16 ottobre 2017

La nuova strategia americana sul nucleare iraniano

Adesso è chiara la nuova strategia di Donald Trump sul nucleare iraniano. Attraverso un discorso ufficiale alla Casa bianca, lo scorso 12 ottobre, il presidente americano ha chiesto al Congresso di approvare nuove e più dure sanzioni contro il regime iraniano per la violazione dell’accordo sul nucleare. Oltre che dal suo predecessore Barack Obama, tale accordo era stato firmato nel 2015 anche da Russia, Cina, Gran Bretagna, Francia e Germania, alle quali Trump ha intimato espressamente di unirsi agli Stati Uniti contro il programma missilistico portato avanti dal governo di Teheran, da lui definito il più grande sponsor del terrorismo internazionale. Qualora questo non dovesse accadere, sempre secondo Trump, l’accordo potrebbe essere cancellato dagli Stati Uniti in qualunque momento.

Nello specifico l’amministrazione di Trump non intende certificare il rispetto dell’accordo del 2015 dal momento che l’Iran non avrebbe soddisfatto le richieste americane sulle centrifughe, non avrebbe permesso le ispezioni e, sotto traccia, starebbe anche facendo affari con il regime dittatoriale della Corea del Nord, sui quali occorre vigilare attentamente. Attraverso l’accordo sul nucleare, voluto fortemente da Obama due anni fa, l’Iran avrebbe interrotto soltanto temporaneamente le sue aspirazioni nucleari per alleggerire le sanzioni economiche internazionali e poter concentrare tutte le sue risorse sul finanziamento al terrorismo di matrice islamica.

L’obiettivo dichiarato di Trump, dopo lunghe consultazioni con il Consiglio per la Sicurezza nazionale e negoziati con il Congresso, è quello di evitare a tutti i costi che un regime come quello iraniano possa arrivare a disporre dell’arma nucleare. «L’accordo doveva servire alla pacificazione dell’area e invece il regime continua a sponsorizzare il terrorismo in Medio Oriente e nel mondo. Dopo aver consultato i nostri alleati, abbiamo studiato una nuova strategia per contrastare il regime iraniano: nuove sanzioni, per fermare la proliferazione dei missili iraniani e il sostegno della guardia rivoluzionaria al terrorismo». Così ha tuonato Donald Trump, aprendo alla cosiddetta “decertificazione” dell’intesa sul nucleare.

Per il momento gli alleati non sembrano dello stesso avviso. In una dichiarazione congiunta Angela Merkel, Emmanuel Macron e Theresa May hanno ribadito l’impegno di Germania, Francia e Regno Unito a rispettare l’accordo e a favorirne la piena attuazione. Anche Sergey Lavrov, il ministro degli Esteri russo, ha subito sottolineato che le parole di Trump non avranno alcun impatto sull’attuazione dell’accordo. Ancora più dura la replica di Federica Mogherini, alto rappresentante per gli Affari esteri e la Politica di sicurezza dell’Unione Europea, secondo la quale, trattandosi di un’intesa internazionale avallata da una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’ONU e non di un semplice accordo bilaterale, gli Stati Uniti non hanno il diritto di rescinderlo, a maggior ragione in considerazione del fatto che l’Agenzia internazionale per l’energia atomica ne ha già verificato per otto volte il rispetto. Adesso la palla passa al Congresso, che avrà 60 giorni di tempo per ripristinare le sanzioni all’Iran, congelate dopo l’accordo firmato a Vienna nel 2015. Entrambe le Camere sono controllate dai repubblicani e basterà una duplice votazione a maggioranza semplice per approvare sanzioni più dure persino di quelle precedenti e, di fatto, sfilarsi dall’accordo. L’esito sembra scontato e la pace nucleare sempre più lontana.


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