18 dicembre 2019

La mappa della sconfitta del Labour

Le elezioni del 12 dicembre sono state un vero e proprio trionfo per il primo ministro uscente Boris Johnson, che sperava di incrementare la propria maggioranza di “soli nove seggi”, come chiedeva nel suo ultimo spot elettorale, e che invece tornerà giovedì in Parlamento con una maggioranza effettiva di ben 80 parlamentari.

Il merito va in gran parte al suo stratega, Dominic Cummings, che è riuscito a trasformare questa elezione in una riedizione del referendum sulla Brexit e, in tal modo, a portare molti elettori del Labour a non votare seguendo l’asse destra-sinistra, ma quello Leave-Remain.

Questo esito è stato certamente favorito dalla compattezza del fronte anti-Brexit: l’alleanza tra Boris Johnson e Nigel Farage ha aiutato in maniera decisiva i Tories a sconfiggere il Labour in quei collegi del Nord in cui il Leave aveva ottenuto grandi maggioranze, zone in cui infatti il Brexit Party ha ricevuto molti voti erodendo il consenso dei candidati laburisti.

Al contrario, la divisione del fronte del Remain ha danneggiato tutti i partiti, in primis il Labour e i Liberal Democrats (LibDems) che, competendo ferocemente gli uni con gli altri, hanno finito per favorire, nei singoli collegi, il candidato conservatore: un esempio su tutti è dato dal collegio di Kensington, a Londra, vinto per 20 voti – per la prima volta in decenni – dal Labour nel 2017 e perso per 200 questa volta anche grazie ad un 20% di voti conquistati dai LibDem, con il risultato di consegnare il collegio ad un candidato pro-Brexit.

Un vero cataclisma per il Labour è stato però il crollo del cosiddetto “Red Wall”, una fascia di collegi nel Nord-Est inglese ex minerario che da sempre garantiva maggioranze agevoli al Partito laburista e che in questa elezione sono passati per la prima volta da più di 50 anni al Partito conservatore. In quelle zone la crisi del Partito laburista era endemica almeno dal 2005, ma, nonostante ciò, la fedeltà al Labour non era mai venuta meno. Questa volta, complice il messaggio “Get Brexit Done”, la muraglia rossa è crollata, con risultati anche clamorosi come la perdita del seggio di Dennis Skinner, la Bestia di Bolsover, parlamentare ex minatore eletto a Westminster in quel collegio sin dal 1970. Così come clamorosa è stata la sconfitta di Laura Pidcock, giovane astro nascente del Labour indicata da più parti come possibile successore di Jeremy Corbyn alla leadership che però è stata sconfitta nel suo seggio di North West Durham. Entrambi questi seggi, da sempre laburisti, avevano dato grandi maggioranze al Leave nel 2016 ed erano rimasti fedeli al Labour e alla sua promessa di una soft Brexit nel 2017, ma questa volta hanno voltato le spalle alla proposta di un secondo referendum fatta dai laburisti.

Forte della vittoria ottenuta, Boris Johnson non ha ora più avversari, interni o esterni, in grado di impedirgli di perseguire la sua strategia per una Brexit il più rapida possibile. È facile immaginare che già dalla prossima settimana il Parlamento inizierà a votare l’accordo trattato da Johnson con l’Unione Europea e che non ci saranno problemi per il primo ministro a ratificare il compimento dell’abbandono dell’Unione entro il 31 gennaio 2020.

Johnson avrà inoltre una grande libertà nelle trattative successive, che saranno ancora più decisive per modellare il futuro dei rapporti tra l’Unione e il Regno Unito negli anni a venire e soprattutto per stabilire i nuovi rapporti commerciali con gli Stati Uniti di Donald Trump, che si è subito congratulato con il suo amico Boris per l’elezione.

La vittoria di Johnson, infatti, è stata così netta da consegnarli una maggioranza tale da renderlo immune a qualunque veto incrociato interno, proprio perché l’annichilimento quasi totale del Labour – che ha subìto la peggiore sconfitta in termini di seggi dal 1935 – e dei LibDem – che hanno addirittura perso la loro leader, Jo Swinson, sconfitta nel suo seggio e non più presente a Westminster – rende qualunque fronda interna inefficace per i prossimi quattro anni.

L’unico fronte sul quale Johnson potrebbe trovare difficoltà è quello scozzese. Sopra il Vallo di Adriano lo Scottish National Party (SNP) di Nicola Sturgeon ha ottenuto una vittoria clamorosa, conquistando 48 dei 59 seggi a disposizione; una grande avanzata che può essere considerata come un mandato diretto ad ottenere un secondo referendum per l’indipendenza della Scozia. Una eventualità che Boris Johnson ha escluso categoricamente, ma che, c’è da scommetterlo, sarà un tema ricorrente nei prossimi mesi e nei prossimi anni.

Il più grande partito di opposizione, il Labour, dovrà ora affrontare una lunga traversata nel deserto che partirà con l’elezione di un nuovo leader in seguito alle già annunciate dimissioni di Jeremy Corbyn: il processo di elezione del nuovo segretario dovrebbe partire il 7 gennaio 2020 e vede al momento favorita Rebecca Long-Bailey, quarantenne parlamentare di Manchester, membro del gabinetto ombra di Corbyn e sua storica alleata, sostenuta fortemente anche da John McDonnell e da Momentum, il movimento nato nel 2015 attorno alla candidatura di Jeremy Corbyn.

A meno di grandi sorprese, comunque, chiunque sarà il prossimo leader del Labour continuerà a provenire dalla “sinistra” laburista, confermando la linea voluta dagli iscritti sin dal 2015.

 

Immagine: Jeremy Corbyn (7 dicembre 2019). Crediti: ComposedPix / Shutterstock.com

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