6 marzo 2018

La realtà del voto del 4 marzo

Forse è vero che la realtà è l’unica cosa che non riusciamo a immaginare e forse è giusto che sia così. Di certo il risultato di queste elezioni politiche del 2018 ha riservato alcune importanti sorprese. Innanzitutto i sondaggi, come sempre, sono riusciti a intravedere solo parzialmente l’esito elettorale, sottostimando le performance sia del M5S che della Lega e sovrastimando quelle di PD e di LeU.

L’esito più sorprendente e inaspettato è sicuramente quello della Lega. Infatti, non solo il partito di Salvini è riuscito a invertire i rapporti di forza dentro la coalizione di centrodestra superando il risultato di FI, ma questo scarto non è stato minimo. Al contrario, la Lega si attesta al 17,4% dei voti, divenendo il terzo partito italiano. Come se questo non bastasse, guardando ai risultati delle scorse elezioni, la Lega è il partito che vince di più, incrementando di circa 13 punti percentuali il risultato del 2013. La Lega non otteneva un risultato a due cifre a livello nazionale dal 1996, quando Umberto Bossi era il leader carismatico indiscusso.

Questo successo però sembra essere più collegato alla incapacità di FI di recuperare il consenso degli elettori moderati di centrodestra che non alla scelta di Salvini di nazionalizzare la Lega Nord. Infatti, se è sicuramente vero che la Lega è riuscita ad ottenere dei risultati impressionanti nel Centro Italia e in particolare in Emilia Romagna e in Umbria, dove ha raggiunto il 20%, la valanga verde si è arrestata in Abruzzo. Del resto, è da anni che la Lega sta coltivando i territori della ex subcultura rossa dimostrando di aver costruito un consenso non occasionale, come già appariva evidente dagli esiti delle elezioni regionali del 2015. Sembra molto probabile che proprio l’annoso problema del ricambio della leadership dentro FI abbia favorito i leghisti, i quali sono invece riusciti ad allontanare il loro leader storico, nominare un nuovo segretario che, pur seguendo una direzione differente rispetto a quella delle origini, è riuscito a non spaccare il partito limitando al minimo le defezioni. Proprio la performance sottotono dell’ormai ottantaduenne Silvio Berlusconi sembra essere la causa di un risultato tutto sommato modesto di Forza Italia, che si attesta intorno al 14% e tiene a livello intracoalizionale solo al Sud. Sembra verosimile quindi che gli elettori di centrodestra al Nord abbiano scelto Salvini e al Sud il M5S.

Il successo del M5S era stato preannunciato da quasi tutti gli istituti demoscopici, tuttavia quasi nessuno pensava che i cinque stelle superassero il tetto del 30%. Il risultato del partito di Grillo (o di Di Maio?) non è solo straordinario in sé (32,6%), dato che può essere paragonato alle performance dei partiti di massa della Prima Repubblica, ma è straordinario anche in prospettiva comparata europea. Infatti, come è stato messo in luce dal CISE, non era mai accaduto che un nuovo partito con un grande risultato al suo debutto riuscisse a superare la propria performance alle elezioni successive. Ebbene, il M5S non solo non è arretrato ma ha guadagnato 7 punti percentuali rispetto al 2013. Il successo dei cinque stelle è rilevante soprattutto al Sud e nelle isole, in particolare in Campania, dove ha sfiorato il 50%, e in Sicilia e Sardegna. Questo risultato è sicuramente da ricondursi alla voglia di cambiamento dell’elettorato italiano, insofferente ormai al pragmatismo, alle opzioni di buon senso e restio a scegliere il male minore. Questa volta, gli elettori hanno premiato chi, pur con tutti i limiti derivati dalla scarsa conoscenza dei meccanismi istituzionali, è sembrato in grado di mettere in cima alla lista delle priorità tematiche di sostegno al reddito e alla disoccupazione che sono stati i problemi di un ceto medio sempre più impoverito dopo la crisi economica.

Anche l’arretramento del centrosinistra era in larga parte stato previsto, sebbene nessuno pensasse che il PD sarebbe sceso sotto il 20%. Il PD ha perso più di 6 punti percentuali rispetto al 2013 attestandosi al 18,7%, il peggior risultato di tutta la sua storia, paragonabile solo a quello dei DS nel 2001. La situazione non migliora né guardando al risultato della coalizione di centrosinistra né a quello dell’intero blocco di sinistra. La coalizione (PD, +Europa, Italia Europa insieme, Civica popolare, SVP) si è attestata al 22,9% un risultato inferiore a quello del 2013 che era pari al 29,5% e lo stesso blocco di sinistra (i precedenti più LeU e Potere al Popolo) raggiunge a malapena il 27%, mentre nel 2013 si attestava intorno al 32%.

Le ragioni di questa débâcle sono da iscriversi in primo luogo alla leadership di Matteo Renzi che non è riuscito a tenere assieme il partito né a convincere un elettorato ormai stanco di sacrifici e di misure “lacrime e sangue” parzialmente controbilanciate da politiche una tantum o da interventi su scala ridotta che preservano più che cambiare lo status quo. Ciononostante, il problema della sinistra non è solo legato alla figura di Matteo Renzi, ma riguarda piuttosto i contenuti di cui si fa promotrice. In questo senso, il problema della sinistra non è solo italiano ma ha una dimensione europea che inizia nella seconda metà degli anni Novanta quando il mainstream neoliberale cominciò ad emergere nei percorsi e nei programmi elettorali del New Labour di Tony Blair con la Third Way e della SPD di Gerhard Schröder con il Neue Mitte. Proprio la mancanza di una visione alternativa a quella neoliberale ha prodotto la disaffezione della tradizionale base elettorale di sinistra che ha iniziato a rivolgersi ad altre forze politiche che generalmente sono definite come populiste, ossia antiestablishment, con pulsioni antipluraliste e antioligarchiche.

Tuttavia, il dato italiano appare aggravato dal fatto che il blocco di sinistra risulta essere tra i più deboli dell’intera Europa Occidentale, dopo la Francia è sicuramente il più debole dell’intera Europa meridionale. Infatti, mentre in Grecia, Spagna e Portogallo le forze radicali di sinistra sono riuscite a organizzarsi e ad attrarre forte consenso, basti pensare a Syriza (primo partito greco), Podemos (terzo partito spagnolo) e al Bloco de Esquerda (terzo partito portoghese), la sinistra radicale italiana sembra incapace di avvicinarsi a questo obiettivo.

Del resto, è esemplificativo che tra i risultati inaspettati di questa tornata elettorale vi sia quello di Liberi e Uguali che era stimato sopra al 5% ma in realtà si ferma appena al 3,4%. La scelta di LeU non ha pagato in termini elettorali, dato che il suo risultato sommato a quello del PD nel 2018 (22,09%) è inferiore a quello del PD come soggetto unico nel 2013 (25,43%). Probabilmente la scissione è apparsa più come una sanzione nei confronti di Renzi che come una vera dipartita dalle ricette e dalle politiche proposte dal PD e che peraltro sono state votate dai principali secessionisti fino al 2017. In altre parole, LeU non è stato percepito come un partito della sinistra radicale, mentre fa meglio di quanto previsto Potere al Popolo pur non superando la soglia di sbarramento e arrivando al 1%. Proprio PaP sembra l’unica forza che può definirsi di sinistra radicale nel panorama elettorale del 2018, che investe su una leadership femminile e under 40 e che ha come basi organizzative i centri sociali, i comitati, i movimenti di lotta (No Tav, No Tap, No Muos, No Grandi navi) ma anche i Clash City Workers, che si occupano del mondo del lavoro.

L’ultima sorpresa di queste elezioni riguarda l’affluenza, nel senso che ci si aspettava un calo abbastanza significativo, invece rispetto al 2013 il calo è di appena 2,3 punti. Di conseguenza, sembra essersi in parte fermata la preoccupante emorragia di voti che aveva caratterizzato il ciclo elettorale 2008-2013. Ciononostante, ben il 27% degli elettori ha deciso di non recarsi alle urne. Il non voto, in definitiva, è il secondo partito, a dimostrazione di un malessere connesso al deficit di rappresentanza non completamente colmato dal M5S e dalla Lega.

Rispetto alle elezioni regionali siciliane, che dovevano essere le prove generali di questa tornata elettorale su scala nazionale vanno registrate importanti differenze: il centrodestra anche se unito non ha vinto, in particolare FI non è riuscita a imporre la propria leadership con l’investitura europeista di Tajani e il M5S ha superato la soglia del 30%. Tuttavia, alcune somiglianze ci sono state: il M5S è il primo partito e i due poli principali si confermano il centrodestra (il primo polo) e il M5S (il secondo polo), mentre di nuovo è il centrosinistra a regredire in terza posizione.

 

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