferito in una nuova struttura, a Nanyuan, dove mi avrebbero sottoposto a una ‘quarantena centralizzata», racconta ad Atlante Treccani. «Una persona che viaggiava sul mio stesso aereo è risultata positiva alla Covid-19. Sedeva non lontano da me, così sono diventato un contatto stretto». A Nanyuan, Zhou è rimasto fino al 2 aprile. Durante il periodo di isolamento, oltre a comunicare la sua temperatura corporea due volte al giorno, ha dovuto assumere preparati farmaceutici della medicina tradizionale cinese. Al test del tampone è stato sottoposto due volte, una all’arrivo e una alla partenza. «Al primo hotel, ho coperto io le spese, ma una volta trasferito a Nanyuan, si sono fatti carico loro dei costi», conclude.

 

Come dimostra il caso di Zhou, a Pechino, ma non solo, il livello d’allerta rimane alto. Le misure di controllo e prevenzione non cessano di essere applicate. All’ingresso di xiaoqu, negozi, supermercati, centri commerciali, parchi o qualsiasi altro luogo pubblico viene misurata la temperatura corporea con appositi termometri a infrarossi. Nelle aree residenziali l’accesso continua a essere consentito soltanto alle persone munite di pass. Anche il ricorso alla tecnologia continua a giocare un ruolo determinante: un miniprogramma di WeChat basato sull’utilizzo dei big data è in grado di stabilire dopo pochi passaggi la posizione in cui ci si è trovati negli ultimi 14 giorni; se dall’analisi degli spostamenti non si risulta essere soggetti a rischio, comparirà sul proprio smartphone una freccia verde, una sorta di lasciapassare.

 

La Cina si prepara quindi a ripartire, ma senza abbassare la guardia. Mentre gli studenti in diverse parti del Paese cominciano a tornare a scuola, e le attività lavorative e produttive tornano alla normalità, oggi, dopo 76 giorni di lockdown, ha riaperto – con alcune restrizioni ancora in vigore – anche Wuhan, il capoluogo dell’Hubei dove tutto è iniziato.

 

[1] Su sua richiesta, abbiamo usato un nome alternativo

 

Immagine: Turisti con indosso mascherine protettive si godono la primavera nel Parco Yuyuantan, dopo due mesi di blocco a causa dell’epidemia di Coronavirus, Pechino, Cina (28 marzo 2020). Crediti: zhewen_zheng / Shutterstock.com

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