03 agosto 2017

La Turchia a un anno dal golpe

Al calar del sole del 15 luglio 2016, nell’aria cominciano a riecheggiare spari, nei cieli compaiono aerei ed elicotteri, carri armati nelle strade: è un golpe. In quelle ore concitate e confuse, una soltanto è la certezza: comunque finisca, il Paese ne uscirà a pezzi. Una sorprendente mobilitazione delle masse che sostengono il presidente Recep Tayyip Erdoğan, chiamate in strada dal canto delle moschee, si oppone all’esercito. I militari cedono. Il prezzo di sangue immediato è la morte di 250 civili e il linciaggio dei giovani cadetti usciti dalle caserme dell’esercito. Altre e pesanti saranno le conseguenze per l’intera nazione.

Erdoğan definisce il golpe un “dono di Dio”: il governo mette in campo una campagna di pulizia del Paese in nome di una lotta al terrorismo che prende subito la forma della repressione sociale. Le parole del primo ministro Binali Yıldırım riassumono perfettamente chi ne sia il bersaglio: «Chi non sente lo spirito del 15 luglio» ed è lontano dal progetto della Nuova Turchia. Sono oltre 50.000 le persone arrestate tra poliziotti, militari, insegnanti, giornalisti, scrittori, dipendenti delle aziende pubbliche. Decine di migliaia sono soggetti a provvedimenti di destituzione da incarichi, privazione del passaporto, licenziamento.

Purghe nell’apparato statale così ampie sono possibili grazie allo stato di emergenza, annunciato il 21 luglio 2016 dal presidente della Repubblica Recep Tayyip Erdoğan con la rassicurazione che lo stato di diritto sarebbe stato preservato, ma la realtà si rivela diversa. Lo stato di emergenza sospende molti dei diritti civili e politici e rafforza l’esecutivo, che governa attraverso decreti di emergenza che non necessitano dell’approvazione parlamentare e vengono utilizzati estensivamente dal governo per cambiare il volto della Turchia. La peggiore delle conseguenze è il clima di arbitrarietà in cui vive il Paese: le leggi e la loro applicazione sono alla mercé di arrivisti desiderosi di compiacere, insieme a un contesto di mortificazione dell’altro e di costante minaccia. Il partito democratico dei popoli (HDP) all’opposizione è una delle prime vittime politiche, con l’intera leadership arrestata e, tutt’oggi, in carcere. Anche il partito repubblicano (CHP) vedrà a metà 2017 finire in carcere il suo primo parlamentare. Con il parlamento esautorato, le opposizioni tentano di riprendere possesso della piazza, dove però è forte la repressione della polizia. I media sono un altro punto sensibile. Da un lato aumenta la repressione contro giornali e televisioni d’opposizione: in manette finiscono oltre 160 giornalisti. Dall’altro i media favorevoli al governo si trasformano in una macchina al servizio della repressione. La combinazione tra mancanza di pluralismo e propaganda dà forza al tentativo di costruire una verità ufficiale, che però non è condivisa e alimenta, invece, la rabbia e dilata la spaccatura del Paese. Lo stato di emergenza viene prorogato quattro volte; è tutt’ora in vigore e difficilmente si assisterà nel breve periodo a un ritorno al normale stato di diritto.

Molti sono i dubbi attorno al tentato golpe del 2016: l’esiguità delle truppe coinvolte, le mancate comunicazioni tra servizi segreti e governo, la mancata sospensione delle telecomunicazioni. L’inefficacia di commissioni parlamentari e tribunali nel fare chiarezza sull’accaduto ha aumentato il clima di sospetto e radicato il complottismo.

Certo è che tutte le istituzioni di sicurezza erano infiltrate dalla rete di Gülen, sostenuta dal governo di Erdoğan almeno fino al 2012 allo scopo di allontanare l’élite kemalista dalle leve del potere.

Entrambi esponenti del sunnismo conservatore, Erdoğan e Gülen puntano alla trasformazione della Turchia plasmandola sui caratteri dell’islamismo politico. Fin dal principio della sua carriera politica, conscio che avrebbe dovuto prima o poi fare i conti con la reazione violenta dell’esercito, Erdoğan trova in Gülen l’alleato naturale grazie alle migliaia di adepti già infiltrati nella polizia e nella magistratura. I processi Ergenekon e Balyoz hanno rappresentato l’apice del sodalizio e hanno consentito di decapitare i vertici dell’esercito, dando il via alla penetrazione gülenista, sostenuta persino con leggi e provvedimenti ad hoc, anche in quei ranghi militari che nel 2016 si rivolteranno contro il presidente.

Il referendum del 15 aprile 2017 ha rappresentato il sigillo che ufficializza il grande sogno del presidenzialismo à la turca voluto da Erdoğan in contrapposizione al parlamentarismo fondato da Mustafa Kemal Atatürk, figura con cui l’attuale presidente rivaleggia nei libri di Storia. La vittoria del Sì con il 51,7% è accompagnata dal clamore dettato dallo svolgimento delle votazioni e dall’accusa di un risultato falsato da brogli nei seggi certificati anche dall’OSCE.

Il golpe del 15 luglio è stato sventato, ma le istituzioni e la democrazia turche escono devastate da una lotta iniziata molto prima. Risulta compromessa la separazione dei poteri, cardine dei sistemi democratici moderni. La retorica del “noi martiri della democrazia contro loro traditori” ha eliminato ogni spazio di mediazione tra le parti sociali, che neppure le opposizioni ricercano più. La missione storica di cui Erdoğan si sente investito non lascia adito ad alcun passo indietro nel percorso di trasformazione in senso islamico delle istituzioni: a prova di questo basti richiamare l’incremento di finanziamenti e il cambio di missione del direttorato per gli affari religiosi (Diyanet). Questi sconvolgimenti hanno profondamente danneggiato le relazioni con l’Europa, sempre più distante. Tesi anche i rapporti con la NATO, di cui la Turchia fa parte ma da cui rivendica oggi una nuova autonomia. A tutto ciò si aggiunge un’instabilità economica figlia delle incertezze politiche, poco apprezzate dalla comunità internazionale, e che forse un giorno giungerà a chiedere conto di quanto accaduto in quest’anno dal tentato golpe.

 


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