05 ottobre 2017

La questione Rohingya scuote il Myanmar

La persecuzione dei Rohingya in Myanmar ha ripreso vigore a partire dallo scorso 25 agosto, quando l’esercito birmano ha fatto fuoco sui civili in fuga dallo Stato di Rakhine, situato nella parte occidentale del Paese, provocando la morte di almeno 400 persone. Iniziata come semplice rappresaglia per un attacco nei confronti della polizia locale condotto da un gruppo di miliziani della minoranza musulmana dei Rohingya, concentrata nell’estremità occidentale del Myanmar, la reazione birmana ha assunto dimensioni e intensità sempre maggiori, generando un’ondata crescente di profughi e violenze che sta provocando una crisi umanitaria gravissima.

Al momento oltre 400.000 Rohingya hanno lasciato le loro case per dirigersi verso il Bangladesh, Paese che sta accogliendo i rifugiati per ragioni umanitarie ma non è certo disposto a trattenerli a lungo sul proprio territorio. Tanti sono inoltre i civili in fuga che hanno perso la vita nel tentativo disperato di oltrepassare il confine: l’ultima strage è avvenuta lo scorso 29 settembre, quando oltre 80 profughi sono annegati in mare davanti alle coste del Bangladesh.

Nelle ultime settimane sul banco degli imputati è finita la leader birmana Aung San Suu Kyi, che ha autorizzato la repressione dei Rohingya per mano dell’esercito. Aung San Suu Kyi non è soltanto la paladina dei diritti umani che ha conseguito il premio Nobel per la pace nel 1991 ma anche e soprattutto l’eroina nazionale del popolo birmano. Figlia del generale Aung San U, uno dei protagonisti dell’indipendenza birmana dal Regno Unito, ha scontato 15 anni agli arresti domiciliari per aver combattuto contro la dittatura invece di lasciare il Paese come avrebbe potuto fare. Ha vinto poi a furor di popolo le prime elezioni libere e democratiche del Myanmar nel 2015.

Aung San Suu Kyi è pienamente sostenuta dal popolo birmano nella sua battaglia contro i Rohingya non solo per il consenso personale di cui gode, ma anche grazie alla propaganda anti-musulmana operata da una minoranza di monaci buddisti particolarmente estremisti, che istigano le nuove generazioni all’odio e alla violenza contro i musulmani. Un altro elemento che non contribuisce certo a spegnere l’ostilità nei confronti della minoranza musulmana è la paura che il fondamentalismo islamico, schieratosi apertamente dalla parte dei Rohingya, possa sfruttare la situazione a proprio vantaggio. Non a caso Khaled Batarfi, noto esponente di al-Qaida nella penisola arabica, ha esortato tutti i componenti dell’organizzazione terroristica a compiere attacchi contro le autorità birmane per difendere i “fratelli” Rohingya dai “nemici di Allah”.

L’Islam radicale, inoltre, procede quotidianamente alla diffusione sistematica di notizie e foto false sui social network per alimentare la rabbia e l’indignazione dei musulmani nei confronti del governo birmano: vecchi video di elicotteri americani impegnati in esercitazioni belliche vengono fatti passare per bombardamenti dell’esercito birmano contro i Rohingya, così come immagini violente e atroci tratte da altri conflitti asiatici vengono spacciate per azioni compiute dai militari birmani. Il pericolo che nel Myanmar possa aprirsi un nuovo fronte di guerra jihadista è al momento davvero alto: dopo aver già trovato pane per i loro denti nel Mindanao (nel Sud delle Filippine), l’Is e al-Qaida spingono per affermarsi ulteriormente nel Sud-Est asiatico. I Rohingya rischiano di finire così schiacciati dal conflitto spietato tra due opposti estremismi: il nazionalismo buddista da un lato e il fondamentalismo islamico dall’altro.


0