29 luglio 2021

La presenza turca in Afghanistan dopo il ritiro delle forze internazionali

 

«Il prolungamento dell’occupazione creerà sentimenti di risentimento e ostilità nel nostro Paese contro i funzionari turchi e danneggerà le relazioni bilaterali». Con queste parole, affidate a un comunicato firmato Emirato islamico dell’Afghanistan, i Talebani hanno recentemente ammonito Ankara dopo che il presidente turco Erdoğan ha manifestato chiaramente l’intenzione di prendere in gestione l’aeroporto internazionale di Kabul dopo il ritiro delle forze internazionali dal Paese.

Entro la data simbolica dell’11 settembre gli USA hanno in programma di ritirarsi completamente dall’Afghanistan, esattamente a 20 anni dall’attentato contro le Torri gemelle che ha cambiato non solo la storia americana ma anche quella afghana. Il presidente Joe Biden ha deciso di portare avanti gli accordi di Doha tra USA e Afghanistan che si erano tenuti sotto l’amministrazione Trump e con cui Washington si è impegnata a ritirare completamente le sue truppe dal territorio afghano. Oltre agli americani, si stanno ritirando dall’Afghanistan anche le altre truppe internazionali comprese quelle italiane che hanno lasciato il Paese già in giugno.

Il ritiro dei soldati dall’Afghanistan ha già riacceso forti tensioni nel Paese, scontri tra Talebani e milizie auto-organizzate o soldati afghani sono da settimane ormai all’ordine del giorno. Molti afghani si trovano ora sfollati e tanti stanno cercando di lasciare il Paese. Gli studenti del Corano, questo il significato del termine talebani, hanno dichiarato pochi giorni fa di controllare il 90% dei confini dell’Afghanistan. La smentita da parte delle autorità afghane è arrivata a breve, ma la tensione resta altissima: durante l’Eid al-Adha – la festa del sacrificio celebrata in tutto il mondo musulmano – dei razzi sono caduti vicino al complesso presidenziale dove il presidente Ghani stava pregando. Non c’è immagine più evidente per riassumere lo stato di tensione in cui si trova l’Afghanistan che questa preghiera collettiva dove quasi tutti i presenti, a partire dallo stesso presidente Ghani, continuano impassibili il rito islamico mentre il suono drammatico dei razzi esplode a pochi metri di distanza e alcuni uomini della sicurezza cominciano a muoversi agitati (video).

«Nel loro comunicato i Talebani non hanno detto: ‘non vogliamo la Turchia’. Hanno soltanto fatto un paio di dichiarazioni secondo il loro punto di vista». Il presidente turco Erdoğan ha risposto in questi termini al comunicato dei Talebani che criticava la Turchia per aver manifestato l’intenzione di prendere in gestione l’aeroporto di Kabul. Le parole del capo di Stato turco sembrano in parte sminuire il monito dei Talebani in cui in realtà si legge anche che la decisione di Ankara – fermamente condannata e definita «poco avveduta» – sarà gestita in base a una fatwa, «una fatwa a partire dalla quale è stata dichiarata la Jihad degli ultimi vent’anni». Erdoğan addirittura non ha nascosto esplicite critiche nei confronti dei Talebani invitandoli a «porre fine all’occupazione che stanno portando avanti contro i loro fratelli». Per ora, non c’è stata alcuna risposta alle parole del presidente turco, ma è evidente che se tra le due parti non si riuscirà a trovare un terreno comune uno dei rischi in cui Ankara potrebbe incorrere prendendo in gestione l’aeroporto di Kabul potrebbe essere mettere a repentaglio la sicurezza dei circa 500 soldati turchi, a cui si aggiungono altre 200 impiegati in funzioni tecniche, che già si trovano in Afghanistan. Erdoğan lo sa bene e, sebbene non abbia risparmiato critiche, parlando addirittura di «occupazione», ha comunque teso la mano ai Talebani annunciando la disponibilità di Ankara al dialogo. Il nuovo ruolo della Turchia in Afghanistan non è ancora del tutto chiaro, si tratta di una posizione che si sta costruendo in queste settimane e porta con sé anche molti vantaggi, ma anche altri motivi di rischio.

Joe Biden e Recep Tayyip Erdoğan hanno personalmente parlato dell’aeroporto di Kabul durante un incontro nell’ambito del vertice NATO che si è tenuto in giugno a Bruxelles. Nelle stesse settimane una delegazione USA si è recata ad Ankara per discutere nel dettaglio la questione con funzionari turchi dell’intelligence, ministeri degli Esteri e della Difesa. Nessun accordo è stato ancora siglato, ma pare che Ankara abbia buone possibilità di ottenere quello che vuole. La Turchia può vantare un’esperienza consolidata nella difesa dell’aeroporto di Kabul che i soldati turchi, insieme ad altri alleati NATO, portano avanti già dal 2013. E le condizioni che Erdoğan ha chiesto a Biden per la gestione dell’aeroporto – un sostegno logistico, finanziario e diplomatico – non sembrano così difficili da ottenere. Gestire l’aeroporto di Kabul significa assicurare i collegamenti diplomatici e degli aiuti umanitari tra l’Afghanistan e il resto del mondo. Un punto cruciale per il futuro dell’Afghanistan quando la maggior parte delle truppe straniere si saranno ritirate dal suo territorio e il Paese entrerà in una nuova fase ancora difficile da prevedere. Un rapporto dell’intelligence americana ha stimato il collasso dell’amministrazione afghana sei mesi dopo che il ritiro NATO sarà completo. La Turchia si candida quindi a gestire una situazione molto complessa anche se indubbiamente può contare su dei vantaggi che tutti gli altri Paesi NATO non hanno: consolidati rapporti con l’Afghanistan risalenti sin dall’ultima fase dell’Impero ottomano e la possibilità di avere una relazione privilegiata con i Talebani grazie al fatto che la Turchia è un Paese a stragrande maggioranza musulmana, elemento che Erdoğan ama costantemente sottolineare.

Oltre agli aiuti che Ankara ha chiesto alla NATO dal punto di vista finanziario, logistico e diplomatico, la gestione dell’aeroporto di Kabul da parte della Turchia potrebbe basarsi anche su altri elementi che non sono stati rivelati esplicitamente dalle autorità turche e che difficilmente potrebbero rivelare. Secondo media indipendenti curdo-siriani, funzionari dei servizi segreti turchi avrebbero proposto una collaborazione per le gestione dell’aeroporto di Kabul ad alcune fazioni dell’opposizione armata a Bashar al-Assad con cui la Turchia già collabora nel Nord della Siria e non solo. Da anni Ankara è presente militarmente nell’area dove con grande fatica cerca di garantire la sopravvivenza dell’opposizione armata al presidente siriano con cui Erdoğan ha rotto i rapporti ormai dieci anni fa all’epoca delle primavere arabe e del conseguente scoppio del conflitto civile in Siria. Nella zona fatica a reggere il fragile cessate il fuoco ottenuto grazie ad accordi con la Russia di Putin e anche nelle scorse settimane ci sono stati dei bombardamenti del regime di Assad che hanno portato alla morte decine di civili. La Turchia è presente nell’area con postazioni militari e, secondo numerosi fonti giornalistiche sebbene mai confermate dalle autorità turche, da anni Ankara utilizza uomini dell’opposizione ad Assad anche in altri conflitti dove è impegnata militarmente come in Libia e nell’autunno dello scorso anno in Nagorno-Karabakh a sostegno dell’Azerbaigian nel conflitto contro l’Armenia. Secondo i media siriani, 2.600 mercenari appartenenti alle fazioni anti-Assad sarebbero già pronti a partire per Kabul. Si tratta per ora di indiscrezioni della stampa che non hanno trovato altre conferme però la notizia potrebbe essere plausibile considerato che Ankara ha già sviluppato un’esperienza in questo senso in Libia e Nagorno-Karabakh. La Turchia non ha mai subito sanzioni a livello internazionale a causa dell’impiego di questi mercenari, se le indiscrezioni giornalistiche si rivelassero reali sarà però interessante capire come reagiranno gli USA e gli altri partner NATO con i quali Ankara sta discutendo in questo momento per ottenere il via libera alla missione afghana.

Dal punto di vista interno, il nuovo impegno della Turchia in Afghanistan potrebbe trovare l’opposizione di parte dell’opinione pubblica che già non gradisce l’impegno militare delle forze turche in Libia o in Siria e sicuramente non apprezzerebbe un impegno rinnovato, e più complesso, in un’altra guerra lontana. Se la situazione in Afghanistan si dimostrerà tesa nei prossimi mesi, un ulteriore problema per la popolarità di Erdoğan in patria potrebbe essere rappresentato anche dalla questione migratoria. Il conflitto civile in Afghanistan che si è recentemente riacceso a causa del ritiro delle truppe internazionali ha già creato un aumento del flusso di migranti che cercano di trovare pace all’estero e come prima destinazione si dirigono in Turchia. A causa di un contesto economico molto fragile, gran parte della società turca ha dimostrato di non gradire la presenza di oltre 3 milioni e mezzo di siriani fuggiti dal conflitto civile e che da anni hanno trovato rifugio in Turchia. Già in queste settimane, lo stesso tipo di fastidio si è manifestato sui social media turchi a commento di video che mostravano centinaia di migranti afghani aggirarsi sperduti nelle campagne dell’Anatolia dopo essere riusciti in seguito a viaggi disperati ad entrare in qualche modo in Turchia. 

 

Crediti immagine: Skorzewiak / Shutterstock.com

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