29 giugno 2018

La nuova Turchia di Erdoğan

Le elezioni di domenica 24 giugno hanno impresso la definitiva svolta ad un Paese che nell’ultimo anno è rimasto in bilico tra due modelli: il forte presidenzialismo accentratore voluto da Erdoğan e il parlamentarismo che ha caratterizzato la Turchia fin dalla sua fondazione.

La consacrazione di un altro quinquennio di governo Erdoğan caratterizzato da un accentramento di poteri senza precedenti è giunta dopo una giornata elettorale tesissima e non priva di incidenti: l’arresto di alcuni uomini con sacchi sospetti colmi di schede elettorali, conflitti a fuoco in due seggi che hanno portato persino alla morte di un rappresentante regionale di un partito d’opposizione, osservatori internazionali intimoriti, scacciati o addirittura arrestati.

Nella conferenza stampa di lunedì 25, l’OSCE ha tuttavia dichiarato che questi incidenti, pur preoccupanti, non hanno inciso sul risultato finale che ha consegnato il Paese al presidente uscente. Di ben altro tono, tuttavia, la condanna della campagna elettorale, condotta secondo gli osservatori in un contesto di tale sbilanciamento a favore della coalizione del partito di governo da non permettere di considerare eque queste elezioni.

L’uso di risorse dello Stato in favore del partito di governo, i cambiamenti legislativi che in primavera hanno rimosso importanti tutele per l’imparzialità della competizione, il monopolio sui media, schierati a favore del governo e il silenzio imposto a quelli delle opposizioni, il trasferimento dei seggi elettorali del Sud-Est senza giustificazioni di sicurezza e lo stato di emergenza in vigore, che ha leso i diritti di assemblea ed espressione, sono tutte ragioni che hanno spinto l’OSCE a bollare queste elezioni come né libere né giuste. Ma questo ad Erdoğan non importa, né le istituzioni internazionali hanno potere o volontà di mettere in discussione un risultato falsato dalle premesse.

Con questo nuovo sistema il Paese amplifica i difetti che porta con sé fin dalla fondazione: centralismo, occupazione delle istituzioni e culto del leader. La tendenza storica del vincitore delle elezioni a monopolizzare le istituzioni e le cariche pubbliche, in spregio ad ogni buona norma di condivisione e concertazione con le opposizioni, viene istituzionalizzata nel presidenzialismo voluto da Erdoğan. Da oggi Stato e partito al potere convergono fino a coincidere nella figura del presidente, che è a capo di entrambe.

E l’economia? Pur essendo indicata da tutti gli analisti come il principale fattore dei pericolosi sobbalzi dello scranno del presidente, anche su questo terreno il voto del popolo turco sembra aver voluto confermare la fiducia nelle capacità manageriali di Erdoğan, convincendosi che sia lui ad avere la ricetta di cui il Paese ha bisogno. Non si sono fidati né delle promesse di neoindustrializzazione dal sapore demagogico di Muharrem Ince, il principale degli sfidanti alla presidenza, né dell’anticapitalismo ecologico di Demirtas, il leader curdo che ha condotto la campagna elettorale dal carcere in cui è detenuto. Non pervenuti sul tema gli altri candidati. Ecco allora che Erdoğan potrà somministrare la sua medicina all’economia turca con la tranquillità di non avere altri appuntamenti elettorali significativi di cui preoccuparsi. I cittadini turchi sperano che non sia amara come gli analisti sembrano invece suggerire.

All’Europa invece l’arduo compito di ridefinire i propri rapporti con la Yeni T ü rkiye di Erdoğan proprio in un momento di crisi dei valori europei fondanti e di stallo dello slancio comunitario, strapazzato dal turboliberismo iniettato nelle vene del vecchio continente e dalla crescita dei movimenti sovranisti. La nuova architettura istituzionale del Paese anatolico, lontana dal fornire garanzie in termini di democraticità e tenuta dello Stato di diritto, come certificato un anno fa dalla Commissione di Venezia, rappresenta un rebus per un Paese che continua ad essere legato ad istituzioni come il Consiglio d’Europa e la Corte europea dei diritti umani, che invece vorrebbero tutelare la democraticità degli Stati membri.

Né il nuovo presidenzialismo á la turca può rappresentare un passo avanti nelle infinite trattative di adesione all’Unione, che hanno come principale tra gli obiettivi l’armonizzazione dei sistemi legislativi ed istituzionali dei Paesi candidati agli standard europei.

Erdoğan vorrà invece impostare i rapporti su un piano paritario basato sui reciproci e innegabili interessi economici e su un principio di non ingerenza degli affari interni. La spaccatura tra europeisti e destre populiste antieuropee è una faglia in cui Erdoğan saprà navigare con abilità se gli verrà concesso. La gestione dei migranti, in mancanza di una revisione degli accordi di Dublino e in persistenza dell’accordo palliativo con la Turchia, resta un altro elemento di debolezza nei rapporti bilaterali che il presidente turco sarà sempre pronto a sfruttare.

Dovesse collassare il morente progetto di adesione, per ipotizzare come si assesteranno i rapporti tra Europa e Turchia possiamo guardare sempre ad oriente, dove già c’è un vicino poco incline a far propri i valori basilari delle democrazie europee: Putin, che con Erdoğan ha stretto in questi anni un pragmatico sodalizio non privo di turbolenze, che conduce alla cooperazione in Siria e sul mercato dell’energia.

A questo punto la Turchia sarà da considerarsi più un competitor che un partner strategico. E questa competizione è già viva in aree quali ad esempio i Balcani e il Mediterraneo orientale. Basti pensare al caso Saipem a Cipro.

Riallacciare i rapporti con la Turchia sarà anche priorità della NATO e degli Stati Uniti. Definito con certezza l’interlocutore turco per i prossimi anni, dopo i tumulti del tentato golpe e gli scossoni elettorali, Washington ha già iniziato a riprendere i rapporti fornendo al Reis un assist elettorale prezioso quale l’accordo di collaborazione tra l’esercito americano e quello turco per il pattugliamento dell’area di Manbij in Siria. È lecito dunque attendersi una rinnovata partnership in seno all’Alleanza Atlantica, anche se per Erdoğan gli Stati Uniti restano un Paese da tenere a bada più che riabbracciare.


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