10 dicembre 2012

La guerra delle chiese, tra religione e politica

“Forse si deve osservare anche che gli Stati Uniti promuovono ampiamente la protestantizzazione dell’America latina e quindi il dissolvimento della chiesa cattolica ad opera di forme di chiese libere, per la convinzione che la chiesa cattolica non potrebbe garantire un sistema politico e economico stabile…”. Così dichiarava nel 2004 l’allora Prefetto della congregazione per la dottrina della fede, cardinale Joseph Razinger. La tesi, in realtà non era nuova: già negli anni della sua presidenza, Teodoro Roosevelt era convinto che la chiesa cattolica fosse il principale ostacolo all’emancipazione e alla penetrazione degli Usa in quel continente. Con Ronald Reagan, poi, il concetto raggiunge il suo acme: la lotta al comunismo, che avrebbe potuto diffondersi da Cuba al resto dell’America latina, esigeva un controllo maggiore sulle anime dei fedeli e la Chiesa di Roma non sembrava garantire il rispetto dell’ortodossia. L’America latina, con il diffondersi della teologia della liberazione e della chiesa sociale, poteva diventare il nuovo avamposto di resistenza. La repressione degli squadroni della morte s’incaricò di rimettere al loro posto i preti progressisti e di dare alla storia un altro seguito. Tuttavia, va detto che se la visione dell’allora cardinale Razinger aveva, quindi, un suo fondamento, la situazione era ed è ben più complessa e articolata. Più che di un tentativo espansionistico del vicino del nord, motivato da esigenze di egemonia culturale ed economica, staremmo di fronte a un’emergenza e a una crisi del cattolicesimo così come si è venuto declinando nel subcontinente americano. Il successo delle chiese evangeliche o protestanti andrebbe ascritto, in altre parole, a un deficit di comprensione e di risposta del cattolicesimo verso il proprio gregge. In questo senso, le chiese o sette protestanti, più che a nuovi credenti, guarderebbero e guadagnerebbero consensi soprattutto tra i tanti delusi da Roma. La chiesa cattolica appare, infatti, a queste latitudini, come troppo burocratica e legata a rituali antichi mentre, al contrario, le nuove chiese riformate promuovono una relazione con il divino meno intermediata dal clero, l’uso di riti più confacenti al mood latinoamericano (i raduni sembrano concerti dove la gente canta e balla), con il supporto di nuove tecnologie e di canali radiotelevisivi dedicati che trasmettono 24 ore su 24. Soprattutto, si presentano con le porte dei propri sfarzosi templi sempre tenute aperte da zelanti volontari. “Non ci siamo adeguati all’evoluzione dei tempi: gerarchie e abitudini rigide, non troppo diverse dagli anni della colonia. Se un povero ha bisogno di parlare con un prete deve prendere l’appuntamento una settimana prima. La luce delle case di accoglienza di un pentecostale è sempre aperta“, Questa è l’analisi impietosa di Frei Betto teologo della liberazione, che continua: “ascoltano, consolano, insegnano a parlare direttamente con dio”. “Nelle metropoli il concetto organizzativo della parrocchia appartiene a un vecchio secolo. La gente è cambiata. Vuole parlare e subito. Essere ascoltata quando ha bisogno. Troppo spesso Roma non se ne accorge”. La Santa Sede, bisogna riconoscerlo, ha provato a reagire a quest’offensiva ma i risultati finora non sono stati rilevanti. Non hanno provocato un’inversione di tendenza, infatti, neppure i due viaggi in Brasile di Giovanni Paolo II e le più recenti missioni di papa Razinger, ancora in Brasile (maggio 2007) e ultimamente in Messico (2012), il paese al confine con gli Usa che, come il centroamerica, subisce maggiormente l’influenza protestante. Vedremo come andrà la Giornata mondiale della gioventù prevista a Rio de Janeiro nel 2014. Per adesso, se nel 2001 il cattolicesimo di Santa Romana Chiesa raccoglieva intorno a sé poco meno del 50% della popolazione latinoamericana, il censimento del 2011 ha confermato che le sette protestanti si attestano molto vicino al 40% e, considerato il peso degli atei, degli agnostici e dei tanti che si sentono spinti verso forme di religiosità ancestrale, il dato è impressionante. In termini assoluti, si è passati dai 3 milioni del 1991 ai 21 milioni del 2010. Per raggiungere questi risultati, i culti protestanti non fanno concessioni sul profilo del messaggio evangelico: in un’epoca di relativismo culturale e religioso, dove soprattutto in Europa si invoca una chiesa al passo con i tempi, le sette auspicano un ritorno alla castità e all’astinenza (si dice che in Brasile, tra i pentecostali, l’AIDS sia una patologia quasi sconosciuta), il rifiuto di alcool e droga (e si capisce allora come in un continente dove la violenza domestica, provocata anche dall’uso di sostanze, è la principale causa di morte, insieme all’aborto clandestino, delle donne, essere pentecostali faccia la differenza anche nelle relazioni di genere). Per il resto, poi, l’esteriorità del rito è, al contrario, tutto un lasciarsi andare alla gioia, alla passione, persino all’estasi. Non sono rari i fenomeni di “trans” estatico provocati dal pastore di turno che sono ripresi e trasmessi dalle tv di queste chiese: si tratta per lo più d’immagini molto forti di fedeli invasati che trovano finalmente la pace interiore liberandosi pubblicamente dei propri peccati. Un grande show, certo, che tuttavia attira e fa proseliti e seguaci. Il dato economico che muovono queste chiese è un altro aspetto da tenere in considerazione: le cifre non sono pubbliche ma è noto che i seguaci versino contributi a tanti zero. Altro che trasferimenti dagli Stati Uniti: lo sfarzo dei templi e la vita non proprio monastica dei tanti pastori sono finanziati dai fedeli con i loro contributi in pesos e reais. Dal punto di vista del messaggio evangelico, poi, quel che si cerca di recuperare, seppur in una coreografia rumorosa e colorata, di luci e di paillettes stile Hollywood, è un credo conservatore, fondato sui valori di dio, patria, comunità e famiglia. Che guarda a qualunque apertura progressista (dall’aborto alle unioni civili all’emancipazione femminile) come a una contaminazione insopportabile. Queste istanze si riflettono inevitabilmente nell’appoggio, militante e organizzato, a partiti di destra, conservatori e puritani: sia individuando il candidato che più e meglio di altri, perché magari membro della stessa chiesa, possa rappresentarne i valori e trasformarli in proposta politica sia nella creazione di veri e propri movimenti politici, i partiti evangelici. Alcuni casi sono emblematici: l’ultima elezione presidenziale in Guatemala o quella in Brasile (dove gli evangelici al primo turno hanno appoggiato la candidata Marina Silva del Partito Verde per la sua crociata contro l’aborto e le unioni civili) e l’elezione del Prefeito (Sindaco) di San Paolo un mese fa dove la comunità evangelica della metropoli paulista è quasi riuscita a portare al ballottaggio il candidato ultraconservatore Celso Russomanno. La sensazione è che i tentativi di incidere sulla geografia politica e partitica in America latina non siano affatto scongiurati e che, al contrario, il loro peso possa aumentare mettendo peraltro a repentaglio le ancora peraltro rare conquiste sociali e civili e costringendo i partiti progressisti e di sinistra a modificare in senso conservatore la propria agenda politica su alcune materie sensibili. La crociata è per una religione militante che informi di sé la società civile e lo stato, questo è evidente. Mutatis mutandis, questi obiettivi non così poi così diversi dalla battaglia per l’egemonia dell’islam politico più retrivo e conservatore.


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