26 ottobre 2018

La Malaysia al bivio tra passato e futuro

I rapporti tra Cina (RPC) e Malaysia, sin dall’inaugurazione delle relazioni diplomatiche bilaterali nel 1974, son stati caratterizzati da una buona dose di cordialità e rispetto reciproco, frutto di comuni retaggi culturali e della presenza di una folta comunità cinese. Ciò non significa che non ci siano stati momenti di frizione: per esempio, da parte malese non è mai venuto a mancare un pizzico di diffidenza verso la crescita scriteriata di Pechino. Ma neppure la disputa nel Mar Cinese Meridionale, che vede entrambe protagoniste e contendenti, ha intaccato un legame storicamente saldo, orientato al business e alla cooperazione. Nonostante ciò, però, la Malaysia non può essere considerata come un alleato cinese, e ha anzi spesso rivolto lo sguardo verso Washington in cerca di un bilanciamento perfetto tra le due superpotenze mondiali.

La clamorosa vittoria elettorale di Mahathir bin Mohamad, tornato alla guida del Paese alla veneranda età di 92 anni, si pone in sostanziale continuità con tale postura geopolitica, nonostante sia stato particolarmente critico verso Pechino durante la sua campagna elettorale. Infatti, una delle prime dichiarazioni di Mahathir riguardava l’opportunità di ridiscutere alcuni degli accordi economici e infrastrutturali siglati dal suo predecessore, Najib Razak, con Pechino. L’obiettivo designato della dichiarazione non può che essere la Belt and Road Initiative (BRI), il mega progetto promosso dalla Repubblica Popolare e finalizzato alla creazione di una rete infrastrutturale che ricalchi le antiche rotte commerciali della Via della Seta. La Malaysia, come la quasi totalità degli Stati rivieraschi del Sudest asiatico, è fortemente coinvolta nel progetto: Najib aveva firmato un contratto da 14 miliardi di dollari, finanziati principalmente da un prestito della China Exim Bank, per la costruzione di una massiccia rete ferroviaria, la East Coast Rail Link (ECRL). La struttura ferroviaria, lunga quasi 700 km, la cui costruzione era stata affidata alla China Communications Construction Co Ltd, avrebbe dovuto collegare Pelabuhan Klang, il principale porto del Paese, a Pengkalan Kubor, nei pressi del confine con la Thailandia.

La BRI è stata descritta numerose volte come un piano strategico finalizzato al consolidamento del potere cinese, attraverso la creazione e il controllo di capitali e asset, e che si sarebbe velocemente trasformata in trappola debitoria per i partner più scoperti finanziariamente. Evidentemente tale pensiero è condiviso da Mahathir, che ha subitamente congelato il progetto per ridiscuterne i termini. Il primo ministro ha poi dichiarato che il suo principale obiettivo è risanare le casse statali e che il progetto ECRL avrebbe appesantito il debito pubblico di ulteriori 50 miliardi di dollari. In questi termini appare effettivamente un rapporto sbilanciato a favore della Cina, ma il risparmio economico può giustificare il venire tagliati fuori da un progetto epocale come la BRI?

La Cina rimane il principale partner economico del Paese, con un volume di scambi commerciali che quest’anno potrebbe superare i 100 miliardi di dollari. Inoltre, la Repubblica Popolare è storicamente uno dei principali investitori nell’economia malese, e questo particolare non può essere (e probabilmente non sarà) ignorato dal nuovo governo.

Mahathir non è mai stato cristallino sull’argomento, nonostante la sua visita ufficiale a Pechino nel mese di agosto, paventando sì la possibilità di cancellare l’accordo ma rimandando sempre la questione a future negoziazioni con la Cina. Anche la presa di posizione di Mahathir sul Mar Cinese Meridionale, nella quale ha accusato la RPC di un’eccessiva militarizzazione e di una preoccupante assertività nella regione, non rappresenta una novità ma piuttosto il riconoscimento del ribaltamento geopolitico nell’Asia sudorientale. Se prima l’ascesa cinese veniva quasi auspicata per controbilanciare il monopolio statunitense, ora la Malaysia gradirebbe una maggiore attenzione e propensione all’intervento da parte di Washington. La prospettiva e l’approccio alla politica regionale non sono sostanzialmente cambiati, ma è cambiato il ruolo degli interpreti.

I rapporti tra Kuala Lumpur e Pechino si sono temporaneamente raffreddati, ma questa è probabilmente una pausa strategica necessaria al governo Mahathir per riorganizzare partnership e alleanze, oltre a creare una necessaria cesura con l’epoca Najib, ripetutamente accusato di aver svenduto il Paese. In questo senso può essere paradigmatica la visita di Stato di Mahathir in Giappone, che deve essere interpretata come un tentativo di riallacciare i rapporti con un potenziale partner economico piuttosto che come una deliberata provocazione nei confronti della Cina.

In sostanza, aspettarsi cambiamenti repentini nel gioco delle alleanze malesi è quantomeno azzardato, così come prevedere un netto allontanamento da Pechino. L’alternanza degli interpreti politici, più che un vero e proprio cambiamento, difficilmente scalfirà il programmatico pragmatismo del Paese, che non ha intenzione né convenienza a schierarsi apertamente contro un Paese. A maggior ragione nel momento in cui il rapporto tra i due principali attori extraregionali è divenuto fortemente conflittuale. In questo senso il futuro della Malaysia ricalca la sua tradizione strategica e diplomatica, con le consolidate oscillazioni tra le diverse fazioni e l’obiettivo di ricavare il massimo dalla conflittualità latente che caratterizza il contesto regionale. Difficilmente sarà un politico esperto come Mahathir, testimone di tutto il percorso politico recente del Paese, a rompere questa tradizione.


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