07 febbraio 2014

La crisi in Siria riavvicina Turchia e Iran

La Turchia è pronta a trattare con l’Iran per trovare una soluzione alla crisi siriana e a collaborare con Teheran sulle politiche di contenimento del jihad in Medio Oriente. Mentre il premier turco Recep Tayyip Erdoğan era in visita ufficiale in Iran, l’esercito turco ha attaccato alcune postazioni di combattenti jihadisti in Siria. Gli spari dell'artiglieria turca del 28 gennaio scorso sono stati la risposta a un colpo di mortaio finito in territorio turco e lanciato dai miliziani dello Stato Islamico dell'Iraq e del Levante (ISIL, secondo l'acronimo inglese). L’ISIL stava attaccando il villaggio siriano turkmeno di Al-Ray, vicino al confine con la Turchia. La risposta turca ha distrutto tre veicoli dell'ISIL, ma senza provocare vittime o feriti.

L'ISIL, conosciuto anche come Stato Islamico di Iraq e Grande Siria, è un gruppo jihadista che ha conquistato posizioni sempre più importanti all'interno del conflitto, soprattutto lungo il confine con la Turchia e nelle città di Aleppo e Idlib. Insieme al Fronte al Nusra, affiliato ad Al Qaida, non riconosce l'autorità né dell'Esercito Libero Siriano (ELS), sostenuto da Turchia e potenze occidentali, né del Fronte Islamico, finanziato dai paesi del Golfo, con Arabia Saudita e Qatar in prima fila.

Il Fronte Islamico è un'organizzazione ombrello nata il 22 novembre 2013 che racchiude al suo interno ben sette diverse formazioni salafite e ha l'obiettivo di “abbattere il regime di Assad in Siria, e costruire uno stato islamico nel quale solo la legge di Dio sia sovrana”. Nonostante l'apparente convergenza d'intenti con l'ISIL, le due formazioni islamiche non sembrano condividere molto, tranne qualche rara e temporanea cooperazione in alcune aree del conflitto.

Le opposizioni siriane si sono anzi convinte che l'ISIL sia in accordo con il regime, poiché si preoccupa di colpire per mezzo di attacchi terroristici le aree sotto controllo dei ribelli, mentre l'esercito lealista non bombarda i territori dove è predominante la presenza dell'ISIL.

Hasan About, uno dei leader di Ahrar al Sham del Fronte Islamico, ha voluto chiarire: “noi, come Fronte Islamico, non abbiamo preso la decisione di combattere l'ISIL, ma se qualcuno l'ha fatto aveva le sue ragioni a causa di come l'ISIL tratta gli altri gruppi”. Ha poi raccontato che miliziani dell'ISIL attaccano gli altri gruppi ribelli, rubano armi e torturano i prigionieri.

La frattura tra il Fronte Islamico e i combattenti dell'ISIL ha passato il punto di non ritorno ai primi di gennaio 2014, quando alcuni jihadisti hanno torturato e poi ucciso Hussein al-Suleiman, uno dei capi di Ahrar al Sham. Il Fronte Islamico ha risposto con un duro comunicato, dichiarando l'ISIL “peggiore del regime di Assad”.

È in questo clima che il ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoğlu ha dichiarato l'8 gennaio scorso che i terroristi in Siria finiscono per “mostrare Assad come il male minore”. Il giorno successivo il capo della diplomazia turca ha chiarito che Assad deve andarsene, ma che l'efferatezza dei jihadisti allontana la popolazione dalla causa dei ribelli.

“Tutti i combattenti stranieri devono lasciare la Siria” ha continuato Davutoğlu, che ha anche riaffermato che tra l'ISIL e il regime di Damasco c'è un accordo per spezzare la resistenza dei ribelli. Secondo il ministro turco, la presenza di forze qaediste legittima il regime a intervenire, e la pressione del regime legittima i jiahdisti a combattere. Ma soprattutto, l'esercito non ha ancora sparato un colpo contro membri dell'ISIL, mentre i ribelli dell'ELS devono combattere su due fronti: contro il regime e contro i jihadisti.

La Turchia è tra i più attivi sostenitori dell'ELS e ospita a Istanbul la sede del Consiglio Nazionale Siriano, l'organo politico riconosciuto dalle potenze estere come il legittimo rappresentante dei ribelli. Nel suo territorio sono inoltre presenti quasi duecento mila profughi siriani, dislocati in nove province.

Ankara è consapevole che la presenza dell'ISIL in Siria e Iraq è una grave minaccia alla stabilità di tutta la regione, come ha dimostrato la caduta della città irachena di Fallujah in mano ai gruppi affiliati ad Al Qaida nei primi giorni del 2014. In quell'occasione la Turchia aveva preso contatti con i governi dell'Iraq e dell'Iran per concordare una politica di argine nei confronti del dilagare della presenza jihadista.

La Turchia sente tutta l'urgenza di metter fine al conflitto siriano, prima che l'instabilità diventi endemica nella regione. Per farlo Ankara ha sempre sostenuto che fosse indispensabile far rientrare anche l'Iran nei negoziati. Naufragata la possibilità di far sedere al tavolo di Ginevra II rappresentanti della Repubblica Islamica, il governo turco ha comunque coinvolto Teheran attraverso alcuni incontri inter-governativi.

Dopo una visita in Turchia del ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif il 4 gennaio scorso, Erdoğan si è recato a Teheran per una visita ufficiale il 28 e 29 gennaio. Ad accompagnarlo c'erano il ministro degli Esteri, dell'Energia e dell'Economia. Erdoğan e il presidente iraniano Hassan Rouhani hanno parlato dei rispettivi dossier più urgenti di politica interna e stretto accordi commerciali per portare il livello degli scambi a trenta miliardi di dollari entro la fine del 2015. Soprattutto, hanno firmato una dichiarazione congiunta per stabilire un Consiglio di cooperazione di alto livello tra i due stati.

Il Consiglio di cooperazione potrà essere la strada maestra per recuperare a pieno titolo l'Iran nella co-gestione dei problemi del Medio Oriente. Un'idea questa che è sempre stata alla base della politica di Ankara. Secondo i dettami di Davutoğlu, teorico e interprete della politica estera turca, Iran e Turchia sono per il Medio Oriente quello che Francia e Germania sono per l'Europa. Solo una collaborazione tra Teheran e Ankara può gettare le basi per un Medio Oriente stabile e pacificato.

Seppur su posizioni opposte, Turchia e Iran condividono l'idea di attuare una politica che miri a stabilizzare la regione e combattere le scorribande jihadiste. Non è da sottovalutare nemmeno l'impatto simbolico che ha una cooperazione di alto livello tra l'Iran sciita e la Turchia sunnita, quando la gran parte dei problemi del Medio Oriente viene dipinta come una guerra tra sunniti e sciiti.

Di sicuro chi non gradisce è l'Arabia Saudita, che vede con insofferenza un graduale recupero di Teheran nel consesso delle potenze internazionali. Riad ha infatti interesse a isolare e limitare l'Iran, visto come un intruso negli affari arabi, come dimostrano le perplessità saudite nei confronti del programma nucleare iraniano. Riad  teme che Teheran possa davvero utilizzare la bomba nucleare una volta entrata in possesso.

Nonostante la Turchia si stia muovendo rapidamente nella direzione di un totale recupero dell’Iran nelle politiche di sicurezza della regione, sembra che dovrà passare ancora del tempo. L'assenza di Teheran al tavolo del negoziato di Ginevra II significa solo una cosa: le grandi potenze, Stati Uniti in testa, non hanno ancora voglia di provare a mettere fine al conflitto. Washington vede gran parte dei suoi nemici, così come alcuni tra gli alleati più ambigui, logorarsi in una guerra che non scalfisce profondi interessi strategici americani. Metter fine alla guerra e perdere vite umane, con il rischio di rimanere impantanati come è successo in Iraq e Afganistan, e di regalare un vantaggio prematuro all’Iran non è negli interessi di Washington.

Secondo l'analisi dell'ex Capo di Stato Maggiore dell'Esercito italiano Carlo Jean, Stati Uniti e Iran supereranno sfiducia e sospetti reciproci e così Teheran potrà diventare parte della soluzione, invece che del problema. Washington potrebbe infatti avere bisogno dell'aiuto iraniano proprio per stabilizzare quelle aree del Grande Medio Oriente che sono ora vittime degli attacchi della jihad.

Oggi però sfiducia e sospetti reciproci sono ancora la misura delle relazioni tra Stati Uniti e Iran. Intanto la Turchia potrebbe intervenire ancora per contenere le milizie dell'ISIL all'interno del territorio siriano e difendere un confine sempre più militarizzato.

 

Pubblicato in collaborazione con Altitude, magazine di Meridiani Relazioni internazionali


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