31 luglio 2018

La politica nel Kurdistan del postreferendum

Dopo il fallimentare referendum del settembre 2017, i Curdi iracheni dovrebbero finalmente tornare a votare per eleggere un nuovo Parlamento. Le ultime elezioni si tennero nel 2013, la scadenza naturale sarebbe stata nel 2017 ma le elezioni furono rinviate, ufficialmente, a seguito della dura reazione di Baghdad al referendum. Nell’ultima legislatura, comunque, il Parlamento si è riunito poche volte, perché il Partito democratico del Kurdistan (PDK) di Masoud Barzani non ha permesso allo speaker, eletto tra le file di Gorran, di accedere ai suoi uffici. Una crisi istituzionale e politica a lungo celata dalla guerra contro lo Stato islamico (2014-2017).

L’idea del referendum nasceva proprio da un’esigenza interna al PDK e al suo leader Barzani di legittimare la propria politica e il proprio operato; entrambi sono stati sorpresi dalle reazioni irachene e internazionali.

Tuttavia, nei mesi scorsi un accordo con il governo centrale, maturato sotto la regia russa, ad oggi primo investitore estero nella Regione autonoma curda, ha sbloccato i fondi necessari per far ripartire l’economia. Le elezioni irachene hanno così visto il PDK imporsi come primo partito (ma le opposizioni hanno denunciato, nuovamente, brogli), che ha così convocato le elezioni anche per il Parlamento curdo.

Molto probabilmente, però, ci sarà un rinvio di qualche mese. Lo ha chiesto, in particolare, l’avversario storico del PDK, l’Unione patriottica del Kurdistan (UPK), in crisi totale e incapace di esprimere una leadership credibile dopo la malattia e la morte del suo fondatore, Jalal Talabani, primo presidente dell’Iraq post-Saddam.

Le elezioni, indipendentemente da quando si terranno, se a settembre o a dicembre, costituiranno una prova importante soprattutto per l’opposizione al PDK, divisa ma ancora capace di raccogliere un certo consenso: lo stesso Barzani non può ignorare che la politica curda non può più essere ridotta al sistema del 50-50, quella spartizione delle cariche tra PDK e UPK che ha dominato la storia del Kurdistan iracheno sin dal 1991. La malattia e la morte di Talabani hanno rappresentato una crisi durissima per l’Unione patriottica: il giorno dei suoi funerali, Sulaimaniyya era colma di persone venute a tributare l’ultimo omaggio al suo leader. Ma quel funerale ha segnato anche la fine di una stagione politica e di una generazione. Quella dei capi delle rivolte, dei leggendari peshmerga che combattevano dalle montagne gli iracheni, quella dei partiti storici. Dopo quasi trent’anni di autonomia il Kurdistan chiede qualcosa di più alla propria leadership che la formale indipendenza da Baghdad: riforme economiche, infrastrutture, benessere.

Per anni la parola indipendenza è stato il programma dei partiti storici; oggi, per quanto possegga ancora una certa forza attrattiva, non basta più a sintetizzare desideri e speranze del popolo curdo, in particolare della sua parte più giovane, che non ha mai conosciuto, se non grazie ai racconti dei familiari, la violenza del regime di Saddam, ma che sperimenta quotidianamente i limiti della politica curda: il nazionalismo, quindi, nel lungo periodo non potrà bastare a intercettare questa generazione. Giovani che hanno protestato quando i salari sono stati tagliati, quando i posti di lavoro sono stati cancellati. E che potrebbero ulteriormente radicalizzarsi se il sistema politico non dovesse sbloccarsi: non è un problema da sottovalutare, soprattutto perché sino ad oggi i Curdi sono stati, indubbiamente, un fattore di stabilizzazione e, nonostante gli evidenti limiti, la Regione continua ad essere un modello per tutta l’area. I rischi di una radicalizzazione dei giovani, persino oltre lo schema tradizionale offerto dalla politica curda e in una dimensione religiosa, ad esempio, non è, nel lungo periodo, del tutto da escludere.

L’opposizione è variegata, al momento molto divisa. Nel 2009, in una situazione per certi aspetti simile a quella di oggi (all’epoca molti interpreti parlarono di una “primavera curda“) dall’UPK si staccò un movimento, Gorran (Cambiamento). È ad oggi la forza politica di opposizione meglio organizzata. Uno dei leader è Yousif Mohammed Sadiq (1978), proprio l’ex speaker del Parlamento curdo. Gorran ha una piattaforma molto chiara che chiede innanzitutto centralità del Parlamento (e quindi un accordo trasparente tra le forze politiche curde) e la conseguente fine del sistema di potere tra PDK e UPK. In particolare, indispensabile è una riforma delle forze armate che produca un vero esercito “nazionale” della Regione perché, attualmente, i peshmerga sono divisi ancora tra quelli fedeli al PDK e quelli dell’UPK: questa situazione è stata anche alla base dello sbandamento delle truppe peshmerga di fronte all’attacco di quelle irachene lo scorso ottobre. Gorran sa che il referendum («un disastro») ha peggiorato il rapporto, già logoro dopo anni di errori da ambo le parti, con il governo centrale di Baghdad. Tuttavia, c’è la convinzione che solo un accordo con il governo possa determinare una soluzione duratura per le aree contese e per lo sviluppo del Kurdistan. Ad oggi Gorran è indubbiamente la forza di opposizione meglio organizzata nella Regione autonoma, dal profilo moderno e convintamente democratica (l’uso della forza nelle questioni politiche è fieramente escluso dai suoi dirigenti e militanti), ecco perché moltissimi giovani e intellettuali, affascinati dalla figura del leader storico Nawshirwan Mustafa (1944-2017), sono entrati nel partito.

L’UPK ha patito di recente una nuova scissione, quella dell’ex primo ministro Barham Salih (1960) che ha fondato la Coalizione per la democrazia e la giustizia. Salih è una figura molto nota e apprezzata in Kurdistan ed ha l’esperienza necessaria per guidare trattative con Baghdad e le altre forze politiche curde. Anche lui ritiene necessaria la fine del sistema 50-50 e la ripresa di buone relazioni su Baghdad a partire dalla creazione di un fondo per la ricostruzione delle città e province devastate dallo Stato islamico. Questo fondo, finanziato dallo Stato con una quota fissa dei proventi dalle vendite del petrolio e del gas ma aperto anche ai privati, sarebbe destinato interamente ai governatorati locali e, nello spirito federale della costituzione irachena, permetterebbe alle comunità di procedere con la realizzazione delle infrastrutture necessarie (porti, autostrade, ferrovie, aeroporti, strutture per l’irrigazione dei campi, elettricità).

Infine, Nuova generazione (Neway Nwe), movimento nato per iniziativa del miliardario Shaswar Abdulwahid Qadir (1979), sul quale circolano voci che ipotizzano abbia costruito con la corruzione la sua ingente ricchezza derivante dal settore immobiliare. Il movimento, nato per contrastare il referendum (il suo slogan era not for now), ha proposto un articolato e dettagliato programma dall’ambizioso titolo Kurdistan 2033, un piano di sviluppo del Paese in quindici anni. Vengono suggerite riforme istituzionali ed economiche (fra cui vanno segnalati la promozione e il rafforzamento del sistema fiscale, la riorganizzazione del sistema bancario, attualmente del tutto inadeguato, e la promozione del sistema privato non appannaggio della politica, cioè dei partiti tradizionali). La riqualificazione dell’agricoltura è un aspetto centrale del programma: in particolare, l’idea fondante è quella di interrompere la forzata urbanizzazione degli ultimi anni e di ricostruire una serie di villaggi, dotandoli di moderne infrastrutture, e di rilanciare la produzione agricola, visto che, attualmente, la regione importa moltissimo anche dai suoi vicini, in particolare dalla Turchia. Va ribadito che in questo programma l’idea dell’indipendenza non compare mai, se non per citare il fallimentare referendum del 2017. La collaborazione con Baghdad viene, dunque, auspicata per poter avviare una discussione anche sulle cosiddette aree contese.

L’aspetto da non sottovalutare è relativo alla frammentazione di questa opposizione, che rischia di lasciare immutata l’egemonia del PDK. Ma nel lungo periodo il gruppo di Barzani non potrà continuare a governare da solo, confidando solo nella Storia: quello che è successo all’UPK lo dimostra.


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