9 gennaio 2020

La politica del rischio calcolato nel triangolo USA-Iran-Iraq

La guerra contro l’Iraq, voluta da George W. Bush nel 2003, indicava nell’Iran la seconda potenza del cosiddetto “asse del male” teorizzato dai repubblicani americani. Giungendo oggi al confronto militare diretto con l’Iran, il presidente Trump e i suoi sodali sono dunque, effettivamente, in perfetta continuità ideologica con quella gotica dottrina più che altro vaneggiante. Ne incarnano, semplicemente, un momento storico ulteriore. L’assassinio di Qasem Soleimani e la rappresaglia iraniana segnano così una nuova fase, poco sorprendente, della lunga guerra d’Iraq. La posta in palio di questa guerra, in ogni fase, è il controllo del governo di quel territorio, annientato nel 2003.

È stata l’invasione dell’Iraq a creare questa posta in palio e generare, nel vuoto che ha prodotto, il lungo travaglio bellico che, negli anni, ha avvantaggiato l’espansione delle forze politiche e militari iraniane verso Occidente, permettendone la proiezione diretta nel confinante Iraq. Oggi la guerra dell’Iraq, quell’errore fatale, si ripresenta nuovamente per gli Stati Uniti e gli alleati come un conto ancora da saldare e non da riscuotere: il problema è come saldarlo. Ad altri spettano, difatti, i saldi positivi e i conti fatti ad Occidente non tornano affatto.

Non tornano per tanti motivi e perché, in queste condizioni, il ritiro statunitense e degli alleati dall’Iraq, propagandato da Trump e i repubblicani, non è un’opzione plausibile, semmai lo sia stata. Il ritiro coinciderebbe, difatti, con il compimento del disegno politico tracciato di converso a Teheran, ossia la fine della presenza di Stati Uniti e alleati in Iraq, ultimo (relativo) ostacolo al dominio locale iraniano. In altre parole, il ritiro americano sarebbe la vittoria iraniana. Per l’Iran, dunque, sopravvivere significa vincere. Questo è il suo disegno politico e coincide, in parallelo, con il logoramento di Stati Uniti e alleati in Iraq. «Il disegno politico è lo scopo, la guerra è il mezzo, ed un mezzo senza scopo non può mai concepirsi», pensava Carl von Clausewitz: a differenza degli Stati Uniti, cronicamente privi di un disegno politico in Iraq fin dall’invasione, e perciò in balia di azioni di guerra «senza scopo», il disegno politico iraniano è chiaro e ne ha guidato le azioni di guerra.

Si tratta, finora, di azioni necessariamente controllate, commisurate alla soverchiante potenza di Stati Uniti e alleati contro la quale nessuno scontro effettivo è possibile. Il trait d’union tanto dell’impegno iraniano in Iraq e altrove, quanto della lunga spirale di azioni e reazioni contro Stati Uniti e alleati, è una politica del rischio calcolato. Una politica assecondata e sostenuta, nella misura del possibile, da potenze maggiori e grandi potenze impegnate a tentare di ridefinire le zone d’influenza locali e gli equilibri mondiali a sfavore di Stati Uniti e alleati – sfruttandone, anzitutto, gli errori madornali.

Con questo calcolo politico l’Iran ha finora dimostrato di poter far fronte alla deterrenza americana, alla politica di «massima pressione» e alle minacce del comandante in capo attuale. Il quale, si sa, si trova in una condizione politica interna precaria e scabrosa. Egli deve difatti fronteggiare, più che la forza iraniana, una formidabile batteria di dispositivi costituzionali tipici della democrazia americana, ma inesistenti tanto a Teheran quanto a Mosca e Pechino: stato di accusa in cui può essere posto un presidente che abbia violato la Costituzione (impeachement), sentenza della Corte suprema sulla correttezza del suo stato finanziario, elezioni politiche presidenziali libere e competitive. Proprio quest’instabile condizione interna del presidente Trump sembra essere una delle concause della sua scelta, altrimenti priva di qualsiasi spessore strategico, di uccidere Solemani, attirando giocoforza la vacua rappresaglia iraniana. Una scelta inutile, stando così le cose, sia sul fronte interno sia sul fronte internazionale. D’altronde, come potrebbe essere altrimenti? Priva di un disegno politico, la guerra resta un mezzo senza scopo; ne resta solo la perversità.

 

Crediti immagine: Marcio Jose Bastos Silva / Shutterstock.com

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