27 gennaio 2022

La crisi dei prezzi dell’energia, tra geopolitica ed emergenza climatica

 

In queste settimane gli aumenti dei prezzi dell’energia, annunciati in autunno, si stanno materializzando nelle bollette degli italiani, spingendo ad abbassare i termostati in molte case. Ma altri Paesi europei lottano addirittura contro l’incubo dei blackout e non va dimenticato come l’esplosione della recente rivolta popolare in Kazakistan sia stata causata proprio dall’aumento dei prezzi del GPL. Al punto che c’è chi si aspetta che altrettanto possa presto accadere anche nell’Europa occidentale, con un ritorno dei “gilet gialli”. Quella che stiamo vivendo ora in tutta Europa è però una situazione diversa e molto più ampia rispetto a quella che nel 2018 infiammò le proteste contro l’aumento dei prezzi del gasolio in Francia. Si tratta infatti di una cosiddetta “tempesta perfetta” di fattori infrastrutturali, economici, ambientali e sociali con pochi precedenti, che alcuni definiscono “la prima crisi dell’era della transizione energetica”. Cosa sta causando questa situazione e quali possono essere le sue conseguenze e soluzioni, sia nel breve che nel lungo periodo?

 

La situazione specifica in cui ci troviamo, legata all’imprevista rapidità della ripresa della richiesta di energia dopo il crollo causato dalla pandemia, si incrocia infatti con il più ampio contesto della transizione energetica che (si spera) sia in corso, per combattere la crisi climatica e ambientale. Perché ciò che forse sta stupendo più di tutto, in questa emergenza, è la scoperta di quanto siamo ancora in realtà molto più dipendenti dai combustibili fossili di quanto ci facesse piacere pensare. Come se proprio nel momento in cui cresce la consapevolezza di quanto sia necessario abbandonarli, questi ci stessero beffando palesando la propria importanza e facendosi pagare sempre più cari. Un’ironia dovuta non solo al caso, come vedremo, ma anche a strategie ben precise dei produttori, interessati a far proseguire il più a lungo possibile l’era dei combustibili fossili.

 

Perché c’è maggiore richiesta di gas?

La prima cosa da fare per capire cosa stia succedendo è semplicemente osservare la domanda e l’offerta. Perché quella che chiamiamo crisi dei prezzi dell’energia è di fatto e banalmente una crisi legata alla scarsità di idrocarburi e in particolare di gas. Pur se molto differente tra una nazione europea e l’altra, il cosiddetto mix energetico dell’UE vede ancora le fonti fossili coprire complessivamente oltre il 70% del fabbisogno, con in particolare il gas in costante aumento rispetto a carbone e petrolio.

 

E se è vero che nel prezzo finale pagato da industrie e consumatori finiscono ovviamente anche questioni più formali, come quelle legate a imposte, accise, incentivi e sussidi (oppure le nuove direttive UE sui costi delle emissioni di carbonio, che hanno catturato l’attenzione di molti osservatori nazionali), il fatto è che a monte di tutto c’è un’oggettiva carenza di materia prima rispetto alla domanda.

 

La risposta degli analisti al perché la domanda sia attualmente così alta vede al primo posto la ripresa industriale post-pandemia, che è stata molto più rapida e improvvisa del previsto. Soprattutto in Asia, le imprese hanno ripreso la produzione a tamburo battente per recuperare il tempo perduto, trovando impreparati i fornitori di materie prime. Un fenomeno che ha causato anche altre crisi nelle catene di forniture internazionali di parti e materie prime, come nel caso delle aziende hi-tech e automotive che non riescono a procurarsi semiconduttori. In un certo senso quella del gas è un’altra di queste crisi logistiche, ma ancora più complessa e con molti più fattori in gioco, sia geopolitici che ambientali.

 

Rimanendo alla Cina, per esempio, la riduzione nell’impiego del carbone, sia per limitare l’inquinamento, sia per il sostanziale blocco alla sua esportazione verso Pechino da parte dell’Australia, ha spinto a puntare sempre di più sul gas naturale. E a questa maggiore richiesta è stata data la priorità da parte dei Paesi produttori, rispetto a quella analoga dell’Europa.

 

La maggiore domanda di gas ha però anche cause legate alla crisi climatica. I fenomeni meteo sempre più estremi, con inverni freddissimi seguiti da estati torride, portano per esempio a una maggiore richiesta di gas per riscaldamento d’inverno, ma anche di quello utilizzato per alimentare le centrali elettriche che fanno funzionare i climatizzatori d’estate. E proprio il fatto che le scorte nazionali di gas non siano state riempite durante l’estate, come prima avveniva regolarmente per prepararsi all’inverno successivo, è uno dei fattori dietro all’attuale carenza.

 

C’è poi un problema connesso alla minore disponibilità di altri fonti energetiche, quasi sempre legata anch’essa all’emergenza climatica, che ha costretto molti a fare ancora più affidamento sul gas.

Un esempio è dato dall’inedita siccità in Brasile, che da mesi non può quindi contare sull’idroelettrico, che normalmente copre quasi un terzo del fabbisogno nazionale. Ciò li sta spingendo a coprire questo buco cercando sul mercato del gas naturale liquido (GNL) ed entrando così anch’essi in competizione con l’Europa per la ricerca di risorse.

 

Un altro caso di clima anomalo è la bonaccia che ha colpito il Nord Europa: l’assenza di vento ha fatto precipitare le prestazioni degli impianti eolici e la quantità di energia che da loro ci si aspettava. Per le compagnie petrolifere, questa è una dimostrazione dell’inaffidabilità delle fonti rinnovabili, ma come vedremo la cosa è assai più complessa. E rappresenta semmai la prova che non si sia investito abbastanza in queste ultime.

 

Infine, anche il nucleare, la cui incidenza nel mix energetico europeo era già in calo rispetto al picco del 12% raggiunto attorno al 2000, è stato colpito nell’ultimo anno dalla chiusura degli impianti tedeschi (per ragioni ambientali) e da quella di cinque impianti nel Regno Unito (per una manutenzione curiosamente programmata in contemporanea). Ancora una volta ciò ha costretto questi Paesi a una maggiore necessità di acquistare gas.

 

Da dove viene il gas e perché è così caro?

Spinto da questa improvvisa richiesta, negli ultimi mesi il prezzo del gas naturale sul mercato europeo all’ingrosso ha visto in certi momenti un aumento del 400%. Come prima cosa proprio per una normale questione di alta domanda e limitata offerta di una risorsa finita.

Va infatti premesso come gli idrocarburi siano già complessivamente in calo. Il cosiddetto peak oil è stato superato e, indipendentemente dalle scelte ambientali, le riserve di gas e petrolio saranno d’ora in poi sempre di meno. In particolare per l’Europa pesa in questo senso il fatto che i giacimenti del Mare del Nord siano tra quelli più in declino, costringendo a una sempre maggiore necessità di ricorrere alla loro importazione.

 

Questo calo oggettivo delle riserve è ora accelerato dal calo degli investimenti. Mentre aumentano i costi per utilizzare riserve sempre più difficili da raggiungere, infatti, la necessaria tendenza globale ad abbandonare l’uso di combustibili fossili rende ogni investimento in quel settore ancora meno attraente. Ciò vale per i nuovi giacimenti che probabilmente non saranno mai utilizzati, come quelli tra Cipro e Israele, sui quali la decisione di annullare il progetto per un gasdotto che li collegasse con l’Europa ha di fatto messo una pietra tombale. Ma vale anche per i giacimenti già in uso, per i quali i minori investimenti significano meno cure, meno personale, la mancata sostituzione di infrastrutture obsolete e così via. Lo scorso anno ciò ha portato al 40% in più di blocchi agli impianti, rispetto agli anni precedenti, per necessità di interventi e manutenzione. Guasti hanno colpito sia le reti di distribuzione europee (anche per i sempre più frequenti incendi), che un importante impianto di produzione russo. Giusto martedì scorso, un misterioso blocco della rete del Kazakistan ha causato un blackout in buona parte dell’Asia centrale.

 

Oltre a spingere i produttori di gas al risparmio, questa consapevolezza di stare entrando in una nuova era, che vedrà le loro risorse sempre meno rilevanti, li sta anche portando verso forme più estreme di negoziazione con i clienti, rispetto a quelle con cui già da decenni plasmano il mercato.

C’è sempre stato un gioco in questo senso da parte dell’OPEC e degli altri Paesi produttori, che cercano di regolare e limitare la quantità di idrocarburi che viene commercializzata, per venderli a un prezzo più alto. Ma ora questi si rendono conto di stare vivendo gli ultimi anni nei quali avranno la possibilità di capitalizzare le proprie riserve di idrocarburi e, visto che pochi hanno avuto la lungimiranza norvegese nell’investire e diversificare quanto guadagnato nei decenni passati, cercano ora disperatamente di incassare quanto più possibile e al tempo stesso di prolungare oltremodo la dipendenza dei clienti dal proprio prodotto.

 

L’Europa in tutto questo si trova nella svantaggiata posizione di essere quasi interamente dipendente dalle importazioni. L’unico produttore rilevante europeo, la Norvegia, fornisce attualmente solo il 16% del gas consumato nel continente. La maggior parte, il 41% viene invece dalla Russia, mentre altri fornitori importanti sono l’Algeria, con il 7,6%, e il Qatar, con il 5,2%. Quest’ultimo peraltro ne avrebbe molto di più, ma come Stati Uniti, Australia e altri produttori, preferisce in genere esportarlo verso i più lucrativi mercati asiatici.

Insomma, non c’è bisogno di sottolineare come gli idrocarburi siano da sempre legati a fattori geopolitici, ma tra tutti i combustibili, il gas è forse uno di quelli più legati a queste tensioni politiche e militari, che agiscono anch’esse sulla sua disponibilità e sui prezzi. Ne sono un esempio il blocco delle importazioni dall’Iran e la minore capacità di esportazione che negli ultimi anni hanno avuto i tanti produttori coinvolti in conflitti, nei quali le proprie riserve energetiche non giocavano un ruolo secondario, a partire da Iraq e Libia.

 

Come la crisi energetica si mescola alla crisi tra Russia e Ucraina

Nella crisi attuale il protagonista geopolitico cruciale è la Russia, che oltre a essere il principale fornitore di gas per l’Europa è in questo momento anche al centro delle tensioni sull’Ucraina. Proprio dal territorio ucraino passava fino a qualche anno fa oltre l’80% del gas russo diretto all’UE. A partire dal conflitto del 2014 questo è calato, ma rappresenta ancora circa un terzo del totale e molti si chiedono cosa potrebbe accadere a queste forniture in caso di una nuova guerra. USA e Australia si sono detti disposti a indirizzare verso l’Europa il GNL che normalmente inviano in Asia, qualora Mosca tagliasse le forniture: cosa peraltro che costerebbe loro poca fatica, dato che i prezzi in Europa sono attualmente così alti che l’operazione porterebbe un sicuro guadagno.

 

Lo stesso Putin avrebbe pronta l’alternativa: si tratta del gasdotto Nord Stream 2, già costruito e in grado di portare altro gas russo direttamente in Germania attraverso il Baltico, ma bloccato dalla mancanza di autorizzazioni del governo tedesco. Berlino è in parte preoccupata dal fatto che il mancato passaggio per l’Ucraina priverebbe quest’ultima di fondamentali risorse economiche, ma soprattutto che strategicamente questo maggiore apporto di gas russo aumenterebbe ancora di più la dipendenza nazionale ed europea da Mosca. Prova ne è che molti ritengono che una delle principali cause dell’attuale carenza di gas, che ne ha alzato i prezzi nei nostri contatori, sarebbe dovuta alla stessa decisione di Putin di fare pressione all’Europa per sbloccare questo gasdotto.

 

Mosca sta in effetti rispettando i minimi garantiti dai propri obblighi contrattuali, ma non ha riempito le riserve europee durante l’estate e non sta rispondendo alle attuali richieste di forniture extra. Nessuno però è in grado di dire oggettivamente se la Russia stia volutamente centellinando il gas, per fare sentire l’urgente necessità di questo nuovo gasdotto, oppure se al momento non sia effettivamente in grado di fornirne di più. Per esempio, gli impianti nei giacimenti siberiani, che erano stati fermati durante la pandemia, pare che stiano riprendendo la produzione più lentamente del previsto, mentre durante l’estate la Russia aveva dato la priorità a riempire le proprie scorte strategiche, prima di fornirle all’esterno. D’altra parte non si può escludere una volontà strategica dietro a queste limitazioni, perché è chiaro che l’obiettivo numero uno di Putin sia al momento quello di garantire un futuro il più lungo possibile a quei contratti che coprono il 40% del bilancio annuale russo. Ma proprio questo è l’altro motivo che ha spinto il governo tedesco a fermare le autorizzazioni per il Nord Stream 2: autorizzarlo significherebbe infatti contraddire tutto il proprio impegno sbandierato nel limitare gli investimenti in combustibili fossili, verso un futuro più sostenibile.

 

Allora è colpa degli ambientalisti?

A dispetto di ogni impegno preso alla COP26 di Glasgow sul clima, gli altri Paesi non stanno avendo le stesse remore nell’affrontare l’attuale crisi dei costi dell’energia. Gli Stati Uniti per esempio stanno ricorrendo alle riserve strategiche di petrolio, anche nel tentativo di forzare gli altri produttori ad abbassare i prezzi per tornare competitivi. Ma a dire il vero la stessa Germania ha addirittura riattivato centrali a carbone dismesse: ovviamente però non si tratta di una soluzione efficace, sia per motivi ambientali, sia perché in Europa ci sono limiti infrastrutturali che ne impedirebbero un incremento nelle forniture sufficientemente rapido per superare l’attuale crisi. Sempre sul carbone ha puntato anche la Cina e se là è stato tecnicamente più facile intensificarne l’uso, ciò ha comunque significato invertire una decisione annunciata l’anno scorso verso la decarbonizzazione.

 

Significativamente, proprio mercoledì scorso Xi Jinping ha sottolineato come le ambizioni ambientali non debbano interferire con la «vita normale». Desiderio che molti certamente condividono, ma che è purtroppo impossibile, come forse questa crisi aiuterà l’Europa a comprendere. Perché la “vita normale” è ciò che ha causato l’attuale crisi ambientale.

 

Ciononostante, i rappresentanti del settore petrolifero stanno effettivamente provando a utilizzare l’emergenza per sostenere che l’Europa sia corsa troppo velocemente verso le fonti rinnovabili. In questo in pieno accordo con Putin, che ha definito «isterici» i piani verdi europei, accusandoli di essere la causa dell’attuale crisi.

 

Semmai il problema è il contrario, ovvero il fatto che il mix energetico sia ancora così sbilanciato sul gas e gli altri combustibili fossili. Al di là degli annunci, infatti, basta guardare i dati. Nel 1981 la percentuale di energia prodotta con petrolio, gas e carbone a livello mondiale era l’84%. Nel 2020, dopo così tante chiacchiere ai summit sull’ambiente, la cifra è ancora esattamente l’84%.

 

In Europa la situazione è leggermente migliore, ma di poco. E fondamentalmente per via della percentuale rilevante occupata in Francia dal nucleare, che è però il solo Paese a puntarvi per il futuro, al contrario della Germania che ci sta rinunciando perché i problemi a lungo termine su sicurezza e scorie non sono ancora stati realmente risolti (proprio la diversa strategia dei due più grandi Paesi europei è alla base della diatriba in corso a livello UE sulla definizione di “energia sostenibile” per il nucleare).

 

Per quanto le rinnovabili abbiano effettivamente mostrato limiti di affidabilità, come nel caso della mancanza del vento nei mesi scorsi, sono però molto meno dipendenti da questioni geopolitiche, dalla reperibilità di risorse e possono essere prodotte localmente a costo ridotto e senza bisogno di inseguire mercati all’ingrosso, nei quali i prezzi possono esplodere. Quindi per quanto le imprese petrolifere si sforzino di accusare la fretta con cui si sta decarbonizzando, ciò che insegna questa crisi è che semmai occorrerebbe farlo più in fretta.

 

Se un Green New Deal fosse partito venti anni fa oggi saremmo stati in grado di affrontare questa situazione in modo molto diverso. Anche perché i piani verdi più ambiziosi prevedono non solo più rinnovabili, ma anche una loro migliore distribuzione, che sia al tempo stesso più locale e più transnazionale: così da integrare alla rete sia la produzione di ogni impianto individuale, sia di essere in grado di bilanciare gli andamenti stagionali a livello europeo. Perché se sui singoli territori nazionali ci possono essere momenti in cui, per esempio, non ci sia abbastanza sole o abbastanza vento, a livello europeo sarebbero del tutto eccezionali periodi in cui non ci sia né l’uno né l’altro, se fossimo in grado di distribuirne da un posto all’altro l’energia derivante e di immagazzinarla duranti i picchi.

 

Per realizzare tutto questo, servono però investimenti in rinnovabili, che si stima dovrebbero essere il quadruplo di quanto attualmente speso. E non solo ciò non è quindi stato fatto nel passato, ma nessuno lo sta facendo neanche ora. Anzi, l’anno scorso, probabilmente anche a causa degli ostacoli ai lavori per via della pandemia, la messa in rete di nuovi impianti solari ed eolici è addirittura rallentata.

 

Ma cosa si può fare ora e subito per le bollette?

La convinzione di molti analisti è che il mercato dovrebbe risolvere la situazione da solo in tempi brevi: i prezzi più alti che stiamo pagando in Europa attireranno più gas dall’estero, riequilibrando i prezzi (almeno temporaneamente, visto il declino inevitabile delle riserve). Come già stiamo vedendo con il GNL che alcuni Paesi si sono detti disponibili a dirottare dall’Asia verso l’Europa.

Questo accadrà però soltanto se i produttori non decideranno di ostacolare volutamente questo processo, magari riducendo ancora l’afflusso di gas russo, per colpire l’Europa e dare un segnale contro la transizione energetica.

 

Per dare più forza all’Europa nelle trattative con i produttori, c’è chi ha suggerito un sistema di acquisto collettivo, superando le norme UE che stabiliscono che le questioni energetiche sono di esclusiva competenza nazionale. Tuttavia, per quanto ciò possa essere auspicabile in vista di una gestione europea delle rinnovabili, sarebbe assai poco utile per risolvere la situazione contingente, perché a differenza dei vaccini, il gas è una risorsa finita e dunque il modello applicato dall’UE per i primi avrebbe risultati trascurabili nel caso del gas.

 

La soluzione emergenziale proposta dalle società petrolifere, sulla carta grandi sostenitrici del mercato, è invece quella di chiedere sussidi pubblici ai governi europei, con le agenzie di relazioni pubbliche a loro servizio impegnate a spiegare come ciò sarebbe finalizzato al bene del popolo colpito dall’aumento dei prezzi, dipingendo invece come del tutto secondario l’impatto di miliardi di euro in più nei propri bilanci.

 

Se è ovvio e vero che i più danneggiati dall’aumento dei prezzi sono proprio i più deboli, l’idea stessa di incentivi statali per coprire i prezzi alti degli idrocarburi vanno nella direzione opposta all’ormai condivisa necessità di abbandonare gli idrocarburi. Non è tornando al carbone o con i sussidi ad altre fonti fossili che si risolve una crisi che va vista nel contesto più grande dell’emergenza climatica. Come fare però se non c’è un’alternativa verde pronta?

 

La transizione energetica non è un pranzo di gala

L’attuale crisi potrebbe rappresentare il momento in cui si scoprono le carte sui costi, in senso lato, della crisi ambientale. Da un lato rendendo palese come, nonostante tutti i discorsi sulla transizione, le nostre vite siano ancora interamente legate ai combustibili fossili. Dall’altro costringendo a scontrarsi con la realtà che per la lotta al cambiamento climatico sarà necessariamente togliersi metaforicamente i guanti. Oppure, al contrario, potrebbe essere letteralmente necessario indossare di più i guanti. Perché ciò che l’attuale crisi dei prezzi ci insegna, secondo i partiti verdi europei, è la necessità di calare drasticamente i consumi.

L’aspetto paradossale è che a livello mondiale si prevede, al contrario, un aumento della richiesta di energia del 50% da qui al 2050. Un’evenienza sulla quale c’è ormai il consenso che, all’attuale livello di emissioni, non sarebbe sostenibile dal pianeta. Anche perché questo aumento non sarebbe motivato soltanto dalle comprensibili richieste di maggiore comfort quotidiano da parte dei Paesi in via di sviluppo, ma anche dall’aumento esponenziale di nuove forme di consumo energetico, di cui talvolta non ci accorgiamo in quanto legate al mondo virtuale. Un esempio brutale è dato dalle blockchain, impattanti al punto che il Kosovo, che prima ne era uno dei centri mondiali, ha recentemente dovuto vietarne l’uso per fermare i continui blackout causati dall’esagerato consumo dei server utilizzati per estrarre bitcoin e affini (e altrettanto avrebbe starebbe facendo l’Iran).

 

Da qui e dai ritardi negli investimenti sulle rinnovabili, che stiamo pagando sulla nostra pelle in queste settimane, l’inevitabilità di ridurre i consumi. Sapendo che potrebbe non bastare la lotta contro gli sprechi e in favore di una maggiore efficienza. Potrebbe infatti voler dire accettare una riduzione dei fatturati. Potrebbe voler dire meno viaggi. Potrebbe voler dire abituarsi a tenere il riscaldamento più basso e rinunciare al climatizzatore d’estate. Ma l’alternativa è continuare a firmare impegni per la decarbonizzazione e poi chiedere alle compagnie petrolifere di aumentare la produzione di gas per coprire l’aumento della domanda.

 

Come visto, dove i governi non hanno osato, sembra però che siano arrivati paradossalmente i mercati, che per evitare di sprecare finanziamenti stanno calando gli investimenti sui combustibili fossili, dimezzati rispetto al picco del 2014. Ciononostante, le società petrolifere insistono che i combustibili fossili continueranno a essere cruciali ancora per decenni come risorsa di transizione e hanno trovato il proprio paladino nel gas, perché meno impattante rispetto agli altri idrocarburi.

L’attuale crisi dei prezzi potrebbe essere decisiva perché ottengano in questo il supporto dei governi europei.

 

Al contrario, secondo i movimenti ambientalisti dovrebbe essere il momento in cui cambiare la narrazione e passare dalle sole azioni positive e facili da sostenere da parte dei governi (come gli incentivi per le auto elettriche) a quelle restrittive che sono ancora più importanti, ma che richiedono più coraggio, sia in aspetti pratici come l’aumento della tassazione sull’estrazione e l’uso di combustibili fossili, che in quelli anche dal valore simbolico, come la drastica riorganizzazione del sistema aeronautico (Greenpeace in questi giorni denunciava i milioni di tonnellate di carburante usato dalle compagnie aeree per fare volare vuoti i propri aerei per non perdere gli slot europei), oppure il divieto alla pubblicità di carburanti e automobili.

 

Come si colloca in tutto questo l’Italia?

Proprio partendo dalle auto, l’amministratore delegato di Stellantis, Carlos Tavares, lamentava nei giorni scorsi il fatto che i costi dell’energia in Italia fossero più alti che negli altri Paesi europei, sostenendo che questo fosse un problema per la competitività delle imprese. Per quanto i prezzi dell’energia stiano volando da mesi, questa affermazione è però quantomeno parziale se non inesatta e sembra piuttosto voler sfruttare la diffusa rabbia popolare per i prezzi alti dell’energia per ottenere concessioni dal governo. Confrontando il costo del Kwh in ambito business in Europa e in Italia, dove è pari a 0,155 euro, è vero che questo è superiore alla media europea del 28%, ma ciò perché la media include anche Paesi ricchi di riserve di idrocarburi, come l’Ucraina o il Kazakistan, dove il costo è di appena 0,031 euro. Se paragoniamo l’Italia con i Paesi dell’Europa occidentale e con le altre potenze industriali, scopriamo che in Germania il Kwh costa alle imprese addirittura 0,298 euro, quasi il doppio che in Italia: non risulta che questo abbia messo particolarmente in difficoltà le industrie automobilistiche tedesche.

 

Per quanto riguarda la crisi di queste settimane, tuttavia, è vero che l’Italia si trova in una situazione pericolosamente esposta, per il fatto di essere il Paese europeo che più si affida percentualmente all’uso del gas naturale nel proprio mix energetico.

 

In generale l’Italia ricorre per quasi l’84% dei propri consumi ai combustibili fossili, in linea con la media mondiale e oltre dieci punti percentuali sopra alla media europea. Di questi, il gas rappresenta quasi il 40%, seguito da una fetta poco più piccola occupata dal petrolio e da circa il 5% in carbone. Le fonti rinnovabili sono dunque ancora molto poche e se negli ultimi dieci anni i nuovi progetti entrati in funzione hanno visto calare la dipendenza da petrolio, aumentando la disponibilità di energia proveniente da solare e idroelettrico, ad aumentare più di tutto è stato proprio il gas.

 

I casi più noti sono quelli del gasdotto TAP (Trans Adriatic Pipeline) e del rigassificatore Adriatic LNG, che di volta in volta sono stati autorizzati con la motivazione che avrebbero risolto la dipendenza dalle altre fonti. Ma a distanza di qualche anno sembra piuttosto che il mix energetico italiano risulti semmai ancora più sbilanciato. Questo ci lascia più esposti all’attuale crisi dei prezzi, che ci si augura possa almeno essere un’opportunità per capire meglio la situazione in cui ci troviamo e iniziare così a far parlare una lingua comune tra governanti, ambientalisti, imprese e cittadini.

 

C’è infatti chi si chiede perché questo aumento dei prezzi non abbia ancora scatenato proteste come quelle dei gilet gialli del 2018, magari incrociandosi con il malcontento contro la gestione della pandemia. Ma se allora la rabbia era rivolta contro una specifica tassa statale, ora sembra esserci la consapevolezza che si tratti di qualcosa di molto più ampio o quantomeno che sia più difficile trovare un singolo soggetto a cui dare la colpa e su cui sfogare la propria frustrazione. Neanche però dovremmo fare l’errore opposto e rassegnarci, anzi, è proprio questo il momento di chiedere ai governi nazionali, europei e mondiali cambiamenti strategici e strutturali, che non guardino indietro inseguendo il modello sorpassato che ci ha portato a questa situazione, ma vadano avanti nella direzione giusta.

 

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Immagine: Veduta aerea del gasdotto in costruzione Trans Adriatic Pipeline nel Nord della Grecia. Crediti: Ververidis Vasilis / Shutterstock.com

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