18 febbraio 2019

La Spagna verso il voto

La Spagna tornerà al voto domenica 28 aprile, per la terza volta in meno di quattro anni. Il sistema politico spagnolo si è, dunque, radicalmente trasformato dopo decenni di dominio di socialisti (Partido socialista obrero español, PSOE) e popolari (Partido Popular, PP), che davano luogo a governi fra i più stabili degli Stati membri dell’Unione europea.

Il segretario del PSOE, Pedro Sánchez, aveva conquistato il Palazzo della Moncloa soltanto otto mesi fa, vincendo prima il Congresso del suo partito e riuscendo successivamente a far convergere lo scorso 1° giugno il voto di partiti distantissimi tra di loro su una mozione di sfiducia a Rajoy, capo del governo dei popolari, fiaccati dalle inchieste giudiziarie e da un progressivo arretramento del proprio consenso. È stata la prima volta in cui la sfiducia costruttiva è stata applicata con successo, comportando la sostituzione della guida dell’esecutivo con il primo firmatario della mozione (Sánchez appunto).

Il voto contrario a Rajoy non proveniva però da una nuova e coesa maggioranza politica, avendo sommato alla pattuglia dei parlamentari socialisti (solo 84 su 350), la sinistra di Podemos, i nazionalisti baschi e quelli catalani. Sánchez ha cercato di distinguersi varando un esecutivo con una maggioranza di donne e puntando su un nuovo protagonismo spagnolo in politica estera, oscillando però in materia di immigrazione fra respingimenti alle frontiere e l’accoglienza dei 600 migranti della nave Aquarius, che non erano stati fatti sbarcare dall’Italia. Prioritario l’impegno in campo sociale con il ripristino della sanità universale, l’innalzamento del salario minimo interprofessionale a 900 euro e l’aumento delle pensioni minime con l’adeguamento al costo della vita. Sul piano interno il governo si è caratterizzato anche per aver toccato il nervo sensibile del rapporto con il franchismo, autorizzando la riesumazione dei resti di Francisco Franco e il loro trasferimento dal Valle de los Caídos.

La crisi catalana continua a essere l’epicentro dell’instabilità spagnola. Fatale per il governo è stato mercoledì 13 febbraio, quando, dopo due giorni di discussione, è stato battuto sulla legge di bilancio. Sono stati, infatti, approvati emendamenti che smontavano completamente la manovra con 158 voti contrari, 1 astenuto e 191 favorevoli, tra cui quelli degli indipendentisti catalani di Esquerra Republicana de Catalunya (ERC) e Partit Demòcrata Català (PDeCat). Non sono, quindi, riusciti i tentativi di mediazione del leader di Podemos, Pablo Iglesias, che cercava di convincere i refrattari alleati dell’impossibilità di indire di un referendum per l’indipendenza e della generosità dell’innalzamento degli stanziamenti (un miliardo e mezzo di finanziamento statale alla Catalogna e 900 milioni per investimenti infrastrutturali): tutti i sondaggi pronosticano peraltro che dalle urne usciranno rapporti di forza  meno vantaggiosi per le forze indipendentiste. La bocciatura della manovra finanziaria comporta la riconferma del bilancio approvato nel 2018 e, chiaramente, la mancata entrata in vigore delle misure fiscali ispirate a maggiore progressività e della promessa riduzione dell’IVA su una serie di beni di prima necessità.

La campagna elettorale sarà realisticamente polarizzata tra due schieramenti: da una parte, il cartello delle sinistre guidato da Podemos e dal PSOE di Sánchez, dato come primo partito nelle rilevazioni, dall’altra, lo schema a tre punte sperimentato di recente in Andalusia e apparentemente favorito per la conquista della maggioranza dei seggi con l’alleanza tra soggetti diversi come i centristi liberali di Ciudadanos, i popolari di Pablo Casado e la destra estrema di Vox, immortalati insieme alla manifestazione contro il governo, svoltasi in Plaza de Colón lo scorso 10 febbraio. In mezzo ai due poli ci sono gli indipendentisti catalani che rappresentano un punto nevralgico dove si confrontano approcci differenti: la maggioranza uscente tiene, infatti, aperta la porta per proseguire un dialogo democratico e costituzionale, mentre le forze conservatrici promettono una definitiva resa dei conti.

Allo stato attuale questo è lo scenario politico spagnolo, ma saranno i risultati elettorali a determinare possibili variazioni sul tema, nuovi equilibri e magari soluzioni inedite, come quelle viste in questi anni. La campagna elettorale si prospetta lunghissima, dato che dopo le elezioni politiche del 28 aprile ci saranno le europee e un cruciale turno di amministrative domenica 26 maggio, e anche piena di tensioni per la vicenda ancora in corso del trasferimento delle spoglie di Francisco Franco e per l’apertura del processo ai leader indipendentisti catalani, dove Vox, ammessa come parte civile, godrà di un’ulteriore tribuna politica. La Spagna rischia di non superare l’instabilità nemmeno dopo aver restituito la parola agli elettori.

 

Crediti immagine: Drop of Light / Shutterstock.com

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0