9 gennaio 2018

La frattura tra UE e Polonia sulla giustizia

Il nuovo anno si presenta per l’Unione Europea denso di incognite: l’evoluzione della Brexit, gli sviluppi della situazione politica in Germania, la questione catalana, i difficili rapporti con l’amministrazione Trump. In questo contesto l’opinione pubblica europea sembra distratta rispetto alla radicale frattura che si sta creando con la Polonia, una situazione che si trascina da due anni senza che si riesca a trovare una via d’uscita. Neanche le novità delle ultime settimane del 2017 hanno cambiato lo scenario: la nomina a primo ministro dell’economista moderato Mateusz Morawiecki, al posto dell’intransigente Beata Szydlo, molto aggressiva verso le politiche europee, e gli interventi del presidente della Repubblica Andrzej Duda, che testimoniavano una sua presa di distanza dall’uomo forte della destra polacca e leader del partito di governo PiS (Diritto e Giustizia) Jarosław Kaczyński, non sono state sufficienti ad ammorbidire i contrasti.

L’Unione Europea non ha visto nessun cambiamento di sostanza rispetto alle politiche sulla giustizia e ha deciso di intervenire attraverso la Commissione. Bruxelles contesta al governo di Varsavia gravi violazioni dello Stato di diritto e nel dicembre 2017, pochi giorni dopo la nomina di Morawiecki alla guida del Paese, ha fatto scattare per la prima volta nella sua storia la procedura prevista dall’art. 7 del Trattato sull’Unione europea, che può portare all’applicazione di gravi sanzioni; Varsavia potrebbe perdere il suo diritto di voto nel Consiglio e l’uso dei fondi europei che, indipendentemente dai contrasti, sono stati molto utili alla recente crescita economica della Polonia. Le accuse riguardano principalmente la riforma della giustizia portata avanti dal PiS, che minerebbe l’indipendenza della magistratura. Contestate le norme che definiscono l’età pensionabile dei giudici, le nomine nei tribunali locali, la composizione del consiglio nazionale della magistratura; in sostanza la Commissione europea ritiene che queste riforme comportino che il sistema giudiziario nazionale sia sotto il controllo della maggioranza di governo.

Le sanzioni economiche potrebbero rappresentare un grave colpo per la Polonia, che però risponde per ora duramente ai moniti di Bruxelles e può contare sull’alleanza del cosiddetto Gruppo di Visegrád, che comprende anche l’Ungheria di Viktor Orbán, la Slovacchia e la Repubblica Ceca. Al di là delle possibili sanzioni, occorre registrare la forte spaccatura, politica e identitaria, tra l’Unione e un’intera area dell’Europa centrale che, pur nelle differenze, si presenta con caratteristiche comuni. Sono Paesi fortemente ostili alla Russia, decisamente avversi alle politiche comunitarie in tema di immigrazione, attaccati alla difesa intransigente della sovranità nazionale; soprattutto si muovono in un contesto che vede una possibile sponda a questi impulsi, a questi disagi e a questi bisogni, negli Stati Uniti dell’amministrazione Trump.


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