24 novembre 2016

La quarta volta di Angela Merkel

Uno sfondo celeste, il logo del partito – la CDU – riproposto in serie sul pannello e poi ben visibile, isolata, in alto a destra, la scritta ‘Die Mitte’ – «Il centro» - che s’impone a caratteri grandi in un rettangolo arancione. Berlino, domenica 20 novembre: è qui che, dopo un incontro con alcune figure di spicco della sua forza politica, Angela Merkel ha annunciato ufficialmente la sua decisione di ripresentarsi alle elezioni federali del 2017 come leader della CDU, pronta dunque ad assumere per la quarta volta in caso di vittoria l’incarico di cancelliera. Ammette di averci ‘pensato a lungo’ la Merkel, e peraltro qualche voce su un suo possibile abbandono non era mancata, ma evidentemente quel ‘momento giusto’ per lasciare la scena politica – da lei più volte evocato – non è ancora arrivato. Anticipato rispetto ai tempi previsti, l’annuncio non coglie in realtà di sorpresa, anche perché la cancelliera non sembrava avere rivali o successori già nelle condizioni di prendere in carico la sua eredità: troppo anziano il veterano della politica tedesca Wolfgang Schäuble, ministro delle Finanze assai apprezzato in patria ma ormai settantaseienne, poco popolare la ministra della Difesa Ursula von der Leyen, troppo giovane il rampante viceministro delle Finanze Jens Spahn, il cui turno probabilmente arriverà più tardi. In attesa della formale investitura del partito a dicembre ad Essen, la cancelliera ha comunque dimostrato di essere pienamente consapevole della sfida che la attende: sa che sarà un’elezione ‘difficile come nessun’altra’ dai tempi della riunificazione tedesca, perché la Germania che si presenterà alle urne nel 2017 – la data esatta non è ancora stata indicata – è un Paese diverso da quello a cui Merkel si è rivolta nelle precedenti consultazioni federali del 2005, del 2009 e del 2013.

Le posizioni contrapposte si sono radicalizzate ed esacerbate, e anche in Germania – come nel resto d’Europa e dell’Occidente – le società appaiono più marcatamente polarizzate. In questo senso, i diversi appuntamenti elettorali regionali che nel corso del 2015 hanno segnato il panorama politico tedesco sono esemplificativi: all’arretramento dei tradizionali partiti popolari – i cristiano-democratici della CDU e i socialdemocratici della SPD – è infatti corrisposto il consolidamento di una forza politica come Alternative für Deutschland (AfD), nato con Bernd Lucke su posizioni euroscettiche e spostato in modo netto nel campo delle destre a trazione populista dalla sua attuale leader Frauke Petry. Le diverse elezioni, su cui hanno sicuramente pesato le componenti locali, sono spesso state inquadrate come un referendum su Angela Merkel, in particolare sulla contestata ‘politica delle porte aperte’ ai migranti lanciata con il discorso del 31 agosto 2015 e l’ormai celebre motto ‘Wir schaffen das’, «Ce la faremo».

Quella politica ‘di visione’, elaborata peraltro da una cancelliera nota per la sua prudenza e per un approccio step-by-step, ha però provocato ‘divisione’ e diffuso malcontento, un malcontento che AfD è riuscito a capitalizzare trasformandolo in un cospicuo bagaglio di voti. A marzo, in Baden-Württemberg la forza politica di Frauke Petry si è aggiudicata il 15,1% dei consensi, mentre in Renania-Palatinato ha conquistato il 12,6% e in Sassonia-Anhalt addirittura il 24,2%, diventando secondo partito del land dietro soltanto alla CDU. Poi il 4 settembre, AfD ha ottenuto il 20,8% dei voti in Meclemburgo-Pomerania Anteriore, dove si trova il collegio in cui viene eletta al Bundestag proprio Angela Merkel, mentre il 18 dello stesso mese, nelle elezioni per il rinnovo del Parlamento di Berlino, il suo consenso si è attestato sul 14,2%. Le critiche verso la cancelliera sono state decise: troppo edulcorata la posizione del partito, troppo spostati a ‘sinistra’ i suoi orientamenti, e chi ne ha tratto beneficio è stato AfD, che si attesta su percentuali elettorali di tutto rispetto e dovrebbe entrare al Bundestag senza troppe difficoltà nel 2017. Sembra dunque essersi materializzato quello scenario che nelle parole di Franz-Josef Strauß, storico leader del ‘gemello’ bavarese della CDU – la CSU – avrebbe dovuto essere evitato: l’affermazione e il consolidamento di un ‘partito legittimo a destra della CSU’. Non a caso, in tanti si sono espressi per una più decisa virata a destra dei cristiano-democratici, da Jens Spahn a Horst Seehofer, leader attuale della CSU e fortemente critico verso le politiche di accoglienza – peraltro in parte ricalibrate – volute da Merkel.

È questo dunque lo scenario politico nel quale la cancelliera tedesca dovrà muoversi in vista delle prossime elezioni, proponendosi come baluardo della stabilità contro l’ascesa dei populismi. Probabile che ce la faccia, magari riproponendo dopo il voto una Große koalition con la SPD che per il momento non sembra in grado di superare la CDU in termini di consensi.

Questa volta però, su Berlino sembrano essere puntati gli occhi dell’intero Occidente in crisi. Profondi mutamenti stanno infatti segnando la politica occidentale, e il modello politico-economico su cui si è imperniata la società liberale pare oggi rimesso in discussione. Per questo, e in misura più netta dopo il voto sulla Brexit e le elezioni americane, la sfida di Angela Merkel assume una rilevanza di gran lunga maggiore rispetto alle precedenti competizioni elettorali che l’hanno vista protagonista. Attribuendole il riconoscimento di Personalità dell’anno del 2015, Time Magazine aveva definito Merkel «la cancelliera del mondo libero»: una definizione certamente enfatica, ma è oggi questo il ruolo che alcuni analisti le attribuiscono, soprattutto a partire da gennaio 2017 quando Barack Obama sarà rimpiazzato alla Casa Bianca da Donald Trump. Per Carnegie Endowment, Judy Dempsey ha scritto che Merkel dovrà portare sulle sue spalle un heavy burden, ossia un «pesante fardello», perché i valori fondativi dell’Europa – dalla solidarietà, all’apertura verso gli altri, all’ottimismo – hanno lasciato spazio all’interesse nazionale spesso declinato come slogan, alla chiusura e alle visioni di breve termine. Delle aspettative che si sono concentrate su di lei, la cancelliera si è detta ‘onorata’, ma ha voluto precisare che è ‘grottesco e assurdo’ pensare che una sola persona possa indirizzare tutto il mondo verso un sentiero positivo.

Inoltre, come ha scritto su Politico Konstantin Richter, la prospettiva di una Merkel ‘salvatrice globale’ potrebbe non essere del tutto condivisa: in primis, per assumere questo ruolo, la leader della CDU dovrebbe affinare quella retorica che – da donna politica pragmatica – non è mai stata la sua arma migliore. E soprattutto, su alcune questioni come la gestione della crisi dell’Eurozona, la Germania ha adottato un approccio che non tutti hanno gradito: le rigide cure di austerity fortemente sponsorizzate dal ministro Schäuble hanno infatti incontrato il consenso dei paesi dell’Europa del Nord, ma non sono ad esempio piaciute all’Europa meridionale.

La grande sfida è dunque aperta: se Merkel riuscirà a vincerla, con tutte le conseguenze che ne deriveranno, si saprà con le elezioni tedesche del 2017.

 


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