27 gennaio 2014

La Conferenza di pace sulla Siria

Mercoledì 22 gennaio a Montreux, cittadina svizzera affacciata sul Lago di Ginevra, è iniziata la Conferenza Internazionale sulla crisi in Siria. “Ginevra II” (che segue il vertice denominato Ginevra I, conclusosi nel giugno 2012) inizia con aspettative pressoché nulle di successo. Le parti che si stanno incontrando, da un lato il governo siriano di Bashar al Assad, dall’altro la Coalizione Nazionale siriana, non potrebbero infatti essere più distanti.

Il segretario delle Nazioni Unite, il sud coreano Ban Ki-moon, ha ritirato l’invito all’Iran a partecipare al vertice all’ultimo momento, a causa del rifiuto di Teheran di accettare alcune condizioni preliminari per negoziare a Ginevra. In particolare, i diplomatici iraniani avrebbero rifiutato l’eventualità di un piano di transizione che affidi i poteri a un governo di unità nazionale dotato di pieni poteri, condizioni che erano esplicitamente menzionate nel comunicato seguito a Ginevra I e quindi note da quasi due anni.

La partecipazione di Teheran è stata oggetto, nelle scorse settimane, di tensioni tra Washington e il Palazzo di Vetro. Ban Mi-moon era convinto che la presenza iraniana potesse rappresentare una svolta per il vertice data l’enorme influenza che Teheran eserciterebbe su Damasco.

Venerdì 24 gennaio, durante il primo giorno di negoziati, le due parti hanno persino rifiutato di sedersi nella stessa stanza, costringendo Lakhdar Brahimi, l’inviato in Siria di Onu e Lega Araba, a una imbarazzante navetta diplomatica per trasmettere le posizioni delle due parti.

Sabato 25 gennaio, la delegazione governativa siriana, guidata dal ministro degli esteri Walid al Moualem, e la delegazione delle opposizioni raccolte sotto la sigla della Coalizione Nazionale Siriana hanno accettato di negoziare nella stessa stanza, seppur senza parlarsi direttamente, ma solo col tramite di Brahimi. E questa, è sembrata addirittura una buona notizia.

In realtà, anche se seduti a pochi metri di distanza, un muro invalicabile ha diviso per tutta la giornata di sabato le due parti. Al Moualem ha accusato le opposizioni di aver aperto le porte del paese ai terroristi, rifiutando qualsiasi pressione internazionale per un cessate il fuoco e proclamando il governo lealista di Bashar al Assad l’unico difensore degli interessi dei civili siriani minacciati dai terroristi.

Il capo della delegazione delle opposizioni siriane, Ahmad Jarba ha accusato il governo siriano di aver assoldato dei mercenari sciiti per poi avere la giustificazione di intervenire contro i terroristi presenti nel paese.

Alla vigilia del vertice le spaccature tra le due fazioni presenti a Ginevra erano il riflesso parziale di più ampie divisioni sullo scacchiere internazionale, con la Turchia e l’Arabia Saudita che sostengono il fronte delle opposizioni e l’Iran che sostiene il governo di Assad anche tramite l’invio di armi e di uomini delle milizie libanesi di Hezbollah.

A queste divisioni si sommano quelle interne al fronte delle opposizioni ad Assad. Un fronte variegato e non unitario, di cui a Ginevra è rappresentata solo una parte, per giunta quella militarmente più debole. La partecipazione al vertice di Ginevra è stata infatti riservata solo all’Esercito Libero Siriano, la fazione più moderata e riconosciuta dall’Occidente. Lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante e il Fronte Islamico (quest’ultimo sostenuto dall’Arabia Saudita), decisamente più aggressivi sul territorio non partecipano al vertice.

L’importanza di questi gruppi ribelli è tale da lasciar pensare che anche qualora si dovesse giungere a un compromesso, gli impegni presi a Montreux difficilmente potranno essere mantenuti in Siria dal solo fronte moderato.

Difficile dunque immaginare che ogni pezzo di questo delicato mosaico possa ricomporsi grazie alla mediazione di Brahimi e i buoni auspici di Ban Ki-moon.

Il segretario di stato americano John Kerry, pochi giorni prima dell’inizio dei negoziati, ha dichiarato pubblicamente che qualsiasi soluzione si troverà a Ginevra questa richiederà necessariamente un passo indietro di Assad. Una possibilità esplicitamente rifiutata dal fronte governativo. Quello toccato da Kerry è un nodo talmente centrale da autorizzare qualche dietrologia sulla reale opportunità di tali dichiarazioni.

L’impressione è che data l’impossibilità di ottenere un accordo risolutivo sulla crisi siriana (oltre centomila morti dall’inizio della guerra civile tre anni fa, ma l’ONU ha interrotto il conteggio delle vittime) si cerchi di trovare un compromesso su qualche aspetto di minore importanza, come l’apertura di un corridoio umanitario per personale delle Nazioni Unite o il rilascio di civili assediati dalle città di Homs o Aleppo.

Il ministro degli esteri russo, Sergej Lavrov ha chiesto che a Ginevra vi sia unità di intenti nella lotta contro il terrorismo, mentre il ministro degli esteri francese Laurent Fabius ha escluso che questo possa essere oggetto di una qualche intesa nel corso del vertice, limitandosi a ricordare la necessità di arrivare a un governo di transizione dotato di pieni poteri.

Un’inconciliabilità di fondo anche tra gli attori a margine dell’intesa che lascia pensare che le parti siano impegnate in un gioco al rialzo finalizzato esclusivamente a lasciare il cerino nelle mani dell’avversario, scaricando così l’un l’altro la responsabilità di un inevitabile fallimento del vertice.

Gli incontri proseguiranno, salvo sorprese, per tutta questa settimana, con alcune prevedibili interruzione dei negoziati. “Stiamo discutendo di come porre fine alle violenze” ha dichiarato lo stesso Brahimi che pure mantiene un certo riserbo sulle questioni che contano.

L’apertura più importante che sembra esserci stata tra le parti riguarda la possibilità di costruire un corridoio umanitario. Il governo siriano sarebbe disponibile a concedere a personale delle Nazioni Unite di lavorare dietro le linee nemiche a difesa della popolazione civile in città come Homs e Aleppo, sino ad oggi teatro di scontri molto violenti.

L’assenza di Teheran rimane l’ipoteca più pesante sulle possibilità di successo di Ginevra II, data l’enorme influenza che l’Iran esercita sulla crisi siriana.

Data la piega inconcludente che stanno prendendo i negoziati è possibile che, dopo l’accordo sul nucleare dello scorso novembre, dalla Svizzera per gli iraniani arrivi un’altra buona notizia: ossia che nulla venga ancora deciso sulle sorti di Damasco, un modo come un altro per mantenere al potere Bashar al Assad.

 

Pubblicato in collaborazione con Altitude, magazine di Meridiani Relazioni internazionali


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