04 settembre 2017

La Corea del Nord alza la posta in gioco

Un primo sisma di magnitudo 6.3, nei pressi del sito per i test nucleari di Punggye-ri in Corea del Nord; poi una seconda scossa di magnitudo 4.6, otto minuti dopo, dovuta a un ‘cedimento’. Che si tratti di episodi sismici artificiali pare subito chiaro: gli scienziati nucleari di Pyŏngyang sono tornati in azione, eseguendo gli ordini di un leader supremo determinato a proseguire quella che spesso viene definita una sfida, ma che per il regime è una partita geopolitica su cui si gioca la sua stessa sopravvivenza. Su quanto accaduto non ci sono dubbi: la Corea del Nord, a mezzogiorno circa, ora locale, di domenica 3 settembre, ha portato a termine il suo sesto test nucleare, per quanto all’inizio manchino conferme ufficiali. Ecco dunque che la macchina della propaganda si attiva: per le tre del pomeriggio – rende noto l’agenzia di stampa sudcoreana Yonhap – è atteso un ‘annuncio speciale’ da parte della TV di Stato di Pyŏngyang. E l’annuncio arriva prontamente dalla voce di Ri Chun-hee, la ‘giornalista del popolo’ che – pur in pensione dal 2012 – periodicamente ritorna sugli schermi per informare i nordcoreani sui più importanti sviluppi della vita del regime: il test di una bomba all’idrogeno destinata a essere montata sui missili balistici intercontinentali di Kim Jong-un è stato – assicura Pyŏngyang – «un completo successo». Mancano ovviamente riscontri e conferme indipendenti, ma se i precedenti annunci nordcoreani sullo sviluppo di un ordigno all’idrogeno erano stati accolti con scetticismo in Occidente, questa volta le rivendicazioni del regime paiono decisamente più fondate. Secondo le stime del centro sismologico norvegese (NORSAR), la bomba potrebbe aver sprigionato una quantità di energia pari a 120 kilotoni, mentre valutazioni più prudenti parlando di 50 kilotoni; in ogni caso valori superiori di almeno 5 volte rispetto all’ultimo test condotto nel settembre 2016 e ben più consistenti rispetto a quelli registrati a Hiroshima e Nagasaki nell’agosto del 1945.

La prova di forza è arrivata a poche ore dall’annuncio – da parte del regime – di disporre della bomba all’idrogeno, con tanto di fotografie del leader Kim Jong-un intento a ispezionare con attenzione gli ultimi prodotti della tecnologia bellica nordcoreana. Subito il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha sentito telefonicamente il primo ministro giapponese Shinzo Abe, in un clima già reso teso nei giorni precedenti dall’ennesimo lancio balistico di Pyŏngyang. Era probabilmente difficile immaginare che il sesto test fosse compiuto a una distanza temporale così breve dall’annuncio, ma l’evento non può considerarsi una vera e propria sorpresa: per quanto infatti le immagini dei satelliti commerciali non fornissero particolari elementi a supporto di tale tesi, a fine agosto l’intelligence sudcoreana aveva comunque informato il Parlamento di aver colto segnali che lasciavano presagire la preparazione di un nuovo test nucleare a Punggye-ri.

La reazione contro l’iniziativa di Pyŏngyang non si è fatta attendere. Netta la presa di posizione del Giappone, con il primo ministro Abe che ha sottolineato come il comportamento della Corea del Nord sia inaccettabile e rappresenti una chiara e imminente minaccia alla sicurezza di Tokyo. Sulla stessa linea Moon Jae-in, da pochi mesi presidente della Corea del Sud, che ha invocato durissime misure contro il regime nordcoreano e chiesto la mobilitazione di tutte le risorse diplomatiche per isolare Pyŏngyang. Peraltro, Moon si era fatto promotore durante la campagna elettorale di un rilancio della sunshine policy, più orientata al dialogo con il riottoso vicino; un aspetto, quest’ultimo, che Donald Trump non ha mancato di rimarcare in mattinata nei suoi tweet sulla vicenda, rilevando come la Corea del Sud si stia rendendo conto del fatto che la politica di appeasement non funzioni con il regime di Kim Jong-un, in grado di comprendere esclusivamente il linguaggio delle armi. «Con le sue parole e le sue azioni, Pyŏngyang continua a mostrarsi estremamente ostile e pericolosa per gli Stati Uniti» ha twittato l’inquilino della Casa bianca, che ha inoltre sottolineato come la Corea del Nord stia creando forti imbarazzi alla Cina, incapace di richiamare all’ordine il leader nordcoreano. Quanto all’ipotesi di un attacco contro Pyŏngyang, Trump si è limitato semplicemente a un «vedremo». Dopo aver incontrato il presidente e il vice Mike Pence, il segretario alla Difesa James Mattis ha ribadito che gli Stati Uniti sono pronti a una decisa risposta militare a ogni minaccia contro di loro o i loro alleati: Washington – ha dichiarato il capo del Pentagono – non ha come obiettivo il completo annientamento della Corea del Nord, ma dispone comunque di diverse opzioni militari per farlo. Trump aveva anche lanciato l’ipotesi di un’interruzione delle relazioni commerciali con tutti i Paesi che fanno affari con Pyŏngyang, anche se – per lo meno in questi termini – la proposta appare difficilmente attuabile, considerando che significherebbe interrompere le relazioni commerciali con il principale partner del regime, la Cina.

Anche Pechino ha riservato parole dure verso Pyŏngyang, la cui spregiudicatezza finisce di fatto per inasprire le tensioni e mettere a repentaglio quella stabilità geopolitica cui il gigante asiatico non intende rinunciare. «La Corea del Nord ha ignorato l’opposizione della comunità internazionale e condotto un nuovo test nucleare. Il governo cinese esprime la sua risoluta contrarietà e la sua piena condanna per quanto accaduto»: questo il messaggio trasmesso in una nota dal ministero degli Esteri di Pechino, che ha sollecitato Pyŏngyang a non fare più «scelte sbagliate» e a riannodare la tela del dialogo, per trovare una soluzione diplomatica alla crisi. Si è detta preoccupata anche la Russia, il cui presidente Vladimir Putin è a Xiamen – in Cina – per partecipare al summit del BRICS, la cui apertura è stata parzialmente oscurata dal test di Pyŏngyang. Sulla questione, Mosca continuerà a coordinarsi con Pechino, spingendo le parti coinvolte al confronto.

Washington è consapevole della pericolosità della soluzione militare: un attacco preventivo lascerebbe infatti Pyŏngyang nelle condizioni di reagire, aggredendo Seul e il Giappone, con un bilancio in termini di vittime potenzialmente disastroso. L’accesissima retorica di Trump, che in passato ha promesso «fuoco e fiamme» contro Kim, non ha finora prodotto risultati.

Intanto, in attesa delle determinazioni del Consiglio di sicurezza convocato per oggi, il leader nordcoreano continua a giocare le sue carte e a portare fino al limite la sua strategia della deterrenza, nella convinzione che l’arma nucleare rappresenti una specie di ‘assicurazione sulla vita’ per il regime.

 


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