04 ottobre 2016

La laicità spuria e debole della Francia di oggi

Patria della laicità moderna durante la Terza Repubblica, la Francia è ancora oggi un terreno d’osservazione fondamentale per investigare le dinamiche politico-religiose europee. Ha compiuto dunque un lavoro magistrale Philippe Portier con questa ricostruzione dettagliata della storia delle relazioni tra lo Stato e le religioni dalla Rivoluzione al tempo presente (L’État et le religions en France. Une sociologie historique de la laïcité).

Professore all’École pratique des hautes études di Parigi, Portier è uno dei più stimati sociologi delle religioni in Francia. Da anni impegnato nel Groupe société, religion, laïcitè a sondare lo stato di salute della laicità, l’autore ha scelto di sottoporre al vaglio della storia le posizioni correnti circa la natura del sistema francese. Del resto, come emerge chiaramente dalla lettura, solo in una prospettiva di lungo periodo è possibile comprendere che la laicità non è mai stata, neppure in Francia, una categoria rigida e che l’impostazione data dalla legge 1905 sulla separazione necessita di essere storicizzata e analizzata nel suo percorso evolutivo. Percorrendo la strada indicata dai lavori di Jean Baubérot e Jean-Paul Willaime, Portier illustra efficacemente come la laicità francese abbia vissuto fasi alterne, passando dal modello giurisdizionalista a quello separatista di inizio Novecento all’attuale stagione della laicità ricognitiva, ovverosia che riconosce alle organizzazioni religiose uno spazio d’espressione in quello dello Stato.

Quest’ultimo aspetto costituisce evidentemente il punto più problematico alla luce di una certa tradizione post-rivoluzionaria, ancora molto forte nell’opinione pubblica, e soprattutto dopo che l’emergenza terroristica ha trasformato la laicità in un «paradigma securitario». Già le leggi del 2004 sul divieto di esporre simboli religiosi nelle scuole e del 2010 sulla «dissimulazione del viso» avevano segnato un cambiamento di fase e, per certi aspetti, il ritorno allo spirito della separazione. Tuttavia, Portier evidenzia come si debba parlare invece di una correzione in senso restrittivo del sistema ricognitivo, un processo di lungo corso avviato negli anni Sessanta dall’MRP e dai gollisti (in un primo tempo soprattutto a vantaggio delle scuole cattoliche e poi estesosi alle relazioni con gli imam) che sta spingendo oggi verso un nuovo «modello d’integrazione civica» che mira a riconoscere le identità religiose al fine di inserirle nella vita nazionale.

Dagli anni Ottanta in tutta Europa si riscontrano tendenze analoghe e anche i paesi più impegnati nel progetto multiculturalista hanno manifestato una diffidenza sempre più accentuata nei confronti della minaccia per la coesione sociale rappresentata dalle comunità musulmane. Se da una parte ciò dipende dalle note trasformazioni della presenza islamica, Portier invita a leggere il presente nella storia del sistema francese e delle sue oscillazioni nel rapporto con i cristianesimi e le minoranze religiose. Si scoprirà allora che il sistema attuale di divieti, riconoscimenti e controlli realizzato dalle presidenze Chirac e Sarkozy – e accettato nella sostanza dalla sinistra socialista – presenta diverse affinità con il progetto concordatario di Napoleone finalizzato a inglobare il cattolicesimo subordinandolo alle esigenze del potere politico. Nello stesso tempo, la trasformazione del tessuto culturale impressa dalla secolarizzazione e dalla cultura della valorizzazione delle differenze ha sottratto allo Stato l’ambizione di forgiare una cittadinanza universale offrendo così nuove possibilità alle religioni e ai loro progetti di aggregazione identitaria in una società multireligiosa e attraversata da movimenti di politicizzazione del sacro di varia matrice (si pensi, per esempio, alle piazze contro il mariage pour tous).

Quella di oggi è quindi una laicità spuria e debole nella sua pretesa di sorvegliare quello spazio pubblico che la politica istituzionale ha contribuito a riaprire senza però sposare una visione realmente multiculturalista. La sinistra, a sua volta, si è mostrata incapace di ripensare la laicità in maniera non dogmatica o, al contrario, non completamente subalterna agli avversari.

In una società sconvolta dal terrorismo e lacerata da conflitti che toccano direttamente i nodi dell’appartenenza culturale e religiosa è urgente dare sostanza all’idea (che fu di Mitterrand) di una «laicità positiva e plurale». Anche su questo campo si gioca con le due destre la partita delle prossime presidenziali.

 

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