21 ottobre 2020

La multimedialità della sfida per “una sola Cina”

 

Assieme alle reiterate accuse di aver scatenato la pandemia che tutt’ora ci troviamo a fronteggiare, negli ultimi mesi la Cina ha dovuto gestire altre questioni particolarmente complesse, che ciclicamente la mettono quasi in contrapposizione con il mondo Occidentale. Le proteste di Hong Kong durano ormai da oltre un anno, e l’emergenza Covid-19 ha per lo più rallentato un movimento che non ha nessuna intenzione di arrendersi. L’entrata in vigore della nuova legge sulla sicurezza nazionale e il rinvio di un anno delle elezioni legislative, previste ora il 5 settembre 2021, non hanno fatto che aumentare il malcontento verso la progressiva ingerenza del Partito comunista cinese (PCC) negli affari dell’ex colonia. Per quanto riguarda Taiwan, la riconferma di Tsai Ing-wen alla guida del governo, che rappresenta una sostanziale sfida al principio dell’unica Cina, ha riacutizzato le tensioni nello Stretto, con un susseguirsi di voci e report che vedevano Pechino preparare un’azione militare.

Le proteste contro la sempre più capillare ingerenza del PCC, la richiesta di rappresentanza e la più generale lotta per il particolarismo di Hong Kong, così come per la democrazia taiwanese, sono state ampiamente sposate da una crescente porzione della società civile occidentale, che esprime la propria solidarietà su una moltitudine di piattaforme, soprattutto on-line. Negli ultimi mesi, è stato organizzato un gran numero di conferenze, seminari, tavole rotonde, ma il dibattito è uscito velocemente dai circuiti accademici ed è arrivato in comunità molto più ampie, come le board on-line. Andando oltre la gargantuesca realtà che è Reddit, uno dei casi più interessanti è quello fornito da ResetEra, probabilmente il più rilevante forum videoludico mondiale e presto diventato luogo di aggregazione e discussione non solo sulla vicenda, ma su come la comunità videoludica potesse far sentire la propria voce.

La fuoriuscita di questo crescente sentimento di solidarietà dagli ambienti accademici, per raggiungere le potenzialmente sconfinate e incontrollabili community on-line, ha probabilmente fatto suonare più di un campanello d’allarme. Il governo cinese è ben consapevole della forza organizzativa della rete e della crescente rilevanza sociale e culturale delle comunità che si sono create attorno al panorama videoludico. I dati comunicati nel 2019 da Feng Shixin, vice direttore dell’ufficio editoriale del Dipartimento centrale della propaganda, non fanno che confermarlo, così come è innegabile che il mercato videoludico sia diventato estremamente importante per la filiera tecnologica cinese: parliamo di un introito annuo di 30 miliardi di dollari, 200 aziende pubbliche e 6.000 aziende private che sviluppano videogiochi, con una platea stimata in circa 600 milioni di giocatori.

Un contesto in cui è estremamente complicato monitorare le reazioni, controllare la narrazione e ridurre al minimo il dissenso. Soprattutto se guardiamo oltre il panorama interno, in cui esiste un’apposita commissione che valuta quali contenuti possano entrare o meno nel mercato. Ovviamente questo controllo non è applicabile alla fruizione del media fuori dalla Cina, ma come vedremo il governo cinese ha trovato metodi alternativi efficaci per far sentire la propria voce e al contempo intaccare i movimenti di solidarietà verso Hong Kong e Taiwan, con due casi particolarmente eclatanti.

Il primo riguarda Animal Crossing. New Horizons, un life simulator sviluppato da Nintendo e uscito sulla sua console, Nintendo Switch, il 20 marzo 2020. La struttura del gioco è molto semplice: il giocatore viene catapultato in un’isola deserta che potrà plasmare a suo piacimento, in cui costruire e decorare la propria casa, decidere che piante e fiori piantare, che attrazioni costruire e chi invitare. Complice il sostanziale lockdown globale, il titolo è divenuto velocemente un successo planetario, monopolizzando la quasi totalità delle piattaforme video e streaming, da YouTube a Twitch. Proprio la componente inclusiva, sostenuta dall’enorme community che si è creata, ha permesso a Joshua Wong, il più riconoscibile volto della protesta di Hong Kong, di diffondere il suo messaggio attraverso il gioco. Durante un live streaming su YouTube Wong ha mostrato la sua isola, sulla quale capeggiava la scritta “Free Hong Kong – Revolution Now” e due caricature sottostanti, che raffiguravano Xi Jinping e Carrie Lam. Il video di Wong è diventato ben presto virale, e moltissimi altri utenti hanno deciso di addobbare allo stesso modo la propria isola, esternando così la propria posizione. La risposta del governo cinese non si è fatta attendere: il gioco è sparito dai due principali e-store cinesi, Pinduoduo e Taobao, e la sua approvazione per entrare nel mercato interno è stata ovviamente accantonata. Questa è una prova di quanto i meccanismi di solidarietà che possono svilupparsi grazie ai videogiochi siano ormai capillari, e una potenziale minaccia per la retorica del PCC.

Un caso ancora più recente, e per certi versi più significativo, è quello di Genshin Impact, gioco d’avventura free-to-play (scaricabile e giocabile gratuitamente) uscito lo scorso 28 settembre su pressoché tutte le piattaforme, tra cui anche il mercato mobile, particolarmente florido in Cina. Un altro elemento estremamente rilevante è che il titolo in questione è stato sviluppato dalla software house di Shanghai miHoYo. I giocatori vengono catapultati in un enorme mondo condiviso, dove è possibile comunicare attraverso una chat che però non riconosce determinati termini: se infatti proveremo a digitare Hong Kong, Taiwan, Tibet, avremo in ritorno una serie di asterischi. Questa autocensura non è sorprendente, ma è al contrario una prassi a cui devono sottostare tutti gli sviluppatori cinesi. La motivazione ufficiale è racchiusa nella legge che regola lo sviluppo del software, che impedisce la creazione di contenuti che “minaccino l’unità nazionale della Cina”.

Nonostante le ovvie critiche e la campagna di boicottaggio, miHoYo ha già annunciato che il titolo ha incassato 100 milioni di dollari, ripagando completamente i costi di sviluppo e marketing. Questo ci fa presente anche uno dei principali problemi di queste istanze, ovvero l’intrinseca effimerità, e l’incapacità di strutturare la solidarietà, soprattutto quando deve scontrarsi con il capitale. Questi due casi ci ricordano che il governo cinese ha, nel tempo, messo in piedi un complesso sistema di controllo che le permette di lottare per mantenere il monopolio sulla propria narrazione, specialmente all’interno del mercato nazionale, e sfruttare le leve economiche che ha sapientemente creato negli anni, come ad esempio partecipazioni in grossi conglomerati tecnologici, per rendere sempre più difficoltosa la creazione di una vera solidarietà all’interno delle community on-line.

 

Immagine: Lennon Wall alla stazione di Taichung. Traduzione: “Sostieni Hong Kong”, Taichung, Taiwan (28 novembre 2019). Crediti: TimeDepot.Twn / Shutterstock.com

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