11 ottobre 2021

La realtà della comunità cattolica in Afghanistan

C’era all’interno della Repubblica islamica dell’Afghanistan una minuscola comunità che non temeva i Talebani. E che non li teme neanche oggi, nel nuovo emirato. È la realtà della comunità cattolica, formalmente riconosciuta già dal 1921 e nel 2002 ufficialmente elevata da papa Wojtyła a rango di missio sui iuris – una missione, cioè, con autonomia giuridica, cellula ecclesiastica al primo stadio nel lungo processo per diventare diocesi. Il responsabile di quella missione (tecnicamente il “superiore ecclesiastico”) è tuttora il padre barnabita Giovanni Scalese che viveva a Kabul dal 2014 e che è stato l’ultimo di una teoria di confratelli susseguitisi come sacerdoti cattolici residenti in territorio afghano. Il “parroco di Kabul” – secondo l’accordo stipulato ormai cento anni fa – aveva il compito di offrire cura spirituale alle persone di religione cattolica, di diverse nazionalità, che vivevano nel Paese: diplomatici, tecnici, cooperanti, lavoratori a contratto, successivamente anche suore e religiosi.

Dopo il ritiro delle truppe occidentali, alla fine di agosto, Scalese, suo malgrado, ha dovuto lasciare l’Afghanistan, insieme con il personale diplomatico dell’ambasciata italiana a Kabul. La sua presenza nella capitale era legata a doppio nodo alla sede del governo italiano. Infatti, fin dall’istituzione della missione cattolica, l’accordo tra governo afghano e Santa Sede venne raggiunto tramite la mediazione dell’Italia che nel 1921 era stata tra i primi Paesi al mondo ad allacciare relazioni con il nuovo Afghanistan indipendente, guidato dal re Amanullah. Allora, per evitare che la presenza del sacerdote dovesse significare o includere la costruzione di una chiesa cristiana sul suolo afghano, Paese islamico, si trovò l’escamotage di edificare una cappella, e l’annessa residenza del prete, all’interno del complesso dell’ambasciata italiana.

Oggi, nonostante il tempo di incertezza per il nuovo assetto che il governo dei Talebani determinerà a livello di relazioni internazionali – e mentre l’ufficio diplomatico italiano è temporaneamente spostato in Qatar – il Vaticano ha chiara la prospettiva per il futuro, come spiega Scalese: «Se saranno ristabilite le possibilità di essere nuovamente presenti e di riprendere il lavoro pastorale e quello sociale accanto ai più poveri, siamo pronti a tornare. Adesso possiamo soprattutto pregare per la pace. Operativamente non possiamo fare altro».

La speranza e il desiderio di un pronto rientro in Afghanistan esprimono l’approccio della Chiesa cattolica, che ha evidenti ripercussioni sul piano politico-diplomatico, sociale e religioso. Prima di tutto, si afferma, è essenziale garantire una presenza, anche in luoghi e Paesi che possono avere governi ostili, totalitari o repressivi. La Chiesa, chiamata a donare un messaggio di salvezza in tutto il mondo, “fino agli estremi confini della terra”, vuole tenere acceso un lucignolo di Vangelo anche in terre desolate, in condizioni sociali e politiche avverse. È pronta a muoversi nell’assoluto rispetto delle autorità costituite e ad esercitare la sua missione con le limitazioni imposte, pur senza rinunciare alla propria identità e alla pienezza del messaggio cristiano. La «teologia della presenza» è un riferimento per tutti i credenti che vivono in contesti dove si registrano limitazioni alla libertà religiosa, come in Stati a maggioranza islamica o retti da regimi dittatoriali. La presenza, spiega Scalese, è prima di tutto spirituale perché «consiste nel rendere presente Cristo celebrando l’Eucarestia, il sacramento che è fonte culmine della vita cristiana». Tutto il resto è una conseguenza: le relazioni umane, le opere sociali e caritative, la promozione della dignità umana, l’istruzione, anche la catechesi e tutto quanto concerne l’azione della Chiesa “in uscita”. L’azione politica che distingue la diplomazia pontificia deriva da quel punto sorgivo ed è sempre a servizio della convivenza, della pace, degli inalienabili diritti umani.

Con i Talebani al potere il discorso non cambia. Nella prima fase del potere talebano, quella dal 1996 al 2001, infatti, la missione era viva e vegeta, anche se l’allora responsabile, il padre Giuseppe Moretti, a causa di un attentato dovette lasciare il Paese per poi rientrare nel 2002. La preziosa eredità che i barnabiti portano con sé è quella dei primi missionari come Egidio Caspani ed Ernesto Cagnacci (che lo assisteva come collaboratore) che negli anni Trenta del secolo scorso potevano muoversi in tutti i distretti del Paese, visitando gruppi di cattolici di qualsiasi nazionalità, godendo di libertà di culto, e guadagnandosi la stima della popolazione musulmana locale. I due hanno scritto un testo che ha fatto scuola: Afghanistan, crocevia dell’Asia, pubblicato in Italia da Vallardi nel 1951. Come spesso accade, immergendosi nella frastagliata cultura del popolo afghano, riuscirono a offrire un dettagliato ritratto della nazione. Ancora oggi la conoscenza diretta e l’esperienza maturata sul campo rappresentano un punto di forza. E appartengono alla “politica dei piccoli passi” che ha ispirato in passato e continuerà a ispirare in futuro la presenza cattolica in Afghanistan.

 

Immagine: Un uomo attende per strada l’autobus per tornare a casa, Kabul, Afghanistan (28 agosto 2019). Crediti: Jose_Matheus / Shutterstock.com

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