5 ottobre 2020

La Nuova Caledonia resta francese

Nel referendum per l’indipendenza della Nuova Caledonia che si è svolto domenica 4 ottobre gli elettori hanno scelto di nuovo di continuare a far parte della Francia, come nel 2018. Alla domanda «Vuoi che la Nuova Caledonia ottenga la piena sovranità e diventi indipendente?» il 53,26% ha risposto ‘no’, con una percentuale di partecipazione al voto molto alta, dell’85,67%. Nel 2018 il ‘no’ aveva ottenuto il 56,7% con una percentuale di votanti leggermente più bassa, 81%. La vittoria è di stretta misura dunque e segnata da un incremento dei voti a favore dell’indipendenza; una nuova consultazione potrebbe svolgersi tra due anni. Intanto Macron esprime la sua soddisfazione, mantenendo un tono prudente, in linea con quello, formalmente neutrale, assunto durante la campagna elettorale.

Il risultato in sé non rappresenta una sorpresa; nel valutarlo bisogna tenere conto che i kanaki, i nativi melanesiani originari dell’isola, rappresentano comunque una minoranza, il 39%, della popolazione totale, che è di circa 270.000 persone. Il 27,2% si definisce europeo; una parte importante della popolazione origina dalla fusione dei due gruppi principali, mentre esiste anche una numerosa componente di origine asiatica. La Nuova Caledonia, situata nel Pacifico a nord-est dell’Australia e distante 16.740 km dalla Francia, è diventata un possedimento francese nel 1853, dopo una dura contesa con la Gran Bretagna; per diversi anni ha svolto funzione di colonia penale. Attualmente è una collettività francese d’Oltremare, che gode di una notevole autonomia ma fa parte a tutti gli effetti della Francia. La maggioranza dei kanaki è favorevole all’indipendenza, mentre i caldoches (discendenti dei coloni bianchi) non vogliono rinunciare all’appartenenza alla Francia. Inoltre i cittadini della Nuova Caledonia, nell’attuale situazione, appartengono a tutti gli effetti all’Unione Europea, una condizione che può apparire vantaggiosa sotto diversi aspetti. Si è creata quindi nel corso degli anni una composizione tale che rende difficile una soluzione che soddisfi tutti e il Paese è diviso. Anche la gestione delle risorse naturali, in particolar modo del nichel, di cui il Paese è molto ricco, è diventata motivo di divisione, perché i kanaki si sentono esclusi e danneggiati nella distribuzione dei proventi, peraltro messi a dura prova dall’attuale recessione.

Il referendum non chiude la partita e non fa tramontare le speranze dei kanaki, che potranno chiedere un ulteriore referendum. Gli indipendentisti nel Parlamento locale (Congresso della Nuova Caledonia) hanno conquistato alle ultime elezioni 25 seggi su 54 totali. In alcune aree, soprattutto nel Nord, nelle isole minori e nella parte orientale, la percentuale del ‘sì’ è piuttosto alta: nelle Province settentrionali raggiunge il 77,8% con numeri in alcune zone superiori al 90%. Nella capitale Noumea delle regioni del Sud ha invece prevalso il ‘no’. Nel valutare il risultato, bisogna anche tenere conto che su richiesta degli indipendentisti sono stati esclusi dal voto coloro, circa ottomila persone, che risiedono da poco o in maniera discontinua in Nuova Caledonia anche se hanno la cittadinanza e votano alle elezioni. In ogni caso, gli accordi di Matignon (1988) e di Noumea (1998) hanno incanalato il conflitto in uno scenario pacifico e istituzionalizzato, permettendo di superare le gravi tensioni e le violenze che attraversarono la Nuova Caledonia soprattutto negli anni Ottanta.

 

Immagine: Hienghène, Nuova Caledonia (27 dicembre 2015). Crediti: gérard [Attribution-ShareAlike 2.0 Generic (CC BY-SA 2.0)], attraverso www.flickr.com

0