9 settembre 2020

La normalizzazione di Israele, in attesa del voto americano

 

Sono quasi le 4 del pomeriggio quando le ruote dell’aereo LY-971 della compagnia israeliana El Al toccano l’asfalto della pista di atterraggio. La destinazione raggiunta, dopo un viaggio iniziato a Tel Aviv alle 11.30 del 31 agosto 2020, è l’aeroporto di Abu Dhabi, negli Emirati Arabi Uniti. A bordo del velivolo due delegazioni di Israele e Stati Uniti, guidate da Jared Kushner, consigliere della Casa Bianca e genero del presidente Donald Trump, e dal consigliere per la Sicurezza nazionale israeliano Meir Ben Shabbat. L’apparecchio espone come insegne le bandiere delle tre nazioni – USA, Israele ed Emirati ‒ e la parola “pace” stampata in inglese, ebraico e arabo sul finestrino laterale del pilota. Il volo viene salutato dai media locali come un momento storico che suggella la normalizzazione delle relazioni tra Israele ed Emirati, primo Paese del Golfo a compiere questo passo e terzo del mondo arabo dopo Egitto e Giordania.

Il percorso di questa distensione tra lo Stato ebraico e il piccolo (ma importante) Paese del Golfo nasce da lontano. Israele ed Emirati cooperano da tempo nello scambio di informazioni per quello che concerne la sicurezza e la difesa, sebbene Dubai e Abu Dhabi abbiano sempre mantenuto una retorica filopalestinese, almeno pubblicamente. Uno dei temi più discussi, anche se le parti sono molto reticenti sul tema, è la vendita agli Emirati dei caccia statunitensi F-35 di quinta generazione. Si tratterebbe di una mossa che, secondo alcuni esperti, minerebbe la superiorità militare di Israele nella regione, tanto è vero che un regolamento degli Stati Uniti richiede esplicitamente che l’amministrazione si consulti con lo Stato ebraico prima di vendere armi a qualsiasi Paese arabo.

Fonti coperte riferiscono al New York Times che il premier israeliano Benjamin Netanyahu avrebbe dato all’amministrazione Trump il nullaosta per vendere armi (e aerei) agli Emirati, ma sull’affaire F-35, un tema molto sensibile per gli equilibri regionali, si susseguono le smentite da entrambe le parti. Il principe ereditario di Abu Dhabi, Mohammed bin Zayed Al Nahyan (Mbz per i media occidentali) sottolinea ad ogni occasione possibile che l’accordo con Israele annunciato il 13 agosto “non andrà a scapito della causa palestinese” e che, al contrario, l’impegno assunto dallo Stato ebraico di sospendere le annessioni in Cisgiordania è da salutare come una conquista positiva. 

Quelli dopo lo storico viaggio Tel Aviv-Abu Dhabi del 31 agosto, a cui il 16 settembre farà seguito il primo aereo cargo in volo dallo Stato ebraico agli Emirati ‒ sono giorni di annunci, indiscrezioni e speculazioni su quale sarà il prossimo Paese dell’area ad aprirsi a Israele. Molti osservatori internazionali, confortati dall’insistenza della stampa israeliana, sono pronti a scommettere sul Bahrein. A Manana, capitale della monarchia del Golfo, è stata infatti presentata a giugno 2019 la parte economica del “Piano del secolo” messo a punto dall’amministrazione Trump per la pace tra israeliani e palestinesi. I regnanti del Bahrein, appartenenti alla dinastia Al Khalifa, sono monarchi sunniti in uno Stato a maggioranza sciita (70% della popolazione). Un fatto che mette spesso il Paese al centro della contesa regionale tra Iran e Arabia Saudita. Nonostante la reticenza bahreinita, per i media di Gerusalemme come il portale israeliano Kan 11, l’annuncio di un accordo tra lo Stato ebraico e la monarchia araba ormai non è questione di se, ma di quando.

Altri ipotizzano che il prossimo Paese a tendere una mano a Israele possa essere l’Oman, importante snodo diplomatico per il Medio Oriente, rimasto orfano a inizio anno dell’ottuagenario sultano Qabus bin Said Al Said, definito da Netanyahu «un grande uomo» in occasione della sua dipartita. Il ministero degli Affari esteri omanita commenta il nuovo accordo tra Emirati e Israele dicendo che «soddisferà le aspirazioni dei popoli della regione nel sostenere i pilastri della sicurezza e della stabilità». Decisamente ostile invece è l’atteggiamento del Kuwait, le cui autorità fanno sapere dalle colonne del giornale locale Al Qabas che «La nostra posizione su Israele non è cambiata, saremo gli ultimi a normalizzare le nostre relazioni» con lo Stato ebraico.

L’impressione generale, oltre i proclami e la retorica che contraddistinguono eventi simili, è che gli altri Paesi dell’area mantengano una certa cautela rispetto a possibili distensioni con Israele. C’è da aspettarsi che questa reticenza rimanga tale fino al più importante appuntamento in programma nei prossimi mesi, ossia le elezioni presidenziali americane a novembre 2020. Trump punta molto sulla politica mediorientale e sulla distensione con Israele in chiave propagandistica. Il segretario di Stato Mike Pompeo ha suscitato non poche critiche in patria, intervenendo in videoconferenza alla convention repubblicana direttamente da Gerusalemme, nel corso di una missione che lo ha condotto in Libano, Israele e Kuwait. L’accusa dei democratici è quella di aver usato, cosa mai successa prima, un impegno ufficiale all’estero per meri scopi elettorali. I Paesi del Medio Oriente, però, sembrano rimanere attendisti. Probabilmente aspettano di sapere chi la spunterà nel rush finale della corsa alla Casa Bianca tra l’attuale presidente Trump e lo sfidante Joe Biden. Certamente non ci si aspetta che il candidato democratico, qualora eletto, cambi in modo radicale la politica americana nell’area. Ma al contempo è poco prudente impegnarsi a fondo nelle trame diplomatiche dell’attuale amministrazione – volte alla strategia della “massima pressione” sull’Iran – se alla fine sarà Biden a vincere le presidenziali.

Ciononostante, l’immobilismo non è uguale ovunque. A quasi un mese dall’accordo Israele-Emirati e a pochi giorni dallo storico volo Tel Aviv-Abu Dhabi, i primi movimenti verso Israele arrivano da un’area apparentemente remota e inaspettata, quella dei Balcani. Il 4 settembre, infatti, Trump ha annunciato che Serbia e Kosovo hanno raggiunto un’intesa per la normalizzazione dei rapporti economici. Parte dell’accordo prevede che il Kosovo riconoscerà Israele, mentre la Serbia sarà il primo Paese europeo a spostare la sua ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme, come fatto dagli USA a maggio 2018. La parte dell’accordo che conta, in una regione dove gli USA vogliono contrastare la penetrazione russa e cinese, riguarda soprattutto gli aspetti economici. Ma l’inserimento del dossier israeliano nella partita ha comunque la sua importanza, facendo parte della corsa di Trump ad accumulare risultati diplomatici da usare in campagna elettorale contro Biden. Se l’esempio di Emirati, Kosovo e Serbia fosse seguito da un altro Paese arabo-islamico, o magari da più di uno, questo costituirebbe un vantaggio non indifferente per l’attuale inquilino della Casa Bianca.

 

Galleria immagini


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0