18 novembre 2020

La mediazione dell’Egitto a favore dell’unità dei movimenti palestinesi

Con la mediazione dell’Egitto, continua il dialogo fra Hamas e Fatah, movimenti palestinesi da tempo in lotta fra di loro. Il 16 novembre ci sono stati dei nuovi incontri, che i rappresentanti delle due fazioni hanno valutato positivamente, nella direzione della riconciliazione e dell’elaborazione di una politica comune, anche per contrastare il cosiddetto ‘accordo del secolo’ promosso da Donald Trump per porre fine al conflitto in Medio Oriente. L’elezione di Joe Biden influisce sulle prospettive che i movimenti palestinesi intravedono, anche se immaginare una svolta radicale della politica mediorientale del nuovo presidente, che sta ora muovendo i primi passi in questo scenario, non appare realistico. Martedì 17 novembre Joe Biden ha avuto infatti un lungo e cordiale colloquio telefonico con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, definito da fonti israeliane “caloroso” e inteso a ribadire “il legame speciale tra i due Paesi”. Nelle stesse ore l’Autorità nazionale palestinese ha annunciato la ripresa dei contatti con Israele, sulla base della sospensione dell’annessione dei territori in Cisgiordania, annunciata ad agosto da Israele. Secondo alcuni osservatori, si potrebbe riaprire la prospettiva definita “due popoli due Stati”, senza rinnegare i passaggi compiuti da Trump negli ultimi mesi (pacificazione dei Paesi arabi con Israele, spostamento dell’ambasciata a Gerusalemme) ma reinterpretandoli dentro una diversa strategia.

In questa complessa situazione, potrebbe inserirsi l’accordo tra i principali movimenti palestinesi: al centro delle discussioni, la questione delle elezioni, che potrebbero portare a un rinnovamento della rappresentanza e soprattutto a una sua maggiore credibilità interna e internazionale. Sono ancora forti i dissensi sulle modalità e i tempi: Fatah vorrebbe accelerare i tempi e puntare su un modello proporzionale. Hamas è orientata a un’attesa di qualche mese e al mantenimento del sistema misto che ne ha consentito la vittoria nel 2006. In quel caso, il successo di Hamas fu determinato nelle sue ampie proporzioni dal voto nei distretti, organizzato con la scelta diretta dei candidati, rispetto all’esito del proporzionale, che aveva visto una minore distanza fra le due liste, con ridotto vantaggio di Hamas. Le trattative stanno comunque andando avanti e sono incoraggiate dalla necessità dei palestinesi di uscire dall’angolo e giocare un ruolo in prima persona. In questa fase, sembra che sia l’Egitto a svolgere quel ruolo di traino e di mediazione che nei mesi passati era stato interpretato principalmente dalla Turchia e dal Qatar. Naturalmente i rapporti tesi fra i sostenitori dell’intesa, Egitto da un lato e Turchia e Qatar dall’altro, deteriorati anche in seguito alle vicende libiche, rappresentano un ostacolo che potrebbe interferire sull’esito del dialogo; ma la necessità di dare una voce unitaria all’interesse nazionale palestinese dovrebbe prevalere, sull’onda della nuova situazione complessiva che si sta delineando. Le preoccupazioni delle autorità palestinesi non si limitano però soltanto allo scenario internazionale: a Gaza l’emergenza da Covid-19 sta assumendo dimensioni sempre più preoccupanti ed è forse al primo posto nell’agenda politica. Attualmente ci sono 3.500 contagiati, con 486 casi positivi in ventiquattro ore, mentre i decessi totali, a partire da marzo, sono stati 50. Sono cifre che preoccupano, anche perché inserite in un contesto già problematico da un punto di vista sia sociale sia sanitario.  

 

Immagine: Il muro di Israele a Betlemme, in Cisgiordania (16 aprile 2011). Montecruz Foto [Attribution-ShareAlike 2.0 Generic (CC BY-SA 2.0)], attraverso www.flickr.com

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