10 febbraio 2014

La Siria potrebbe diventare un altro Pakistan

Le rivelazioni rilasciate da Lakhdar Brahimi - inviato in Siria delle Nazioni Unite e Lega Araba - alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco hanno confermato quanto molti avevano già intuito.

I negoziati di pace sulla crisi siriana in corso a Ginevra non stanno facendo alcun progresso.

Dopo una settimana di pausa, le trattative riprenderanno quest’oggi nella cittadina svizzera. Durante la prima sessione, l’unico successo significativo è stato portare governo e opposizione a trattare nella stessa stanza, seppur senza che le due fazioni si parlassero direttamente.

Il fronte delle opposizioni è diviso e debolmente rappresentato e i gruppi ribelli più violenti e più forti sul campo non sono stati invitati a Ginevra. Pesavano sulla loro presenza alcune ambigue amicizie nelle numerose ramificazioni di al Qaida che combattono ormai una loro guerra nella sanguinosa guerra civile contro il regime di Bashar al Assad.

L’accordo che pareva essere stato raggiunto sull’evacuazione dei civili nelle città di Homs e Aleppo è stato tradito già lo scorso 4 febbraio quando, secondo quanto riporta Syriahr.com, alcuni elicotteri del regime avrebbero attaccato un quartiere di Aleppo sganciando le famigerate Barrel Bomb (una tipologia di esplosivo artigianale molto economico, considerato dall’Onu arma non convenzionale) che hanno causato otto morti civili tra cui cinque bambini.

Il secondo round di negoziati non si apre tra i migliori auspici, se si considera che anche la prevista consegna degli armamenti chimici di Assad si è rivelata un altro abile bluff di Damasco per prendere tempo di fronte alla comunità internazionale. Il termine per la consegna degli arsenali era il 31 dicembre. Dal porto di Latakia sarebbe dovuta partire una nave speciale col compito di smaltire gli agenti patogeni di Assad, ma nessuna nave è ancora salpata ed è stato fissato un nuovo termine al primo marzo.

Gennady Gatilov, delegato dal ministero degli esteri russo a seguire i negoziati sugli armamenti chimici, gioca di sponda col regime di Assad, giudicando legittime le richieste di dilazione dei tempi, dato che il regime non avrebbe i mezzi necessari per garantire uno spostamento in sicurezza dai depositi al porto di Latakia.

Nell’ultimo discorso sullo Stato dell’Unione, Barack Obama ha giudicato l’accordo trovato a settembre sulla consegna delle armi chimiche siriane un successo della diplomazia della Casa Bianca, un atto che ha evitato il coinvolgimento dell’esercito americano nella guerra civile. Difficile dire se un intervento in Siria sul modello di quello libico avrebbe esiti analoghi. Quello che è certo è che nel corso di un’audizione riservata rivelata da Mark Mazzetti sul New York Times il capo della National Intelligence James Clapper avrebbe sostenuto che Assad oggi è molto più potente dello scorso agosto, quando per stroncare i ribelli che avanzavano nei sobborghi di Damasco il regime aveva dovuto far ricorso alle armi chimiche.

Clapper si è spinto oltre, a proposito della Siria ha detto che la violenza settaria è ormai uscita dai confini della Siria infettando l’Iraq, il Libano, il Golan e l’Egitto (non solo la penisola del Sinai). La Siria sarebbe precipitata secondo Clapper in uno stato di disordine potenzialmente senza alcun esito diverso dalla situazione attuale. Un paragone che evoca i fantasmi di stati falliti come la Somalia o il Pakistan.

In un altro passaggio, l’uomo cui fanno capo tutte le agenzie di spionaggio americane ha dichiarato che oggi la Siria rappresenta un rischio non più solo per Medio Oriente ed Europa, ma anche per l’“homeland” degli Stati Uniti.

La presenza sul territorio di elementi riconducibili a al Qaida e la perdita di controllo da parte di Damasco su molte parti del proprio territorio hanno trasformato la Siria in un terreno fertile per campi di addestramento terroristico e rifugi sicuri per la pianificazione di attentati anche su larga scala. In Siria combattono oggi circa 7000 guerriglieri stranieri provenienti non solo dal Medio Oriente, ma anche dall’Europa.

Alcuni dei recenti allarmi terrorismo lanciati da servizi segreti occidentali, riguardo la possibilità di attentati nel corso dei Giochi Olimpici Invernali di Sochi, sono stati richiamati anche dallo stesso Clapper.

Clapper in passato è stato talvolta accusato di eccessivo allarmismo, tuttavia in alcune conversazioni “off the record” captate dai giornalisti presenti alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco anche Kerry avrebbe ammesso con un certo disincanto che la presenza di al Qaida in Siria costituisce ormai “una minaccia seria per gli stessi Stati Uniti”.

Il paragone sinistro che aleggia sulle previsioni di Clapper è che presto la Siria possa trasformarsi in un territorio simile alle Federally Administrated Tribal Areas pachistane, le valli pashtun dove trovano ospitalità signori della guerra e combattenti irregolari che hanno decimato le truppe Nato impegnate negli ultimi tredici anni nella guerra afghana.

Il modello sarebbe in via teorica replicabile: parte del territorio siriano è fuori dal controllo di qualsiasi autorità e costituisce così un porto sicuro per terroristi e gruppi qaedisti. I campi di addestramento permetterebbero di preparare e pianificare attentati anche all’estero, dopo l’eventuale realizzazione la Siria tornerebbe ad essere un rifugio impenetrabile, a meno di non ricorrere all’invio di soldati a terra.

Non è un mistero che Israele abbia più volte fatto ricorso a strike aerei mirati per difendere i propri interessi minacciati dalla guerra civile siriana nel Golan e nel Sinai. Tra le tecnologie utilizzate dall’aviazione israeliana vi sono anche numerosi droni. Il paragone suona familiare?

 

Pubblicato in collaborazione con Altitude, magazine di Meridiani Relazioni internazionali

 


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