26 febbraio 2014

La diversità del Kurdistan iracheno

Nel 2006, l’Autonomia regionale del Kurdistan iracheno finanziò una campagna pubblicitaria intitolata “The Other Iraq. Lo scopo era quello di attrarre investitori internazionali nella regione, mostrando come, nonostante la contiguità territoriale, il Kurdistan iracheno fosse estremamente distante dal caos imperante nelle altre regioni dell’Iraq: “I curdi dell’Iraq capiscono che il successo della loro emergente democrazia dipende fortemente dal successo della loro economia”, era scritto nella presentazione del progetto pubblicitario. L’apertura dell’economia curda negli anni Duemila non è solo il prodotto dell’accresciuto benessere di una regione che per decenni ha sofferto per via dell’ostilità di Baghdad e per un’arretratezza strutturale, ma anche il frutto della volontà di affrancarsi in maniera crescente da uno Stato centrale sempre più debole e frammentato.

L’Autonomia regionale curda del Nord-est continua a distinguersi anche oggi come eccezione. Un’oasi di 65mila km² e cinque milioni di abitanti di relativa pace, prosperità e sviluppo economico, mentre la cronaca ribadisce giorno dopo giorno come violenza settaria e jihadismo stiano trascinando il resto dell’Iraq verso instabilità e polarizzazione. Questa situazione è l’ultimo prodotto di un processo storico che sta segnando il progressivo allontanamento di Arbil, capitale del Kurdistan iracheno, dal resto dell’Iraq. Il controllo della popolazione curda irachena sui tre governatorati di Arbil, Dohuk e Suleimaniya è aumentato esponenzialmente nell’arco degli ultimi vent’anni, da quando nel 1991 le truppe di Baghdad si ritirarono dalla regione.

Nel corso dei primi anni Novanta la maggior indipendenza del Kurdistan dal governo di Saddam Hussein ebbe come effetto collaterale l’esplosione di scontri tra miliziani vicini alle principali fazioni politiche curde intente ad aumentare il rispettivo controllo sui tre governatorati. Le cose sono cambiate a partire dal 1997, quando si instaurò una primitiva dialettica politica, basata più sulla spartizione delle cariche governative che sul dialogo. Da allora, il conflittuale rapporto tra il Patriotic Union of Kurdistan (PUK), il partito di Jalal Talabani, e il Kurdish Democratic Party (KDP), capeggiato da Masoud Barzani, ha determinato le sorti della regione e i suoi rapporti con le autorità centrali.

Il sostegno turco ha avuto un ruolo cruciale per la crescita curda: dopo decenni di rapporti tesi, segnati dalle frequenti incursioni militari turche in territorio curdo alla ricerca dei militanti del PKK (Partito Curdo dei Lavoratori, formazione curda nazionalista attiva dagli anni Settanta contro le autorità turche) annidati sui monti Qandil, negli ultimi cinque anni la cooperazione tra Turchia e Kurdistan iracheno si è rafforzata di molto. Erbil e Ankara hanno cercato nel corso degli ultimi anni di porre le basi per un avvicinamento basato sul perseguimento di rispettivi interessi: la forte ricchezza petrolifera del Kurdistan ha suscitato l’attenzione della Turchia, favorendo l’apertura di un asse di cooperazione tra Erdogan e Barzani. L’influenza esercitata da Barzani sulla comunità curda dell’intero Medio Oriente consente inoltre al Presidente turco di portare avanti la propria politica di normalizzazione dei rapporti con la popolazione curda presente sul suo territorio nazionale e tenere sotto controllo la militanza lungo i confini tra Turchia e Iraq. Dal canto suo, il Kurdistan sta sfruttando la legittimazione garantitagli dal riconoscimento turco per accrescere il proprio peso contrattuale nelle trattative con Baghdad.

La stabilità e la crescita economica raggiunte dal Kurdistan iracheno sono motivo di orgoglio e speranza per le minoranze curde dell’intera regione. Una serie di squilibri politico-economici andranno però appianati per impedire che l’Autonomia curda non perda il proprio dinamismo economico, finendo per essere trascinata nel disordine con il resto dell’Iraq.

L’economia del Kurdistan iracheno ha posto le radici della propria solidità nell’industria petrolifera e nei settori delle costruzioni e dei servizi. La rendita petrolifera, in costante crescita a seguito dell’allontanamento da Baghdad, fornisce alla regione la liquidità necessaria per mantenere in attivo i conti pubblici e creare spazio per ristrutturare l’economia, consentendo al governo di investire denaro per renderla più varia e resistente a possibili shock energetici. Riforme economiche saranno indispensabili per attirare investimento estero diretto, una delle priorità del governo curdo, e per dar vita a un ceto imprenditoriale moderno e dinamico in una regione che non ne ha mai avuto uno.

Ancora oggi il settore lavorativo più esteso è quello pubblico, che costituisce una delle principali fonti di occupazione all’interno dell’Autonomia regionale curda. In più occasioni nel corso degli ultimi anni, i vertici del governo regionale curdo hanno affermato di voler incoraggiare lo sviluppo di un settore privato, con il chiaro intento di alleggerire il peso degli stipendi pubblici sulle casse statali e dar slancio all’economia. Costruire un mercato del lavoro sostenibile sarà già nei prossimi anni cruciale per un paese che sta conoscendo profondi cambiamenti demografici (oltre il 50% dei curdi hanno oggi 20 anni o meno).

La stabilità raggiunta nel corso dell’ultimo decennio ha consentito al governo curdo di avviare un importante processo di ammodernamento e ricostruzione delle infrastrutture regionali, assorbendo anche parte della forza-lavoro che affluiva dall’Iraq in guerra e dalle altre regioni curde nel Medio Oriente. Il buon livello di sicurezza ha permesso al Kurdistan di investire anche nel turismo: nel 2005, è stato costruito a Erbil il primo aeroporto internazionale della regione, con lo scopo dichiarato di attrarre più visitatori nella regione (Erbil ha una popolazione di oltre un milione di abitanti ed è la quarta città più grande dell’Iraq).

Per potenziare le proprie prospettive di crescita, il governo regionale curdo dovrà portare avanti la propria politica di ammodernamento del settore dei servizi e dell’istruzione, costruendo un mercato del lavoro più flessibile e vario. La presenza di validi servizi sanitari e l’abbondanza di acqua potabile (un’eccezione in un Iraq povero di risorse idriche) costituiscono un importante vantaggio. Importante passo da compiere sarà inoltre la costruzione di una rete elettrica in grado di fornire energia in maniera uniforme nei vari governatorati curdi: la carenza di elettricità è ancor oggi una delle maggiori cause di arretratezza della regione.

L’ottimismo generale dettato dalla stabilità del Kurdistan non è sufficiente per eliminare alcuni dubbi riguardanti la solidità delle basi su cui poggia la sua crescita. La progressiva destabilizzazione della regione mediorientale sta causando preoccupazione all’interno del KRG: il flusso di profughi provenienti dalle regioni curde siriane –si stima che ampia parte degli oltre 220mila profughi siriani arrivati in Iraq siano giunti nel Kurdistan iracheno – pone le autorità curde di fronte alla gestione di un’emergenza umanitaria di ampia portata.

Preoccupa anche il rischio di un aggravamento delle tensioni tra Arbil e Baghdad: l’appoggio turco garantisce all’Autonomia regionale curda la possibilità di sentirsi indipendente da Baghdad e stipulare contratti per l’esplorazione e l’estrazione delle proprie risorse, ma questo non è sufficiente a fugare i timori riguardanti la disputa arabo-curda in Iraq. Esempio di tale instabilità sono i frequenti attriti tra esercito iracheno e miliziani curdi nelle città miste arabo-curde, in primis Kirkuk e Mosul.

L’importanza della rendita petrolifera per lo sviluppo dell’economia curda è oggi ancora troppo alta, in assenza di un’industria forte in grado di produrre la ricchezza necessaria a far crescere la regione curda. Nonostante i forti livelli di sviluppo degli ultimi anni, l’economia curda risente dell’arretratezza accumulata in decenni di conflitto con il governo centrale. Negli anni di Saddam, il Kurdistan soffriva di un tasso elevatissimo di disoccupazione (stimato a inizio anni novanta all’80%) e dell’assenza di un sistema fiscale efficiente a causa di un mercato nero in cui circolava la gran parte dei beni di prima necessità. Il lascito di quest’esperienza segna ancor oggi l’economia curda, ledendone, sul lungo periodo, la competitività: il commercio illegale ha costruito nel corso dei decenni una classe mercantile ricca e corrotta, che detiene ancor oggi una grande influenza sulle scelte politiche del governo regionale.

Rimane inoltre alto il livello di corruzione imperante all’interno della classe politica e dirigenziale curda. Il lungo predominio di Barzani e Talabani e dei rispettivi clan e famiglie hanno generato un alto livello di stagnazione nel Paese, aggravando la corruzione, il favoritismo e l’incompetenza nella gestione della società e dell’economia. Se non si risolve questo problema, c’è il rischio che i tentativi di attrarre investimento internazionale si concludano in un fallimento. Buona parte della classe dirigenziale della regione del Kurdistan iracheno non è composta da manager forti con alle spalle un solido percorso professionale o con una provata esperienza nell’area di loro interesse, quanto piuttosto da individui che hanno ottenuto il loro incarico grazie a posizioni di forza all’interno della comunità curda, a ruoli preponderanti all’interno dell’élite peshmerga o a rapporti filiali con le famiglie vicine a Barzani e ad altri esponenti dei vertici politico-militari della regione.

 

Pubblicato in collaborazione con Altitude, magazine di Meridiani Relazioni internazionali


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