28 agosto 2018

La Grecia fuori dal bailout

Dopo otto anni durissimi, la Grecia esce dal bailout, il grande piano di salvataggio che l’ha vincolata a misure di austerity eccezionalmente gravose, a pesanti tagli della spesa pubblica e delle pensioni e a un forte aumento della pressione fiscale.

Come è noto, la Grecia è entrata nell’eurozona nel 2002 dichiarando di rispettare i parametri di Maastricht sul debito (rapporto debito/PIL al 60%) e sul deficit (rapporto deficit/PIL al 3%), ma una successiva revisione operata da Eurostat (l’ufficio statistico della UE) ha dimostrato come i dati dichiarati non corrispondessero a quelli effettivi. Le condizioni imposte dall’Europa e dal Fondo monetario internazionale (FMI) per l’elargizione dei prestiti richiesti dal Paese dopo lo scoppio della crisi del 2008 – oltre 280 miliardi di euro ripartiti in tre programmi nel 2010, 2012 e 2015 – sono state molto dure, anche forse per ‘ammonire’ gli altri Paesi, Irlanda e Portogallo, a cui erano stati concessi analoghi piani di assistenza.

Attualmente, il debito pubblico greco supera i 240 miliardi di euro, pari al 180% del PIL, e sulle prospettive della sua diminuzione sul lungo periodo non vi è concordanza di vedute tra i soggetti coinvolti: secondo la UE, potrebbe raggiungere circa il 120% nel 2060, ma secondo il Fondo monetario internazionale, potrebbe subire una nuova impennata a partire dal 2039. Alcuni osservatori – come per esempio Bloomberg – ritengono che la soluzione migliore sarebbe quella di una sua ulteriore riduzione (come già avvenuto nel 2012), altri pensano invece che sia ormai sostenibile. In ogni caso, il debito verrà riesaminato dai creditori nel 2032.

Nonostante la situazione in cui versa il Paese sia ancora molto grave, la Grecia è comunque in lenta ripresa: l’occupazione è aumentata, l’economia cresce, la bilancia commerciale è tornata in attivo e alcuni settori, come quello tradizionale del turismo, sono addirittura esplosi. E, ora, la fuoriuscita dal commissariamento delle politiche economiche ha un indubbio valore ‘psicologico’, soprattutto per una popolazione che ha pagato e sta pagando un prezzo altissimo. Non si tratterà però di una sovranità completa. A causa dell’entità del suo debito, il Paese infatti verrà sottoposto a quella che si definisce una ‘sorveglianza rafforzata’, un controllo trimestrale sullo stato delle riforme e della situazione fiscale, la cui rigidità di regime non potrà essere ammorbidita. Per il 2019 sono previsti nuovi tagli alle pensioni, mentre la pressione fiscale non potrà diminuire. E, secondo l’indice di competitività globale del World Economic Forum (WEF), le aliquote fiscali sono il deterrente maggiore agli investimenti nel Paese. Pertanto, nonostante l’importanza politica del momento, sarebbe ottimistico parlare di fine dei sacrifici, e il problema centrale rimane quello della conciliazione tra austerità e crescita.


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