12 maggio 2017

La geopolitica dell’Eurovision

Nell’agosto del 2009 numerosi cittadini azeri senza alcun precedente furono convocati al ministero per la Sicurezza nazionale di Baku per essere interrogati dalla polizia segreta. La loro colpa? In base ai tabulati telefonici, risultava che avessero votato per la canzone dell’Armenia all’Eurovision Festival. E chi nei giorni scorsi avesse udito distrattamente della squalifica della Russia per motivi politici dalla finale del festival musicale, che si terrà a Kiev sabato 13 maggio, si prepari a decine di storie come questa, che proiettano una luce completamente diversa su un evento che sempre più spesso finisce per apparire una “continuazione della guerra con altri mezzi”. Musica e balletti trash, in questo caso.

Perché l’Eurovision Song Contest (questo il titolo ufficiale) potrà essere effettivamente uno spettacolo kitsch dal valore artistico nullo, ma è sicuramente anche uno specchio cristallino per comprendere l’Europa di oggi e i suoi equilibri geopolitici. 

Creata nel 1956 per promuovere l’amicizia tra i popoli europei, la competizione musicale dovrebbe da regolamento essere priva di connotazioni politiche di ogni tipo: nei testi, nei gesti, nei discorsi. Ma gli oltre 200 milioni di spettatori che la seguono ogni anno sono un pubblico troppo ghiotto per chiunque voglia portare avanti una propria agenda politica su un palcoscenico internazionale o per le potenze regionali che vogliano mostrare il proprio volto più accattivante e pesare il proprio “soft power”.

 

Cosa è Europa (e cosa no)

L’elemento geopolitico appare in scena fin dalla scelta di delimitare il campo dei partecipanti. Se nei primi anni ospitava soltanto una decina di Paesi dell’Europa occidentale, come l’UE anche l’Eurovision si è gradatamente allargato verso oriente e oggi vi può prendere parte qualunque Paese che faccia parte dell’UER (Unione Europea di Radiodiffusione): un ente che va dall’Islanda all’Egitto e Israele, fino ai confini orientali dell’Azerbaijan. E dal 2015 ospita perfino l’Australia, per “vicinanza culturale”. Per quanto riguarda gli esclusi, invece, un documento riservato circolato nel 2016 ha permesso di scoprire le bandiere che il regolamento vieta di sventolare durante le dirette televisive, tra cui quelle del Galles, della Scozia, del Kosovo, della Palestina, dei Paesi Baschi e dell’Isis (con relativa polemica da parte dei gruppi indipendentisti, offesi dall’implicita equiparazione con il gruppo terroristico).

 

Il voto e le sfere di influenza

Ma l’elemento fondamentale che distingue l’Eurovision da altri eventi internazionali in cui si scontrano simbolicamente diverse nazioni, come le Olimpiadi, è il meccanismo del voto. L’Eurovision non si vince per merito, sul campo, ma ricevendo più preferenze dagli altri Paesi. In particolare, è cruciale capire la regola che costituisce il vero colpo di genio degli organizzatori: il divieto di votare per il proprio Paese.

Ogni cittadino italiano, per dire, può infatti votare soltanto l’artista di un altro Stato. La somma dei voti raccolti in Italia porta ad assegnare 12 punti per il Paese straniero che ha qui ricevuto più voti e così via a calare fino a zero punti. Questi risultati vengono poi declamati in diretta, in collegamento da ciascun Paese, nell’interminabile fase finale della trasmissione, trasformando il voto in una dichiarazione pubblica di amicizia e sostegno tra nazioni. Un’occasione imperdibile per mostrare la propria sfera di influenza o colpire i propri nemici.

 

Russia e Ucraina

Lo scontro attualmente più evidente nell’Eurovision è quello conseguente al conflitto reale tra Russia e Ucraina. Nel 2014 le due cantanti della Russia furono duramente contestate durante la diretta a Copenhagen (la finale viene ospitata nella nazione che ha vinto l’anno precedente) per l’annessione di fatto della Crimea, avvenuta soltanto pochi mesi prima. Due anni dopo, a Stoccolma, l’Ucraina è riuscita a raccogliere una coalizione di voti a sostegno della propria canzone, simbolicamente dedicata alle sofferenze della minoranza tatara della Crimea sotto Stalin (e di cui la Russia aveva inutilmente chiesto la squalifica, denunciandone la carica politica). La finale di quest’anno si terrà dunque a Kiev e la Russia non vi prenderà parte, avendo rifiutato di sostituire la cantante inizialmente selezionata come propria rappresentante, che essendosi esibita proprio nella contesa Crimea, non avrebbe ricevuto dall’Ucraina il permesso di entrare nel Paese.

 

Quella volta delle Malvinas a Londra

I precedenti storici abbondano, a cominciare dalla faida tra Azerbaijan e Armenia, attorno alla disputa per la regione del Nagorno-Karabakh (la cui bandiera è anch’essa vietata). Il Libano stava invece per prendere parte all’edizione del 2005, ma si ritirò all’ultimo momento, rifiutandosi di mandare in onda l’esibizione del partecipante israeliano. La solita Russia riuscì a ottenere nel 2009 la squalifica della Georgia che, a un anno dal conflitto militare tra i due Paesi, si era presentata alla finale di Mosca con una canzone intitolata We Don’t Wanna Put In, con un evidente doppio senso. Ma anche Stati dell’Europa occidentale non sono rimasti fuori da questi scontri: nel 1982 il Regno Unito ospitò l’Eurovision durante il conflitto delle Falkland e la Spagna partecipò alla gara con un tango argentino.

 

Amicizie e alleanze

Ancora più interessanti delle rivalità, però, sono i voti attribuiti a favore. Grazie al meccanismo di voto popolare, obbligatoriamente rivolto a una nazione diversa dalla propria, questo diventa una gara di popolarità, a testimonianza della propria sfera d’influenza culturale e, dunque, anche geopolitica. Dall’analisi degli enormi dati di voto (parliamo di oltre 10 milioni di votanti a pagamento soltanto per ciascuna finale) sono evidenti innanzitutto una serie di amicizie e alleanze consolidate: Grecia e Repubblica di Cipro si scambiano regolarmente il massimo dei punti, così come Turchia e Azerbaijan e solitamente anche Regno Unito e Repubblica d’Irlanda (insieme all’altro Paese di lingua inglese: Malta).

Ci sono poi abituali scambi di voti tra Stati legati da una forte diaspora: è il caso dei voti che dalla Germania sono sempre indirizzati in maniera massiccia verso la Turchia. O dei punti che dall’Italia vanno spesso verso le nazioni europee da cui provengono le principali comunità immigrate nel Bel Paese, come Ucraina, Romania e Polonia (in questo caso l’impatto percentuale degli immigrati è reso più significativo dalla scarsa partecipazione al voto degli italiani stessi, ancora non appassionatisi alla competizione).

Una situazione simile si verifica in quei Paesi la cui popolazione è composta da ampie minoranze: è il caso della Bosnia ed Erzegovina, i cui voti sono regolarmente suddivisi tra Turchia (supportata dalla preponderante componente musulmana), Croazia e Serbia.

 

I controversi “blocchi strategici

Ma, a partire da una denuncia della BBC, al centro dell’attenzione è finito un tema ancora più caldo, quello dei cosiddetti “blocchi di voto”: legami politici tra Stati così marcati (e del tutto indipendenti dalla qualità artistica del brano in gara) da condizionare in maniera determinante il risultato finale. Numerose ricerche, a partire da quella seminale dell’Università di Oxford del 2005, confermano l’esistenza di questi blocchi, anche se è difficile trovare un accordo tra accademici sui loro esatti confini e sulla ragione della loro esistenza.

La vulgata identifica, tuttavia, quelli più evidenti e considerati attivi negli anni recenti:

 

·        Il blocco “sovietico”: ovvero i Paesi dell’ex Patto di Varsavia che ancora fanno riferimento alla Russia, come Bielorussia, Moldavia e Armenia (più complesso il rapporto con gli ex satelliti diventati nemici, come l’Ucraina e i Paesi baltici, anche per via della presenza di forti minoranze russe).

·        Il blocco “ottomano”: a sua volta suddiviso nei sub-blocchi balcanico (con tutti i Paesi dell’ex Iugoslavia) e degli altri ex Paesi europei dell’impero turco (come Turchia e Albania, ma non la Bulgaria, più orientata verso la fratellanza slava del blocco legato alla Russia).

·        Il blocco “vichingo”: oltre alla Scandinavia propriamente detta, comprende anche Paesi come Finlandia, Danimarca, Islanda, Lituania, Lettonia e, occasionalmente, il Regno Unito. Senza i punti di Finlandia e Norvegia, oggi conosceremmo gli Abba

Numerosi altri Paesi oscillano tra uno e l’altro gruppo, mentre tra quelli completamente “non allineati” si annovererebbero Monaco, Francia, Israele, Svizzera e Germania.

Proprio quest’ultima può essere presa a dimostrazione di come chi non faccia parte di queste cordate possa eccezionalmente avere successo (come nel 2010), ma anche ritrovarsi a zero punti sul fondo della classifica (come nel 2015). Mentre l’appartenenza a uno di questi blocchi garantirebbe risultati costanti, con frequenti vittorie (negli ultimi dieci anni sono almeno sette quelle dei soli portabandiera del blocco “sovietico” e “vichingo”, con un progressivo spostamento dell’asse verso est) e comunque piazzamenti d’onore assicurati.

 

E l’Italia?

Tra i Paesi fondatori, con vittorie e ottimi posizionamenti nei primi anni del festival, l’Italia ha successivamente lasciato più volte la competizione, a fronte di uno scarso interesse del pubblico nazionale (la partecipazione ha un costo considerevole, che aumenta esponenzialmente in caso di vittoria e successiva responsabilità dell’organizzazione in patria dell’edizione successiva). Dal 2011, però, l’Italia è tornata e fa ora parte dei cosiddetti “Big 5”, assieme a Francia, Germania, Spagna e Regno Unito, che si qualificano automaticamente per la finale (a partire dal 2012 la Turchia rifiuta di partecipare proprio per protesta contro l’esistenza di questo gruppo o quantomeno per la sua mancata inclusione tra i grandi Paesi europei).

Da allora l’Italia ha conquistato un secondo posto nel 2012 e un terzo posto nel 2015, pur non facendo formalmente parte di nessun “blocco”, ma beneficiando del ruolo di outsider, dell’assenza di “nemici giurati” e del tradizionale appeal del suo marchio (si noti che è tra le poche nazioni che ancora cantino prevalentemente nella propria lingua e non in inglese, diventato sempre più lingua franca del festival, a partire dall’introduzione del nuovo regolamento, che dal 1999 permette di scegliere idiomi diversi dal proprio).

Un’analisi dei voti ricevuti negli anni dall’Italia mostra, inoltre, un’altra forma di voto molto diffusa: quello “di vicinato”. Se storicamente i Paesi che assegnavano più punti all’Italia erano Spagna, Portogallo, Svizzera e Francia, negli ultimi dieci anni questi sono stati superati da Albania, Malta, San Marino e Grecia, Stati che, nel complesso, vanno a definire una sorta di “spazio culturale” italiano di riferimento, cui talvolta si uniscono altri sostenitori occasionali, in particolare del Sud ed Est Europa (molto più raramente dal Nord).

 

La tesi culturale

Applicando i criteri della “cospirazione” denunciata dai britannici, potrebbe quasi apparire che l’Italia stesse lavorando alla creazione di un proprio blocco strategico... ma sappiamo bene come sia improbabile che sia all’opera una lungimirante visione di “soft power” di questo tipo da parte dei responsabili romani.

Allora, il caso italiano potrebbe essere piuttosto la prova di quello che da anni sostengono i responsabili dell’Eurovision, in risposta alle critiche provenienti dalla scettica Londra: probabilmente è soltanto una questione di gusti condivisi. In pratica, i blocchi di voto che percepiamo, non sarebbero legati a scelte politicamente consapevoli, ma soltanto i lasciti di passati imperi, federazioni e altre forme di vicinanza storica, che hanno creato un panorama culturale e dello spettacolo comune nei Paesi in questione.

Questo fenomeno appare evidente nel caso della ex Iugoslavia: Stati politicamente in rapporti tutt’altro che amichevoli, ma che condividono generi musicali, lingue reciprocamente comprensibili, mode ed estetiche. Inoltre, gli artisti stessi sono spesso già noti al pubblico: qualunque famosa cantante pop serba, fino a pochi anni fa era semplicemente una famosa cantante pop iugoslava e come tale è sicuramente ancora popolare tra croati, macedoni o sloveni e probabilmente ancora oggi si esibisce regolarmente nei rispettivi Paesi, aumentando le possibilità di risultarvi gradita.

Non si spiegherebbe altrimenti il fatto che la Serbia abbia ricevuto regolarmente punteggi altissimi da Croazia e Bosnia ed Erzegovina fin dalla sua prima partecipazione, nel 2004, quando ancora erano molto freschi i ricordi del violento conflitto balcanico.

 

Uno scontro tra populisti ed élite?

Un caso analogo, sostengono alcuni, è quello della Georgia, il cui voto popolare è costantemente fedele alla Russia, nonostante la guerra che ha recentemente diviso i due Stati.

A questo punto è necessario, però, spiegare meglio il funzionamento delle giurie: l’attuale regolamento stabilisce, infatti, che i voti che ciascun Paese attribuisce agli altri sia il risultato di un complesso calcolo, che unisce il giudizio popolare con quello espresso da una giuria istituzionale nominata da ciascuna nazione. Ciò ha aperto il campo a un’altra teoria della cospirazione emersa in seguito ai risultati del 2016, in particolare tra commentatori filo putiniani, che ritengono che l’analisi del voto evidenzi una spaccatura tra scelte popolari e delle élite, con le seconde impegnate a nascondere il favore delle prime nei confronti della Russia e di altri Paesi ritenuti poco graditi all’Occidente.

In effetti, il voto popolare avrebbe l’anno scorso fatto vincere la Russia, nei confronti dell’Ucraina. Ma il giudizio delle giurie ha ribaltato il risultato, con situazioni anche eclatanti, come appunto quello della Georgia (massimo punteggio popolare alla Russia, ma nessun voto da parte della giuria). Nello stesso modo hanno votato, ad esempio, anche l’Italia (otto punti alla Russia dal pubblico, zero dalla giuria) e il Regno Unito, influenzando in modo decisivo il risultato. Una discrasia tra voto popolare e voto dell’establishment che riguarderebbe anche la Polonia, che a fronte di 222 punti popolari, secondo questa lettura avrebbe preso soltanto sette voti dalle giurie per l’impopolarità del suo governo di estrema destra (la stessa Italia ha assegnato alla canzone polacca dieci punti popolari contro gli zero della giuria). E in senso opposto questo fenomeno ha riguardato anche Israele: apparentemente favorito dalle giurie nazionali, con 122 voti complessivi, a fronte di soltanto 11 voti popolari (situazione ancora una volta in linea con i giudizi attribuiti dall’Italia: zero punti popolari, otto della giuria).

L’edizione di quest’anno sarà un’ottima occasione per verificare se questo fenomeno si presenterà nuovamente (e comprenderne ragioni e meccanismi, al netto dei complottismi) o se si sia trattato soltanto di un caso.

 

Chi vincerà sabato prossimo?

Secondo i bookmakers, proprio l’Italia è la favorita alla vigilia del festival, trainata dalle prime reazioni molto positive al brano Occidentali’s Karma di Francesco Gabbani (ogni anno il Bel Paese porta all’Eurovision la canzone vincitrice del Festival di Sanremo). A frenare la sua corsa potrebbero essere il solito testo in italiano (come detto prima, questo è però in linea con il “marchio” nazionale) e il fatto che l’Italia faccia parte dei Big 5: paradossalmente chi è automaticamente qualificato alle finali risulta tradizionalmente penalizzato dal fatto di non aver avuto le occasioni di visibilità concesse a chi partecipa alle fasi eliminatorie. Per annullare questo svantaggio Gabbani ha intrapreso ad aprile un tour europeo per familiarizzare il pubblico con la sua canzone, ma sarà sufficiente anche a contrastare gli aspetti geopolitici della competizione? Al di là della “qualità” della canzone e della campagna con cui viene sostenuta, abbiamo visto come ci siano altri elementi fondamentali per la vittoria, legati a relazioni politiche, diaspora, vicinanza del linguaggio comune e in generale a un’affinità culturale con il maggior numero possibile di Paesi. Insomma, né soltanto una canzone, né soltanto un “blocco” sono sufficienti per vincere. Ma occorre una sintesi che partendo dal proprio bacino di riferimento sappia sedurre anche popoli più lontani dal proprio sentire.

 

Gli avversari dell’Italia

Secondo gli analisti la Bulgaria sarebbe il Paese attorno al quale si starebbero coagulando i voti del blocco “sovietico”, orfano dal ritiro della Russia per i contrasti con l’Ucraina. Il giovane rappresentante bulgaro, Kristian Kostov, è diventato famoso grazie a un talent show sul principale canale televisivo russo e se il suo brano in inglese riuscisse a raccogliere anche voti nel vicino blocco balcanico e altrove la Bulgaria potrebbe fare sua la competizione.

Ad approfittare dei voti del Sud Europa suddivisi tra Italia e Bulgaria potrebbe, infine, essere la Svezia, con un’altra canzone in lingua inglese. Una delle grandi potenze della manifestazione, oltre ai voti del blocco “vichingo”, la Svezia può contare tradizionalmente sul favore moderato di buona parte dei Paesi europei, che ne apprezzano il profilo moderno e neutrale.

L’ultima vittoria azzurra nell’Eurovision risale al 1990: l’anno dei Mondiali di Calcio, di un’altra Italia e di un’altra Europa, che si fece conquistare da una canzone di Toto Cutugno entusiasticamente europeista. I tempi da allora sono molto cambiati, ma saranno maturi a sufficienza perché Francesco Gabbani riesca a rimettere l’Italia al centro della cultura popolare europea?

 


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