28 agosto 2019

La conversione della Cina al multilateralismo

Il tema del multilateralismo (duobian zhuyi) ha fatto il suo ingresso nel discorso politico cinese nel 1986, con il rapporto sul lavoro del governo presentato da Zhao Ziyang in occasione del lancio del VII piano quinquennale (1986-90), quando la diplomazia multilaterale venne definita, per la prima volta, parte integrante della politica estera indipendente della RPC. Nella pratica, furono le modificazioni intervenute nei calcoli strategici dei governanti cinesi all’indomani dell’isolamento e della condanna internazionali seguiti ai fatti del 4 giugno 1989 a contribuire a far posto ad una partecipazione progressiva più estesa e diversificata a diversi consessi multilaterali, determinando una sorta di «conversione» cinese al multilateralismo – tradizionalmente considerato un veicolo potenziale di pressioni esterne.

La svolta della Cina verso il multilateralismo può essere considerata, in effetti, come uno dei pochi veri cambiamenti radicali intervenuti nella politica estera di Pechino post-Tienanmen e post-guerra fredda e costituisce un elemento centrale nell’ambito della cosiddetta Grand strategy cinese. Si tratta di un «percorso alternativo», distintamente cinese, al potere globale, da intendersi quale strumento per «gestire le relazioni con la superpotenza (gli Stati Uniti) e lavorare per costruire le regole di un ‘nuovo ordine internazionale’», a seguito della presa di coscienza che «le limitazioni derivanti dalla partecipazione a consessi multilaterali fossero preferibili all’isolamento e all’accerchiamento e potessero in qualche modo contribuire a promuovere la sua reputazione come potenza responsabile».

Ciò nonostante, la Cina popolare ha continuato a mostrare a lungo una chiara preferenza per le istituzioni di carattere economico, rispetto a quelle legate alla sicurezza, e a prediligere in linea di massima quelle che presentano un basso livello di istituzionalizzazione, al fine di poter continuare a impostare i propri rapporti con gli altri Stati per il tramite di relazioni bilaterali, nell’ambito delle quali gode di vantaggi indiscutibili che le derivano dalla sua posizione privilegiata, sia dal punto di vista del potere economico/finanziario sia di quello politico/diplomatico/militare. Il risultato è che la forma di cooperazione prevalente in Asia (soprattutto nel campo della sicurezza), ma non solo, si articola in una sovrabbondanza di accordi bilaterali, spesso nella forma di partnership strategiche (huoban zhanlüe).

Secondo alcuni studiosi, il boom di partnership strategiche siglate a partire dagli anni Novanta riflette esattamente l’adattamento di Pechino al mondo che cambia e un tentativo di ridisegnare un ordine globale più favorevole al Paese. Si tratta, in effetti, di uno strumento diplomatico con il quale la RPC intendeva regolamentare i rapporti con le grandi potenze, in un momento in cui un nuovo ordine mondiale stava prendendo forma – la prima venne siglata con il Brasile, nel 1993; la seconda, con la Russia, nel 1996; la terza con l’India nel 1998. In particolare, la prima, rimasta dormiente per oltre un decennio, rappresentava il tentativo di Pechino di restaurare la propria immagine, dopo i fatti di piazza Tienanmen. Ciò detto, come amano rimarcare i governanti cinesi, le partnership bilaterali e multilaterali costituite da Pechino sono un riflesso dell’incipiente transizione verso un sistema multipolare e uno strumento che contribuisce ad accelerarlo.

La svolta cinese al multilateralismo ha costituito un processo lungo e graduale, cadenzato da fasi ben definite che possono essere riassunte nel modo seguente: una fase di osservazione, evidente nell’interazione della Cina all’interno del Consiglio di sicurezza dell’ONU, per almeno un decennio successivo al suo ingresso nell’organizzazione; una fase di coinvolgimento, contrassegnata da una graduale maggiore partecipazione della Cina alle operazioni di mantenimento della pace dell’ONU, laddove fino alla fine degli anni Ottanta aveva adottato un atteggiamento cauto nei confronti di tale tipo di operazioni, viste come pretesti per giustificare l’intervento delle due superpotenze negli affari interni dei piccoli Stati; una fase di aggiramento, che ha visto Pechino operare al di fuori dell’architettura esistente nel tentativo di costruire nuovi regimi con obiettivi e regole propri, maggiormente in linea con i suoi interessi, come emerge dall’«investimento» della RPC sull’Organizzazione di cooperazione di Shanghai (SCO) – una delle uniche organizzazioni internazionali a guida (anche) cinese; infine, una fase di modellamento, evidente nell’operato della Cina in seno al G20, al fine di «rimediare alla crescita mondiale ancora troppo lenta e disuguale», prestando una maggiore attenzione ai bisogni delle economie emergenti; nell’allineamento con i BRIC/BRICS; ma, soprattutto, nella creazione della Banca asiatica per gli investimenti infrastrutturali (AIIB, Asian Infrastructure Investment Bank), di supporto al mastodontico progetto di Xi Jinping lanciato nel 2013 – la cosiddetta Belt and Road Initiative (BRI) – con l’obiettivo di far rivivere l’antica via della seta.

Quest’ultima fase, ancora operativa, vede Pechino assumere sempre più una posizione di guida – con un abbandono definitivo della politica denghista «di basso profilo», che ha guidato le scelte strategiche del governo comunista cinese per almeno due decenni – al fine di dare il proprio contributo per lo sviluppo globale e per l’ordine internazionale, con specifico riferimento al sostegno dell’architettura multilaterale, all’opposizione al protezionismo nelle sue varie forme, alla direzione della globalizzazione economica, nel senso di una maggiore inclusività, di fronte all’arretramento statunitense perpetrato dall’amministrazione di Donald Trump.

 

Immagine: Xi Jinping (5 settembre 2016). Crediti: Gil Corzo / Shutterstock.com


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