30 luglio 2021

La deriva cubana

Si sfalda la singolarità cubana. Non basta a dissimularlo la comparazione con gli ancor più infelici vicini centroamericani. Il regime castrista non cadrà domani né il giorno seguente. Sta franando però quel sentimento identitario in qualche modo legato alla Revolución, che ha tenuto insieme la massa del popolo cubano attraverso sessant’anni di sfide (volere è potere…), sacrifici, avversità e delusioni sismiche. Salvo momenti eccezionali, il metodo del controllo porta a porta aveva permesso finora al regime di filtrare la repressione del pur crescente dissenso, senza dover mandare le truppe speciali a ripulire le strade dai manifestanti. Le proteste dell’11 luglio scorso, una domenica d’incontenibili passioni, ha mutato il rapporto tra governo e governati.

 

Era un sentimento via-via sempre più contraddittorio, a cui orgoglio nazionale e furbizie quotidiane, solidarietà e mercato nero, magniloquenza e piccoli tradimenti andavano togliendo il respiro. Le periodiche penurie di cibo, farmaci e prodotti di prima necessità, le interminabili code per accedervi, ormai obbligate e semi-permanenti (tanto che l’irriducibile ironia cubana le diceva sostitutive di quelle che un tempo furono le riunioni politiche di base), i traffici minimi d’ogni giorno necessari alla sopravvivenza, l’hanno corroso dall’interno. Il COVID con le sue vittime (i morti, innanzi tutto, sebbene meno numerosi che nei paesi circostanti; e non meno letale, la paralisi del turismo, voce numero uno dell’economia cubana) l’hanno fatto scoppiare.

 

Prima o poi doveva accadere. Dimas Castellanos, politologo indipendente di tendenza cristiano-sociale (ma decenni addietro ha insegnato anche marxismo nelle scuole tecniche), un dissidente finora tollerato dal regime, ha distillato un’analisi perentoria delle trasformazioni avvenute nell’isola: per definizione – afferma ‒, la revolución consiste in un cambio radicale del sistema di potere. Dura il tempo che intercorre nella sostituzione delle strutture istituzionali esistenti con quelle funzionali al progetto rinnovatore. Tale processo a Cuba è risultato particolarmente prolungato. Aperto nel 1959, ha raggiunto il culmine con la Costituzione del 1976. Da questa data in avanti a Cuba non c’è più una revolución, ci sono ‒ al contrario ‒ immobilismo e regressione.

 

La specificità della rivoluzione castrista, creatività, contraddizioni, l’abilità mimetica, non ne disconosce l’epos, che però ‒ forse per la scomparsa dei suoi maggiori protagonisti, da Fidel, a Camilo, al Che; certamente per il cambiamento d’epoca ‒ adesso non accompagna il suo tramonto. L’audacia ma anche le ambiguità di Fidel, dall’assalto al Moncada allo sbarco del Granma e alla guerriglia sulla Sierra Maestra, fino al trionfale ingresso all’Avana del gennaio 1959, resero possibile la sconfitta del dittatore Batista. La revolución ebbe dalla sua la grande maggioranza dei cubani, sommando ai ribelli combattenti l’opinione dei favorevoli e di quanti si limitavano a non essere contrari. Oggi, solo una maggioranza analoga potrà permettere il superamento della crisi interna che soffoca l’isola non meno del maldito bloqueo che la rialimenta.

 

Le attuali ostilità degli Stati Uniti non sono comparabili a quelle della coppia Richard Nixon-John Foster Dulles, che spinsero il presidente Eisenhower anche oltre le sue intenzioni di rivalsa per le nazionalizzazioni castriste dei beni americani a Cuba. Non vanno tuttavia sottovalutate. Ci sono infatti motivi per ritenere che Biden non si opporrebbe a un alleggerimento delle sanzioni, in particolare a una sospensione della legge Helms-Burton imposta nel 1996 a Bill Clinton da un Congresso dominato dai repubblicani. Poiché le conseguenze nell’intero continente americano di una crisi cubana fuori controllo lo preoccupano. Ma non fino al punto da indurlo a sostenere una battaglia politica che si prospetta molto difficile tanto al Congresso quanto nel paese per evitarle.

 

Dovrebbe essere quindi il governo cubano ad assumere l’iniziativa di favorire le condizioni necessarie affinché una sospensione delle misure più odiose delle sanzioni appaia difendibile, di fronte alla più che certa opposizione della destra repubblicana. Avviando quindi un processo che preveda profonde riforme strutturali nel sistema economico e un concreto riconoscimento di più ampi diritti individuali agli 11 milioni di cubani. Sono le aperture di carattere liberale di cui l’isola discute ormai da decenni, con contrasti interni sia al partito, sia all’amministrazione diretta dello stato. Mai resi noti in misura sufficiente a valutare le forze delle tendenze in campo. Conosciamo però i risultati, fino a oggi sempre al di sotto delle necessità. Per la revolución, la lotta comunque in atto per chi assumerà la guida del suo inevitabile Termidoro sembra l’ultima sfida.

 

L’articolo è stato scritto per il blog di Livio Zanotti (Ildiavolononmuoremai.it)

 

Immagine: Una strada de L’Avana, Cuba (12 giugno 2021). Crediti: Yandry_kw / Shutterstock.com

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