27 settembre 2022

La linea brutale di Londra con i profughi

Deportazioni in Ruanda, decreti in materia di asilo che secondo l’UNHCR, l’agenzia ONU per i rifugiati, «minano le leggi e le pratiche internazionali consolidate in materia di protezione dei rifugiati», oltre 150 milioni di dollari spesi in recinzioni di filo spinato e tecnologie di sorveglianza nel Nord della Francia per respingere i migranti, la Marina britannica chiamata in causa per ricacciare in Francia le piccole imbarcazioni che trasportano i potenziali richiedenti asilo senza nemmeno che possano presentare domanda. Sembrano le strategie adottate da uno Stato sovrano per impedire l’invasione di eserciti nemici sul proprio suolo, in realtà sono le misure intraprese negli ultimi anni dal governo britannico per evitare che entrino nei propri confini poche decine di migliaia di disperati giunti all’ultimo tratto di viaggi infernali. L’infinita mole di scandali che ha travolto Boris Johnson costringendolo alle dimissioni lo scorso luglio, unita ai mille problemi che il suo governo ha accumulato negli anni, non sembra aver distratto l’ex primo ministro dalla linea brutale intrapresa contro l’immigrazione. Al contrario, sulla pelle di fuggitivi, molti dei quali minorenni, altri provenienti dalle ex colonie, lo spettinato ex premier ha giocato la carta propagandistica, in cerca di facili consensi. Dopo la Brexit, le apparenze inducono a immaginare un progetto di isolamento progressivo e un arroccamento che rischia di trasformare la culla della democrazia in una nazione in mode quasi maniaco persecutorio, concentrata a difendere i propri confini da nemici immaginari. E tutto lascia pensare che la nuova premier Liz Truss, di freschissima nomina, prosegua sulla scia tracciata dal suo predecessore: in una recente dichiarazione ha reso noto di voler «restare fedele alla policy».

Quando le agenzie internazionali, ad aprile scorso, cominciarono a battere la notizia di un possibile accordo da 120 milioni di sterline tra il Regno Unito e il Ruanda per spedire lì richiedenti asilo, magari provenienti proprio da quell’area del mondo, gli osservatori pensarono a una boutade promozionale di un esecutivo in difficoltà. Il Paese dell’Africa orientale, uscito circa trent’anni fa da un drammatico genocidio, ha imboccato una via democratica piena, però, di molte ombre. Oltre allo stato di tensione latente con la vicina Repubblica Democratica del Congo e con altri Stati che non ne farebbe un safe haven ideale, secondo molte ONG presenti in loco, avrebbe falle nel rispetto dei diritti umani e recluterebbe proprio i profughi per mandarli a combattere in prima linea contro gli Stati vicini. Un primo volo verso Kigali fu bloccato a giugno in seguito a contestazioni legali che sottolineavano la totale incostituzionalità del progetto, ma il ministero degli Interni britannico ne starebbe pianificando un altro, ed è di recente pubblicazione la notizia di un nuovo pagamento supplementare di 20 milioni di sterline al governo ruandese per consolidare un sistema che in aprile la segretaria di Stato per gli Affari interni del Regno Unito, Priti Sushil Patel (di origini indiane), ha definito un «accordo di portata mondiale». Come sottolinea il magazine The New Humanitarian, poi, «anche se i voli non decollano, la prospettiva della deportazione ha portato a numerosi tentativi di suicidio tra le persone minacciate di essere trasferite in Rwanda». Se alcune delle proposte brutali dell’esecutivo non hanno ancora trovato piena applicazione, lo si deve a bagliori di serietà e di legalità mostrati da un numero considerevole di funzionari governativi britannici che hanno sollevato gravi dubbi sull’operazione Ruanda e presentato documenti probanti a un’udienza dell’Alta Corte a giugno, e agli alti ufficiali della Royal Navy che si sono letteralmente rifiutati di dare ordini di esecuzione dei respingimenti delle barche intercettate verso la Francia. Nel frattempo, il numero di persone che arrivano nel Regno Unito su piccole imbarcazioni è aumentato, passando da 299 nel 2018 a più di 22.000 quest’anno. A inizio agosto sono state intercettate 1.295 persone su 27 imbarcazioni in un solo giorno: ciò testimonia una crescente difficoltà se non impossibilità ad entrare attraverso canali legali in Gran Bretagna e, di pari passo, l’aumento dei pericoli che i migranti devono affrontare per attraversare il Canale della Manica, che presenta enormi rischi per qualsiasi imbarcazione, figuriamoci per piccoli natanti. Alcune testimonianze parlano di un numero significativo di giovani che tentano la traversata da Calais utilizzando il tunnel della Manica, rischiando di venire investiti o schiacciati dai treni ad alta velocità. Il dato dell’aumento di queste traversate drammatiche, oltre che sottolineare la crudeltà delle politiche, ne certifica l’assoluta inefficacia: Johnson sperava che la minaccia di deportazione in Ruanda, così come l’intervento ventilato della Marina militare, avrebbero agito da deterrente.

Secondo quanto riporta il Guardian, l’udienza presso la corte di appello si è svolta pochi giorni fa, mentre una seconda udienza per la richiesta di asilo presentata dal gruppo Asylum Aid si terrà in ottobre. La parte sana e rispettosa dei diritti del Paese britannico, molto preoccupata per la tendenza alla chiusura progressiva dell’isola così come della brutale stravaganza delle misure intraprese in materia di asilo – deportare migranti a migliaia di chilometri di distanza, verso un Paese africano noto per la sua gestione del potere più simile a un regime che a una democrazia, suona come un’assurdità politica – spera nella rule of law come baluardo alla barbarie.

 

Immagine: Migranti che arrivano al porto di Dover con funzionari della Border Force dopo essere stati salvati in mare nel Canale della Manica, Dover, Regno Unito (30 aprile 2022). Crediti: Sean Aidan Calderbank / Shutterstock.com

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