12 maggio 2022

La Finlandia verso la NATO

Questa mattina, alle ore 10, il presidente del Consiglio Sanna Marin (socialdemocratica) e il presidente della Repubblica finlandese Sauli Niinistö (esponente del Partito di Coalizione nazionale; di centrodestra liberale e conservatore) hanno tenuto una conferenza stampa congiunta in cui hanno annunciato la decisione, storica per il Paese, di essere favorevoli all’adesione della Finlandia alla NATO. Secondo i rappresentanti del governo l’adesione alla NATO rafforzerebbe la sicurezza della Finlandia. Entrambi hanno sottolineato l’urgenza nell’avviare l’iter per presentare la richiesta formale di ingresso nell’alleanza di difesa militare, aggiungendo che sperano in un veloce svolgimento delle procedure formali interne ancora necessarie per raggiungere questa soluzione. La discussione in Parlamento e la relativa deliberazione dovrebbero avvenire già nei prossimi giorni.

Si tratta di una svolta importante per il Paese. Nei decenni più difficili della contrapposizione muscolare tra USA e URSS dopo il secondo conflitto bellico il Paese aveva sapientemente optato per un neutralismo strategico (insieme alla Svezia) per creare stabilità e garantire la sicurezza della Finlandia. Decisione dovuta anche alla peculiare posizione geografica del Paese. La Finlandia infatti confina con la Russia per ben 1.340 km e, sebbene il crollo dell’URSS abbia alleggerito per quasi un trentennio la pressione militare e psicologica, l’invasione russa dell’Ucraina ha fatto ripiombare il Paese nel terrore di una possibile azione militare di Putin anche nei confronti dei Paesi baltici.

L’azione sconsiderata del presidente russo, ritenuta da molti improbabile sino a poche ore prima dello sfondamento sul confine orientale ucraino, ha riacceso le preoccupazioni dei finlandesi e riacuito una certa tradizionale diffidenza nei confronti dei vicini russi. Nella mente del finlandese medio si sono palesate le immagini della guerra d’inverno, quella combattuta contro l’URSS sul finire del 1939 e i primi mesi del 1940, la cui memoria è ancora vivida e parte dell’epos nazionale finnico. Bisogna infatti sottolineare che in occasione della festa dell’indipendenza finlandese dalla Russia, avvenuta nel 1918, che si festeggia ogni anno il 6 di dicembre, la memoria dei due eventi si sovrappone in una costruzione retorica nazionale e nazionalista che ha plasmato l’identità stessa dei finlandesi nel corso del Novecento e che continua a mantenere la sua potenza simbolica ancora oggi.

Sono passati 77 giorni da quell’evento e l’opinione pubblica finlandese ha cambiato completamente le proprie posizioni riguardo alla politica estera del Paese. Il polso della situazione è stato monitorato costantemente, e non sempre in maniera neutrale, dai media nazionali che hanno sottoposto i finlandesi a sondaggi quasi quotidiani riguardo all’ingresso nell’Alleanza atlantica. Se nei giorni immediatamente precedenti all’invasione russa dell’Ucraina solo il 19% della popolazione era favorevole all’abbandono della posizione di neutralità, dopo poco più di due settimane i sondaggi hanno registrato un aumento esponenziale del favore all’ingresso nell’Alleanza atlantica, con una percentuale che oramai da settimane si attesta intorno al 75%. Seguendo l’evolversi del dibattito pubblico si ha l’impressione che esso sia stato polarizzato da subito da parte dei media nazionali sulla questione dell’ingresso nella NATO, avviando una sorta di ‘ridondanza monodica’ tra dibattito parlamentare e opinione pubblica, mediato dai sondaggi pubblici, che ha innescato un processo irreversibile che ha condotto al pronunciamento pubblico odierno della presidente del governo e del presidente della Repubblica. Nel dibattito pubblico infatti la questione dell’ingresso nella NATO è stata posta direttamente in connessione con i problemi di difesa militare del Paese e allo spauracchio di un possibile attacco nucleare russo. Nel loro comunicato, la Marin e Niinistö hanno sottolineato come la lunga riflessione ‘primaverile’ sul tema sia stata necessaria per giungere ad una posizione condivisa. Non sono mancate però in questi mesi, e anche nei giorni passati, voci contrarie, levatesi in particolare dalle forze parlamentari di sinistra, dove la metà degli esponenti, nelle settimane passate 8 su 16, si è ancora detta contraria ad un ingresso nella NATO, convinta che l’adesione porti più vantaggi all’Alleanza che alla Finlandia. Si tratta comunque di voci oramai minoritarie nel dibattito pubblico, composte prevalentemente da giovani sotto i 25 anni, in maggioranza donne, vicini ai movimenti pacifisti o di sinistra, che sottolineavano l’assenza di un vero e ampio dibattito sull’argomento.

I segnali dopo la svolta odierna non sono per niente rassicuranti, e la presa di posizione finlandese influirà con ogni probabilità sull’opinione pubblica svedese, chiamata a pronunciarsi in questi stessi giorni sul medesimo tema. Avviando così una mutazione significativa dei tradizionali assetti geopolitici dell’area baltica.

Sta di fatto che il martellamento dei media nazionali sul pericolo bellico, il richiamo ad esperienze nazionali passate, andato in prima pagina anche sui nostri quotidiani italiani, ha contribuito a ridurre di molto lo spazio del dibattito politico rendendo residuale ogni possibile voce contraria o che semplicemente auspicava una riflessione dai toni più pacati e dalle valutazioni più lucide ed articolare. Ciò ha portato nell’arco di questi 70 giorni circa ad una progressiva militarizzazione delle coscienze dei finlandesi, che ha fatto ripiombare la moderna Finlandia in un tetro incubo novecentesco. I fantasmi della guerra d’inverno, gli spauracchi della retorica nazionale e nazionalista – bipartisan – hanno innescato un’attesa bellica che è quasi spasmodica. Lo indicano le allerte ai riservisti attivi (340.000 circa, sottoposti periodicamente a giornate di addestramento ed aggiornamento militare), le indicazioni sulla possibile infiltrazione di spie russe, ma anche la crescita della partecipazione alle associazioni paramilitari di riservisti con più di 50 anni e di donne oltre i 40. Il movimento pacifista, composto da giovani sotto i 25 anni e legato in massima parte ai partiti di sinistra (Alleanza di sinistra) è fortemente minoritario ed isolato. Mai come ora ci sarebbe bisogno che si levassero in Europa, in maniera unitaria, al di sopra delle singole situazioni nazionali, voci di cultura e democratiche capaci di ampliare lo spazio del dibattito e opporre alla dialettica bellica un dialogo costruttivo e partecipato orientato alla pace.

 

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Immagine: Sanna Marin (20 luglio 2020). Crediti: Alexandros Michailidis / SHutterstock.com

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