5 ottobre 2020

La fragilità dell’Amazzonia, tra Covid, incendi e sfruttamento

 

Alla recente 75a Assemblea generale delle Nazioni Unite, il presidente brasiliano Jair Bolsonaro è intervenuto con un discorso in cui ha elogiato la propria politica ambientale e ha difeso l’approccio del suo governo verso la pandemia di Coronavirus. Bolsonaro ha anche affermato che il Brasile continua a subire una campagna di disinformazione ambientale orchestrata da organizzazioni internazionali e ONG brasiliane con l’intento di pregiudicare il suo governo. Infine, lo stesso Bolsonaro ha indicato gli indigeni come i responsabili degli incendi perché, a suo avviso, dediti a bruciare aree già disboscate per preparare i terreni da coltivare.

    

È il secondo anno consecutivo che Bolsonaro interviene all’Assemblea generale dell’ONU sotto lo sguardo attento della comunità internazionale preoccupata per l'avanzata degli incendi e della deforestazione. Nel 2019 gli incendi in Amazzonia sono stati così intensi che il fumo è arrivato a migliaia di chilometri di distanza, raggiungendo San Paolo e oscurando la capitale paulista in pieno pomeriggio. Quest’anno gli incendi, oltre alla foresta amazzonica, coinvolgono anche il Pantanal, e la polizia federale sostiene che il fuoco sia partito dalle grandi fazendas con l’obiettivo di trasformare aree di vegetazione in pascolo.

 

Anche in Amazzonia si registrano dinamiche simili, che mettono sotto pressione un delicatissimo bioma che interessa oltre 7,4 milioni di km2 in otto Paesi sudamericani, firmatari dell’Organizzazione del trattato di cooperazione amazzonica (OTCA, Organización del Tratado de Cooperación Amazónica), e nella Guiana francese. L’Amazzonia brasiliana, definita «Amazônia legal», occupa una superficie di 5 milioni di km2 (il 58,9% del Brasile) in cui vivono oltre 29 milioni di abitanti (il 13,8% della popolazione brasiliana) distribuiti su nove Stati: Acre, Amapá, Amazonas, Mato Grosso, Pará, Rondônia, Roraima, Tocantins e parte del Maranhão.

 

In questo vastissimo territorio, l’Istituto brasiliano per le ricerche spaziali (INPE, Instituto Nacional de Pesquisas Espaciais) continua a registrare, tramite un sistema di monitoraggio satellitare, un aumento sia degli incendi che del disboscamento. Lo studio O ar é insuportável (“L’aria è insopportabile”) ‒ pubblicato dall’Osservatorio diritti umani (HRW, Human Rights Watch), dall’Istituto di Studi per le Politiche della salute (IEPS, Instituto de Estudos para Políticas de Saúde) e dall’Istituto di Ricerca ambientale dell’Amazzonia (IPAM, Instituto de Pesquisa Ambiental da Amazônia) ‒ mostra come gli incendi dovuti al disboscamento abbiano avuto un impatto negativo per la salute pubblica in Amazzonia nel 2019.

 

In un territorio, quindi, già in forte difficoltà a causa delle attività intensive legate all’agroindustria, alle miniere illegali, alle grandi infrastrutture, alla criminalità organizzata, negli ultimi mesi si è aggiunto anche il Covid-19. Secondo i dati del ministero della Salute brasiliano ‒ che durante la pandemia ha visto l’uscita di due ministri ed ora è presieduto dal generale dell’esercito Eduardo Pazuello ‒ nell’Amazzonia brasiliana si registrano 927.594 casi e 22.203 morti, rispettivamente il 19,3% e il 15,4% del totale nazionale. È plausibile però che, in questa particolare area del Brasile, il bilancio ufficiale sia sottodimensionato a causa di una infrastruttura sanitaria molto precaria e delle lunghe distanze. A Manaus, capitale dello Stato di Amazonas e città più popolosa dell’Amazzonia brasiliana, il sistema sanitario pubblico è già collassato dinanzi alla forte richiesta di assistenza sanitaria e il sistema funerario è entrato in grande difficoltà a causa dell’alto numero dei decessi.

 

I dati pubblicati dalla Rete ecclesiastica panamazzonica (REPAM, Rede Eclesial Pan-Amazônica), che monitora l’impatto del Coronavirus in tutta l’Amazzonia, riportano nel solo Brasile 24.866 contagiati e 667 morti in 123 popoli indigeni amazzonici. I tassi di mortalità e di letalità sono complessivamente più alti tra gli indigeni perché, a prescindere dalla loro etnia, sono soggetti più suscettibili alle patologie esogene. Lo studio Não são números, são vidas! (“Non sono numeri, sono vite!”), pubblicato dal Coordinamento delle organizzazioni indigene dell’Amazzonia brasiliana (COIAB, Coordenação das Organizações Indígenas da Amazônia Brasileira) e dall’IPAM, chiede alle istituzioni pubbliche di implementare una strategia che eviti l’ulteriore diffusione del virus tra le popolazioni indigene, considerate gruppo di rischio.

 

Le comunità indigene in Brasile, consapevoli della propria fragilità immunitaria, hanno cercato di isolarsi ma sono minacciate dai garimpeiros (cercatori di metalli preziosi) e dai madeireiros (commercianti di legname) che, approfittando dell’emergenza causata dal Covid-19 e dell’indifferenza di Bolsonaro, avanzano illegalmente nei territori indigeni, come ha denunciato l’Associazione dei popoli indigeni del Brasile (APIB, Articulação dos Povos Indígenas do Brasil). Davanti ad una situazione già drammatica, e che può peggiorare ulteriormente, diventa fondamentale saper ascoltare e dare risposte urgenti a quel grido di aiuto lanciato dalle popolazioni indigene minacciate da più fronti.


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