20 gennaio 2020

La difficile rivoluzione gentile del Gambia

Non è un anniversario sereno quello che i gambiani si apprestano a celebrare a 3 anni dalla cacciata del dittatore Jammeh dal Paese e dalla conquista del potere da parte del fronte democratico. L’incredibile percorso innescato quel 2 dicembre 2016 quando, sorprendendo il mondo intero, la coalizione riunita sotto l’ombrello dello United Democratic Party guidata da Adama Barrow riuscì a scalzare pacificamente uno dei dittatori più feroci e longevi della storia contemporanea, bypassando brogli, intimidazioni, minacce e ronde delle forze di sicurezza, rischia di incepparsi. L’idillio tra una popolazione incredula e festante, liberatasi di Yahya Jammeh ‒ il tiranno folle, al potere dal 1994 a seguito di un colpo di Stato, che aveva trasformato il piccolo Paese dell’Africa Occidentale in un grosso lager a cielo aperto ‒ e il suo presidente, sembra traballante.

Negli ultimi mesi si sono susseguite manifestazioni nella capitale Banjul e nel resto del Paese, di decine di migliaia di cittadini. Il pretesto era la promessa fatta da Barrow appena insediatosi e di recente ritrattata in nome del dettato costituzionale (che in effetti prevede un mandato di 5 anni), di lasciare l’incarico dopo 3 anni di governo. Ma dietro la richiesta di dimissioni urlata dalla folla c’è l’insofferenza per un lentissimo processo di ripresa e le infinite difficoltà che, con un flusso appena poco ridotto, spingono tuttora migliaia di ragazzi a lasciare le proprie case e tentare drammatici viaggi di emigrazione, a rischio della vita: ha suscitato una profonda commozione la notizia della morte di 62 ragazzi, tutti gambiani, su un barcone capovoltosi a largo della Mauritania, lo scorso 4 dicembre.

L’erogazione di energia è un problema e il decollo dell’economia stenta molto ad avverarsi.

Che non sarebbe stato facile, lo si poteva immaginare. Uscendo di scena per ripiegare verso l’esilio in Guinea Equatoriale a gennaio del 2017, Jammeh lasciava una nazione in macerie. Le sue draconiane misure e le continue paranoie che lo portarono a sospendere ogni contatto con il resto del mondo, oltre al sistematico furto di beni statali per una somma stimata dall’Organized Crime and Corruption Reporting Project di oltre un miliardo di dollari, resero progressivamente il piccolo Paese, che come un serpente emergente dall’Oceano Atlantico si incunea nel cuore del Senegal, uno dei più poveri e sottosviluppati al mondo. Oppresso da instabilità politica, repressione, estrema povertà e traffico di esseri umani, il Gambia è giaciuto per decenni agli ultimi posti delle classifiche di sviluppo e presenta tuttora dati allarmanti: è il 197° Paese al mondo (su 220) per reddito pro capite, ha il 50% della popolazione sotto la soglia della povertà, un tasso di alfabetizzazione che non supera il 55%, alte percentuali di lavoro minorile.

Terribilmente irritato quanto sorpreso dal verdetto elettorale (3 anni prima aveva dichiarato alla BBC «Governerò il mio Paese per un miliardo di anni»), Jammeh aveva cercato fin dall’inizio di creare problemi in tutti i modi, rigettando prima l’esito del voto – il governo si è infatti insediato a febbraio del 2017, due mesi dopo le elezioni proprio perché l’ex presidente si rifiutava di lasciare il potere –  e poi scappando in Guinea Equatoriale solo dopo essersi assicurato 11 milioni di dollari sottratti alle esangui casse centrali.

L’insoddisfazione della popolazione ha creato evidenti strascichi nella politica portando alla rottura di alcuni dei patti elettorali che condussero alla vittoria e alla recente decisione di Adama Barrow di fondare un proprio partito, il National People’s Party, e correre da solo.

In tale cornice di malcontento e disillusione – c’era da aspettarselo – si inserisce senza ritegno l’ex dittatore. Da vari mesi tambureggia mediaticamente di un suo imminente ritorno in patria dall’esilio in Guinea Equatoriale.

Eppure, segnali di ripresa ce ne sono stati. Il Gambia ha avviato una serie di riforme nei campi dell’agricoltura, dell’industria e del lavoro che presentano timidi accenni di recupero. La strada imboccata nel solco del rispetto dei diritti umani è divenuta una bandiera del nuovo governo, che ha istituito una Commissione di riconciliazione nazionale per la verifica dei crimini commessi dall’ex presidente e il reintegro delle vittime; il Paese si è distinto, inoltre, per essere stato capofila di 57 membri dell’Organizzazione della cooperazione islamica (OIC) ad aver presentato alla Corte internazionale di giustizia l’accusa contro il Myanmar di genocidio perpetrato nei confronti della minoranza musulmana dei Rohingya: una mossa che gli ha guadagnato il plauso di osservatori internazionali quale esempio di democrazia emergente interessata ai diritti interni ed esterni.

La rivoluzione gentile del Gambia, quindi, non deve fallire. Le infinite difficoltà non possono soffocare un processo virtuoso che funge da modello e resta una delle notizie geopolitiche più entusiasmanti del decennio. Ciò che è successo in quel Paese è la dimostrazione più evidente che un dittatore non è per sempre. Che anche i tiranni più violenti, feroci, forti, attaccati al potere, sono vincibili. Il Gambia, in un certo senso, ha aperto la stagione delle rivolte antiregime che hanno portato alla detronizzazione di despoti o gerontocrati che si pensavano eterni. Dopo Jammeh, infatti, è stata la volta di al-Bashir in Sudan e di Bouteflika in Algeria. Non può tornare indietro.

 

 Immagine: La capitale del Gambia, Banjul, e il fiume Gambia. Crediti: Homo Cosmicos / Shutterstock.com

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0